Racconto: “L’ultimo fiore”

Ogni tanto, nel silenzio della notte, le sembrava di sentire un fugace ronzio. Era stato un sogno? Semplice suggestione? Iris non lo sapeva e credeva d’impazzire. Erano giorni che camminava verso nord. Un commerciante che si era perso in una tempesta di sabbia aveva giurato di essersi imbattuto in una pianura rigogliosa e di aver assaporato il succo acidulo di un kiwi. Lei non ci voleva credere e mai l’avrebbe fatto, se non fosse stata la disperazione a farle affondare i passi nella sabbia calda del deserto. Tutti attendevano impotenti l’arrivo dell’Apocalisse, tranne Iris. Si era aggrappata con forza a quell’ultima opportunità di trascinare fuori dal pantano della rassegnazione la propria razza. Erano millenni che l’uomo scampava a qualsiasi tragedia, dalle epidemie alle guerre mondiali. Sarebbe stato uno scherzo del destino troppo maligno porre proprio lei nel punto finale della storia umana. Staccò la borraccia dalla cinta di cuoio consumata e bevve un lungo sorso.

Lo zaino iniziava a irritarle la pelle, sfregando sulle clavicole. Era pesante e, oltre ai viveri, conteneva tutto il necessario per lo svolgimento della missione, sempre che la testimonianza ricevuta risultasse attendibile. Si fermò sotto il versante di una montagna spoglia, cercando ristoro all’ombra di una roccia. Seduta e con il fiato corto, osservò il panorama devastato dal tempo, dalla siccità e dall’azione indiretta dell’uomo. La mancanza di vegetazione influiva sull’atmosfera, rendendo l’ossigeno merce pregiata, contribuendo considerevolmente al suo affaticamento. Adagiò la nuca alla roccia e provò a non pensare al peso della responsabilità che gravava su di lei. Chiuse gli occhi, e si sentì in uno stato d’intontimento, come se galleggiasse nell’aria. Forse aveva preso un’insolazione. Fu a quel punto che il ronzio si ripresentò, e finalmente la vide. Minuscola come una pulce sul pelo di un cane, macchiava il cielo azzurro sopra la sua testa. Non le separavano più di una manciata di spanne. Iris fece per alzarsi ma non voleva spaventarla o perderla di vista. Doveva rimanere concentrata e seguirla con attenzione, perché quella era un’ape esploratrice e l’avrebbe di certo condotta all’alveare d’origine. Suo nonno le aveva spiegato molte cose in merito alla sciamatura e il fatto che Iris fosse una delle poche persone rimaste in vita, della sua comunità, a conoscere quei dettagli, era stato il motivo principale per cui avevano scelto lei.

Si alzò in piedi e si sistemò il pesante zaino sulla schiena. Non doveva perdere quell’occasione. Assottigliò lo sguardo e mantenne la concentrazione sulla piccola ape. Questa prese il volo, dirigendosi verso una duna. “Non siamo poi così tanto diverse” pensò Iris. “Tu sei un’esploratrice. L’intero alveare dipende da te e da ciò che troverai. Non vivi più per te stessa. Sei disposta a tutto per il benessere dell’intera comunità. Anche a morire, se necessario”. Sorrise a quel pensiero. Dopo giorni che camminava da sola in mezzo al nulla era confortante avere vicino a sé un essere vivente che condividesse la sua sorte. Salì il pendio a fatica. Arrivò in cima ansimante e ciò che vide la lasciò ulteriormente senza fiato. La distesa sabbiosa lasciava il posto a sparuti cespugli, per poi ritirarsi di fronte a erba secca e alberi che andavano a inerpicarsi sul versante della montagna. Vegetazione. Non poteva crederci. Forse c’era ancora speranza. Raccolse le ultime energie e affrettò il passo ma si rese conto di aver perso di vista l’ape. Si sentì smarrita e angosciata. Ritrovarla sarebbe stato come trovare un insetto stecco sulla corteccia di una sequoia. Iniziò ad arrampicarsi sulla roccia della montagna, aggrappandosi ai rami degli alberi che incontrava. Ogni tanto si annusava i palmi, assaporando il piacevole profumo della resina.

Quando stava per perdere ogni speranza, udì un ronzio molto più intenso. Doveva essere molto vicina all’alveare. Alzò gli occhi al cielo, cercando la provenienza di quel suono. Di una cosa era certa: veniva dall’alto. Passo dopo passo esplorò ogni pianta, fino a che non vide una macchia formicolante di insetti gialli e neri. Erano tutti ammassati su un ramo.

«Allora esistete ancora» disse Iris mettendosi a ridere per la gioia. Dagli occhi le sgorgarono delle lacrime. «C’è ancora speranza.» Si tolse lo zaino e lo aprì, estraendo la piccola cassetta di legno che sarebbe diventata la loro nuova casa. Era un’arnia in legno di abete. Sul fondo era stata montata una grata dalla trama sottile, per l’areazione, così come una mascherina a rete per chiudere il portichetto. Aveva all’interno solo una decina di telaini, così da risultare piccola e leggera e adatta al lungo viaggio. Iris l’appoggiò accanto a sé e tirò fuori le protezioni. Si trattava di una maschera a intelaiatura rigida. Come visiera era stata inserita un’altra rete metallica nera. Alla maschera era stato cucito un camiciotto provvisto di maniche, che le arrivava fino alla vita. Fu quindi la volta dell’affumicatore. Consisteva in un cilindro metallico dotato di beccuccio. Dietro gli era stato attaccato un piccolo soffietto. Iris raccolse dei pezzetti di rami secchi e li mise nell’affumicatore, per poi dargli fuoco con l’accendino. Tutto era pronto. Doveva soltanto agire e farlo con la massima cautela. Aveva ancora un paio di ore di luce ed era convinta le sarebbero bastate. D’altronde, le api erano ammassate su un ramo e questo le facilitava le cose. Prese una cesoia e, dopo essersi arrampicata sul tronco, recise il ramo alla base, tenendolo con l’altra mano. Si avvicinò all’arnia e lo scosse, facendoci finire gran parte delle api. Appoggiò il ramo di fronte all’entrata dell’arnia, così che le api residue e l’odore del ramo stesso potessero richiamare le compagne ancora in volo verso la nuova casa. Inserì uno a uno i telaini, facendovi arrampicare le api e con l’affumicatore spinse quelle sul bordo verso l’interno. Con l’aiuto di una spazzola, poi, liberò il ramo da quelle rimaste e chiuse la cassetta, imprigionandole tutte. Ci mise mezz’ora, meno di quanto aveva preventivato. Si sedette e si tolse la maschera e le protezioni, concedendosi il primo vero riposo dopo tanto tempo. Ce l’aveva fatta, aveva compiuto la missione fino in fondo. Aveva salvato la sua gente. Il mondo sarebbe stato pronto a ricominciare. Si addormentò in uno di quei sonni profondi, rimandato da troppo tempo.

Quando si risvegliò era già mattina. Si alzò di buona lena e rimise tutte le attrezzature nello zaino. Afferrò l’arnia per il manico posto nella parte superiore e si incamminò. Abbandonò la vegetazione con un po’ di amarezza. La divisione netta tra essa e l’orizzonte desertico le suonò come un monito. Gli uomini erano riusciti a distruggere ogni cosa, uccidendo anche quei piccoli insetti necessari alla loro sopravvivenza. Quelle api, da sole, erano invece riuscite a costruire il loro piccolo paradiso. Osservò l’arnia, con tutta quella vita al suo interno, pronta a far ripartire il mondo. “E se finissero per uccidere anche voi? Che ne sarà dell’intero pianeta?”. Iris si sentì combattuta, come se, passo dopo passo, stesse sprofondando sempre più nel baratro del peccato. Gli esseri umani non erano tutto. Non poteva sacrificare ogni cosa per la propria comunità. C’era in ballo molto di più. «E se fossi la vostra esploratrice, anziché la loro? Se vi dovessi comunicare il pericolo a cui state andando incontro?»

Si voltò e tornò indietro, risalendo il pendio della montagna. Nel farlo, però, incespicò e perse l’appoggio di un piede, sbilanciandosi. Rotolò un paio di volte prima che la sua mano trovasse un ramo sporgente. Lo tenne stretto e il suo corpo penzolò nel vuoto. Guardò in basso e vide che sotto di sé c’era una voragine, profonda una ventina di metri. Più in basso scorreva un fiume. Impugnava ancora l’arnia, ma questo le rendeva impossibile rafforzare la presa con due mani e issarsi. Se l’avesse fatta cadere per trarsi in salvo avrebbe potuto dire addio allo sciame e chissà, forse era l’ultimo rimasto sulla faccia della Terra. Oscillò il braccio e tentò il tutto per tutto: doveva lanciarla e sperare di farle raggiungere il terreno soprastante. Mirò con attenzione e mollò la presa al momento propizio, vedendo la cassa schizzare in alto per poi sparire nella vegetazione. Iris sentì il ramo scricchiolare, rischiava di rompersi. Allungò la mano finalmente libera e iniziò l’arrampicata, senza pensare ai dolori che la caduta le aveva procurato. Quando giunse in cima poté udire il ronzio forte delle api e questo la rincuorò. Scostò alcuni cespugli e cercò di individuarle e finalmente, in mezzo a delle radici sporgenti, vide i pezzi di legno rotti dell’arnia. Lo sciame era uscito e, irritato, volava senza meta attorno ai resti della loro casa. Iris fece un passo indietro, comprendendo che sarebbe stato meglio allontanarsi da lì. Sentì, però, qualcosa che le camminava sul braccio. Abbassò lo sguardo e vide una delle api che risaliva verso la spalla. Per un attimo che sembrò eterno, le due si guardarono. Poi, l’ape piegò la sua parte posteriore e Iris avvertì il dolore della puntura. Gemette e scosse il braccio per cacciarla via. Si strinse la parte dolente e lasciò cadere a terra lo zaino, cercando riparo tra la vegetazione. Guardò il braccio e vide che era estremamente gonfio. Le faceva male, troppo. Si sedette alla base di un albero e cercò il pungiglione. Doveva estrarlo il prima possibile. Una volta trovato, stette attenta nell’afferrarlo con la punta delle unghie. Non doveva spremerne ulteriore veleno. Lo sfilò e lo gettò via, ma il dolore non cessava. Si sentiva soffocare, la gola gonfia. “Sono allergica” pensò. L’ironia del destino aveva voluto che lo fosse proprio lei, tra i pochi sopravvissuti della sua specie. “Morirò qui, lontana da casa, per una stupida puntura”. Sentì la pressione abbassarsi e i sensi vacillare. Forse era giusto così. Loro avrebbero prosperato e sarebbero andate avanti. A lei non restava che soccombere, come tutta la sua comunità, pronti a pagare il pegno della stupidità umana. Iris tossì e chiuse gli occhi. Una volta morta sarebbe diventata terra e fu contenta di non divenire parte di quell’immenso deserto a cui qualche granello in più non avrebbe fatto alcuna differenza. No, sarebbe diventata un fiore, forse proprio un Iris, quello che piaceva tanto a sua madre. Le api avrebbero preso il suo polline. Avrebbe contribuito alla rinascita del mondo. “Sarò uno degli ultimi fiori. No” si corresse. “Uno dei primi”. Poi si abbandonò alla sua fine, sentendo svanire quel lontano e familiare ronzio.

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Racconto: “Il chiodo di garofano” (Parte2)

Nota: Se non hai letto la prima parte del racconto non proseguire. Troverai il pezzo precedente a questo link.

Daiyu aveva una rete di contatti così fitta da far ingaggiare Sophye come cameriera nel palazzo del signor Visscher entro poco più di una settimana. Al mercante serviva urgentemente un rimpiazzo, dopo che una delle sue domestiche si era improvvisamente licenziata. Quello che non sapeva era che la giovane aveva ricevuto una lauta ricompensa da parte di Daiyu per rifarsi una vita altrove, e che l’addetta al personale aveva ricevuto una somma altrettanto considerevole per raccomandare Sophye, spacciata per la nipote di un capitano inglese caduto in disgrazia. Herman Visscher aveva peraltro urgente bisogno di personale per allestire una cena con il Governatore olandese di Timor Ovest, un uomo d’età avanzata, basso, dal collo incassato nelle spalle e la pancia prominente. Tutto il contrario di Herman, che era invece un uomo maturo ancora piacente, sulla sessantina, con dei capelli folti e grigi, lineamenti duri ma modi eleganti. Sophye fu addetta al beverage. Il suo compito era mantenere colmi i calici dei due uomini di una bevanda che veniva chiamata advokaat e che, da quanto aveva capito, era un liquore che nelle Americhe veniva preparato, insieme a zucchero e ad altri ingredienti, con l’avocado. A Timor, come in patria, gli olandesi ne ricreavano la consistenza con il tuorlo d’uovo. Mentre Sophye continuava a fare avanti e indietro dal tavolo all’angolo della stanza con la brocca in mano, non poté non notare come l’aria della sala fosse satura di un odore leggermente fruttato, intenso e pungente. Collegò quel profumo a quello del chiodo di garofano, usato spesso negli ambienti dei ricchi mercanti, ma che in quella situazione la metteva un po’ a disagio, ricordandole il codice cifrato usato fra lei e Daiyu. I due uomini cenarono con carne di cinghiale di Sulawesi e bevvero fino a quasi ubriacarsi, soprattutto il governatore. Una volta che quest’ultimo se ne andò, Sophye si avvicinò al tavolo. Visscher era solo, intento a contemplare il bicchiere vuoto. Non sembrava temere alcunché da lei. «Gradite altro advokaat?» gli chiese in olandese, con tono gentile. L’uomo fu scosso dai propri pensieri e con un’occhiata distratta si accorse della donna. «Uhm? Sì, certo.» Sophye riempì il calice e arretrò. «Volete che chiuda le porte e vi lasci solo?» L’uomo bevve un sorso e annuì pensieroso. «Sì, certo. Ma prima, ditemi una cosa. Mi è stato riferito che siete la nipote di un marinaio inglese finito in malora. Potete dirmi dove ha servito? Sono curioso» disse avvertendo una strana sensazione alla mano, fissandosi le dita.
Sophye strinse la brocca e annuì. «Compagnia britannica delle Indie Orientali» rispose, suscitando un certo stupore negli occhi dell’uomo. «E riguardo alla mansione non si trattava di un semplice marinaio, ma di un ufficiale» specificò. Visscher la fissò perplesso, cercando di muovere il braccio ma sentì il muscolo intorpidito. «Inutile che cerchiate di alzarvi. Il vostro corpo si sta paralizzando. Nulla di irreversibile.» La donna posò la brocca sul tavolo, liberando le proprie mani. Si avvicinò alla porta della sala, chiudendola e girando la chiave nella toppa. «Dopo la morte dei miei genitori mi sono trasferita nelle Americhe, sotto la tutela di uno zio che faceva il medico. Mi ha insegnato molte cose, tra cui l’utilizzo di alcuni curari usati dalle tribù indigene. Uno di questi serviva a immobilizzare gli animali, pur mantenendo la loro carne in ottimo stato. Lo stesso curaro che ho messo nel vostro bicchiere poco fa.» Visscher strinse i denti, immobile sulla sua sedia. Le mani cercarono di afferrare i braccioli ma faticava anche a muovere le singole dita. «Che state facendo? Non capisco!» Sophye sorrise, afferrando un lembo della gonna e sollevandola. Al suo polpaccio era stretto un lungo pugnale, che sfilò, facendolo poi saltellare nella mano. «I miei genitori si trovavano a Surat per i loro affari commerciali. Ero solo una bambina. Mio padre progettava la possibilità di stabilire dei commerci con gli abitanti delle Molucche, in particolare quelli dell’isola Banda. Voleva mettere le mani sul mercato della noce moscata, del macis e del chiodo di garofano. Parte della popolazione sembrava intenzionata ad aiutarlo, contraria al dominio olandese. Ma non andò come sperato: qualcuno pensò bene di entrare nella nostra residenza e uccidere i miei genitori a sangue freddo, risparmiando solo la piccola bambina. Lasciarono un bocciolo di chiodo di garofano come monito, un segnale molto chiaro sul movente.» Sophye si appoggiò al tavolo, fissandolo. «Finii nelle Americhe, accudita da mio zio, dove passai tutti i miei giovani anni a scacciare il ricordo di quel giorno. Una volta che anche lui morì, ho capito che fuggire e chiudere gli occhi sarebbe stato il torto più grande che avrei potuto fare alla mia famiglia. Dovevo tornare e dovevo risolvere i conti in sospeso.» La lama del coltello venne appoggiata alla gola del mercante che deglutì a quel freddo contatto. «Ho indagato a lungo per capire chi fossero i diretti interessati, chi ci avesse guadagnato e chi avesse sufficiente potere. La fortuna ha voluto che incontrassi un’anziana donna dalle conoscenze provvidenziali, che mi ha permesso di sapere i cinque nomi dei mercanti olandesi che avevano progettato l’omicidio. Lodwick è stato il quarto. Avrai sentito parlare di quello che gli ho fatto, immagino. E ora sono qui, davanti a te.» La mascella di Visscher si disegnò spigolosa sulla guancia. Gli occhi erano sgranati e la fronte imperlata di sudore. «Tu sei pazza!» esclamò. Sophye annuì e premette un po’ di più la punta del coltello sulla giugulare, facendo rabbrividire la sua vittima. Ne uscì una singola goccia di sangue, che colò lungo il collo. «A breve non riuscirai nemmeno più a parlare. Non griderai nemmeno. Nessuno si accorgerà di quello che ti farò, fino a quando non ti ritroveranno.» «Sei così convinta della nostra colpevolezza solo perché una donna ti ha fatto i nostri nomi?» chiese improvvisamente il mercante, parlando a fatica. «Non era solamente la nostra compagnia a volere quel mercato. C’erano altre forze in gioco che hai ottusamente scartato. Mi hai chiesto se ho saputo ciò che hai fatto agli altri commercianti? Sì, l’ho saputo. Ma ancor prima di questo ho saputo delle azioni perpetrate dalla donna di cui ti fidi tanto. Una donna di cui tu, mia cara, non sei certo la prima marionetta.» Sophye strinse la mano sull’impugnatura del coltello e fu tentata di porre subito fine a quella conversazione con un semplice movimento orizzontale, netto e deciso. «Menti!» ringhiò. «Diresti di tutto per salvarti la vita.» L’uomo accennò un sorriso con soltanto mezza bocca. Le labbra si stavano intorpidendo. «Allora come potrei sapere che si chiama Daiyu?»
A quel nome la pelle di porcellana di Sophye impallidì ancor di più. «Metà isola è governata dai portoghesi. Gli stessi che avevano basi d’appoggio nelle Indie e sufficiente influenza per agire contro i tuoi genitori, soprattutto con l’aiuto di quella donna. Quella vecchia ti sta usando per uccidere i suoi nemici, spacciandoli per tuoi. Apri gli occhi e…» La bocca impastata emise qualche suono gutturale. Anche la lingua aveva smesso di funzionare e ora l’uomo era come una statua di bronzo, con gli occhi aperti e fissi su di lei. Sophye avrebbe voluto urlare, chiedere altre informazioni e prove, ma il suo stesso veleno stava privandola di questa possibilità. Si chiese cosa fare: uccidere comunque l’uomo, togliendosi il pensiero, o risparmiarlo, nel dubbio fosse davvero innocente. Strinse ancor di più il pugnale, affondando le unghie nel palmo della propria mano. Infine scacciò i dubbi dal suo cuore e prese la sua decisione.

Racconto: “Il chiodo di garofano” (Parte1)

Nota: Questo racconto di 20 000 battute verrà proposto in tre parti. Si tratta di uno spin-off riguardante la saga “Jolly Roger” da me scritta, ambientato venti anni dopo le vicende narrate nei romanzi.

Kupang, Isola di Timor, Indonesia

1690

Quando Sophye aprì la porta della bottega “Zon en de Maan” fu improvvisamente investita dall’odore ammaliante di erbe e spezie che impregnava il locale, avvolgendola in un abbraccio da cui era difficile staccarsi, se non con un deciso sforzo di volontà. La pelle chiara dell’inglese e i suoi capelli biondi sciolti fino alle spalle erano in netto contrasto con la carnagione mulatta e i tratti orientali dei clienti che affollavano il negozio. Sarebbe sembrata una bambola di porcellana, con due grandi occhi azzurri, se le forme mature e alcune rughe sul viso non avessero suggerito la sua età effettiva, che da poco aveva superato i quaranta. Senza guardare in faccia nessuno si avvicinò al bancone, dove un timorese, pelato e dall’espressione truce, stava attendendo la risposta di una giovane indecisa. Sophye non aspettò il proprio turno: portò la mano delicata sul banco e posò un piccolo bocciolo essiccato.

«Ho un chiodo di garofano» disse con tono piatto, in lingua olandese.

L’uomo le diede un’occhiata di traverso e con la sua voce profonda rispose: «Dove lo seminerai?»

«Tra sangue e ossa. Dove sorgeranno frutti maturi» replicò la donna immediatamente.

Lo speziale annuì e le fece segno, con un semplice gesto del mento, di andare verso la porta sul retro. Poi, nella più totale indifferenza, tornò a dedicarsi alla cliente.

Quando Sophye aprì la porta cigolante poté sentire i soliti schiamazzi di Amos.

«Biscotto! Biscotto!» diceva in lingua inglese agitando le ali all’interno della sua grande gabbia. Era un Ara Ararauna di notevoli dimensioni e dai colori sgargianti, dal giallo all’azzurro.

A un tavolo era seduta una minuta donna indonesiana, i capelli grigi raccolti in una crocchia, intenta a scrivere su un foglio intingendo la penna nel calamaio.

«Sia dannato il giorno in cui mi sono lasciata convincere da te a tenermi questo pennuto!» disse in uab meto, il dialetto locale. Sophye sorrise. Avvicinatasi alla gabbia, aveva già estratto dalla scarsella appesa alla sua cintola di cuoio un piccolo biscotto, porgendolo al pappagallo.

«Viste le sue dimensioni deve avere un certo valore. Non hai trovato nessun acquirente, Daiyu?» chiese la donna nella stessa lingua.

L’indonesiana posò la penna e alzò per la prima volta lo sguardo sottile, dal taglio sfaccettato e a mandorla come una pietra preziosa. «Chiacchiera troppo. Nessun abitante di Timor apprezza questa dote e i signorotti olandesi non amano avere in casa una bestiola che parla inglese. Finirà che dovrò tenermelo fino alla fine dei miei giorni. Questi uccelli sanno sopravvivere ad almeno tre generazioni, che Dio abbia pietà di me! Ma come mai sei qui? Hai qualcosa per me?»

Sophye lasciò l’ultima briciola al pappagallo per poi avvicinarsi al tavolo della donna e posare di nuovo il piccolo chiodo di garofano.

La speziale lo osservò qualche istante per poi incupirsi. «Un chiodo per ogni nome. Deduco che hai risolto la questione con il signor Lodwick. Ha sofferto?»

«Quanto meritava» rispose l’inglese senza tradire alcuna emozione.

Daiyu sospirò. «Quindi sei qui per il quinto e ultimo nome, deduco. Sei sicura di voler arrivare fino in fondo?»

Sophye continuava a fissarla con i suoi occhi grandi e dal colore dell’oceano.

«Per quale ragione dovrei fermarmi?» disse. Non ne aveva motivo: erano responsabili della morte dei suoi genitori! «Non vorrai sottrarti al nostro accordo, spero.»

La vecchia si accigliò, visibilmente irritata di fronte all’insinuazione.

«Sai bene che non lo farei mai. Ho una reputazione e tu sei stata molto preziosa nel fornirci i giusti contatti con la marina inglese. Seppur queste terre non abbiano ancora visto i frutti della nostra alleanza ai danni della Compagnia, riconosco il rischio da te corso in tutta questa faccenda, ragion per cui ti darò anche questo nome. Ma devo comunque avvertirti dei pericoli ancora maggiori che correrai in questo atto finale. In fondo, hai potuto vedere cosa abbiano fatto simili uomini al tuo buon zio Swayne, nelle Americhe, sotto l’ammiraglio Goodwin.»

Sophye tradì per la prima volta un piccolo spasmo di dolore emotivo e deglutì.

«Ai tempi ero solo una ragazzina. Mio zio merita vendetta tanto quanto i miei genitori. Mi ha allevata dopo la loro morte e mi ha insegnato tutto quello che so. Arriverà il giorno in cui anche l’Inghilterra pagherà il suo conto.»

«Tu abbai alla luna. La tua opera ti porterà solo follia, e non esiste acqua in grado di lavare il sangue dalle proprie mani. Qualsiasi giustificazione diamo alle nostre azioni, la coscienza ci porta sempre, inevitabilmente, il conto. Anche per questo intendo chiederti, ancora una volta, se vuoi davvero aggiungere un altro fardello al tuo carico.»

Al silenzio di Sophye, Daiyu sospirò. Prese in mano il piccolo chiodo di garofano, rigirandolo fra le dita ossute e dalla pelle raggrinzita.

«Sai, molti credono che questo piccolo bocciolo nasca davvero dal garofano. Soprattutto in Occidente, dove viene importato. Come le apparenze ingannano! Il nome è dovuto soltanto alla sua forma, che ricorda proprio quel fiore. In realtà viene da tutt’altra pianta, che cresce nelle Maluku.»

Sophye rimase perplessa a quella breve spiegazione, peraltro non una novità per lei.

«Perché mi dici questo?»

L’orientale sorrise. «Perché spesso anche per gli uomini accade questo. Si riempiono di titoli, si danno un’immagine di persone d’onore e per bene, ma in fondo è solo un nome, l’apparenza di qualcosa, quando in realtà sono tutt’altro.» La vecchia speziale si appoggiò allo schienale della sedia, sentendo scricchiolare tutte le proprie articolazioni. «La persona da cui ti sto mandando è uno di questi individui, e si chiama Herman Visscher.»

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