Racconto: L’imbucato

“Ristorante Bellavista? Hanno pensato in grande!” esclamò Giada mentre accostava davanti all’ingresso della struttura.

“Le apparenze ingannano. Hanno riservato solo un piano. Se non sbaglio, quello di sotto.”

Gianluca si guardò nello specchietto e si aggiustò la cravatta bordeaux e le asole della giacca del completo. Diede un bacio sulle labbra a sua moglie e scese.

“Farò tardi. Non aspettarmi alzata.”

Si diresse alla grossa porta di vetro, da cui si poteva vedere il ristorante pieno di persone altrettanto ben vestite. Non conosceva quasi nessuno, ma sapeva che ci avrebbe messo ben poco a farsi dentro in quella cena di lavoro, a creare gli agganci giusti e a lasciare diversi biglietti da visita. Quando varcò la soglia fu subito accolto da musica Jazz di sottofondo e dal brusio di persone in fila davanti a un buffet. Gianluca iniziò a stringere mani ma vide ben presto che a un tavolo ornato di fiori era seduta una coppia di sposi. Si pietrificò e maledì se stesso per aver sbagliato piano. “Quello sopra, stupido! Quello sopra!” si rimproverò. Girò i tacchi, pronto a tornare fuori, quando una voce stridula lo irrigidì.

“Ehi, ma tu sei Max, il nipote di Clara!”

Gianluca sgranò gli occhi e si girò di nuovo, trovandosi di fronte una donna in carne, truccata con dei colori tanto accesi da sembrare parodistici. Doveva avere sui sessant’anni.

“C… Come scusi?” La donna gli prese le guance stropicciandogliele. “Ma come sei cresciuto! Francesca mi aveva detto di averti invitato ma che non saresti riuscito a venire. Com’è vivere in Australia? Eh?”

Gianluca sentì le parole morirgli in gola. Si guardò attorno e notò che diversi presenti avevano smesso di parlare, tendendo l’orecchio a quel nuovo arrivato che suscitava tanta curiosità.

“Non… è poi così male. Ho dovuto solo abituarmi allo sciacquone che gira al contrario. Mi ha scombussolato per settimane. Non possono fare le cose come noi?”

La signora lo fissava con ammirazione e annuiva convinta a quell’invettiva contro gli stranieri. Gli occhi divennero improvvisamente vitrei, però, quando capì che spettava a lei dire qualcosa a riguardo.

“Da non credere” si limitò a rispondere. “E zia Clara? Come sta?”

Gianluca iniziò a divertirsi nell’interpretare quella parte improvvisata.

“Zia Clara? E chi la tiene ferma!” disse con un sorriso affabile.

La signora sembrò non capire bene.

“Ma… sapevo fosse sulla sedia a rotelle!”

Gianluca tossì, come se gli fosse andato qualcosa di traverso.

“Ehm, no, intendevo dire: “è che la tiene ferma… la malattia… l’età… sa…”

“Capisco. E quanto mi dispiace per Franco” aggiunse la donna, abbassando il capo con la faccia intristita. Anche Gianluca la imitò e per un attimo si pentì di quel gioco andato troppo oltre, da cui non si poteva più tirare indietro.

“A chi non dispiace? Quando la morte chiama non si può far…”

“Morte? Come sarebbe? Franco è morto? Io intendevo dire che mi dispiace non sia potuto venire anche lui!”

Gianluca impallidì. La sua bugia stava per essere scoperta e non poteva prevedere l’esito di una situazione del genere.

“Eh… Sì, è morto. Gli è dispiaciuto così tanto anche a lui che il cuore non ha retto e… Non c’è stato niente da fare.”

“Non mi dire!”

“Mancherà a tutti noi. Ma prima di morire, mi ha fatto promettere di godermi la festa e di mangiare anche per lui. Mi è veramente difficile farlo, ma per l’affetto che ci legava lo farò.”

Gianluca prese un calice di alcolico della casa dal vassoio di un cameriere e lo alzò verso tutti quelli che lo stavano fissando.

“A Franco!”

La donna aveva ancora le mani davanti alla bocca, quando lui la oltrepassò diretto al buffet.

“Ora, con permesso.”

La fila era lunga e compatta. Gianluca si alzò in punta di piedi e, alla vista di quel ben di Dio, capì che sarebbe stato comodo continuare a fingere e godersi una serata alternativa, rispetto a un noioso meeting insieme a manichini di legno. Avanzavano a passo di lumaca e poteva sentire il fiato sul collo di quello di dietro. Sapeva di cipolla e si chiese se fosse causato dalle bruschette.

“Ehi!” disse all’improvviso. “Gli sposi vogliono fare delle foto con gli invitati. Hanno però solo cinque minuti. Non credo riescano tutti.”

L’intera fila si fermò e dopo pochi secondi si misero a correre verso il tavolo dei festeggiati. Gianluca si compiacque di se stesso. L’intero tavolo era per lui. Adocchiò della frutta succulenta e staccò un paio di chicchi d’uva. Se li mise in bocca come se fossero pastiglie.

“Bello il centrotavola con la frutta finta!” esclamò all’improvviso un uomo piccolo e magro alla sua destra.

Quelle parole arrivarono nel momento esatto in cui i suoi denti assaggiarono la durezza dell’uva di plastica. Quasi si ruppe un dente e fece un’espressione di disgusto, mista a dolore. Stava per sputarla d’istinto, ma l’uomo lo fissava sorridente.

“Mm” mugugnò Gianluca, annuendo e massaggiandosi il mento come un contemplatore di opere d’arte.

“Mi hanno detto che viene dall’Australia. Di cosa si occupa?”

Gianluca prese un bicchiere vuoto e, anziché farlo riempire dal cameriere, si voltò e vi sputò dentro, tenendolo poi per la parte centrale, così da coprirne il contenuto.

“Oh, sì” disse imbarazzato. “Ecco… vado a caccia di canguri” disse, menzionando l’unica cosa che conosceva dell’Australia.

“Canguri? Ma dai! E cosa ne fate? Li mangiate?”

Gianluca scosse la testa lentamente.

“No, a dire il vero li usiamo per testare tappetini elastici e… facciamo marsupi.”

L’uomo schiuse le labbra e annuì sorpreso. Forse anche lui sapeva ben poco di quello che avveniva dall’altra parte del mondo.

“Tipo Mr. Crocodile Dundee” aggiunse Gianluca, senza però ottenere alcuna reazione.

“Capisco. So che non è mai venuto da queste parti. Deve fare un certo effetto vedere per la prima volta i propri parenti. L’unico che deve averla vista è Mario, quando venne quattro anni fa da voi. Chissà come sarà contento di rivederla! Aspetti che glielo chiamo. Mario!”

Gianluca sentì la mano sulla spalla. Qualcuno lo stava per far voltare e chi se non Mario? Gli unici occhi all’interno di quella sala che avrebbero potuto riconoscerlo! L’istinto ebbe il sopravvento. Alzò veloce il calice, rovesciandone il contenuto in faccia al nuovo arrivato. Solo in quel momento, Gianluca si accorse di non avere più liquido nel bicchiere, ma solamente il chicco di plastica sputato in precedenza. Questi schizzò come un proiettile proprio sull’occhio di Mario, che si portò una mano alla faccia, gemendo e muovendosi alla cieca.

“Oh, mi dispiace. Vada a mettersi un po’ d’acqua fresca.”

Mario annuì e si allontanò verso il bagno. Il pericolo era scampato. Gianluca sospirò. Quel matrimonio stava diventando un’Odissea. Doveva andarsene il prima possibile. Si pentì di aver provato a imbucarsi.

“Ed ora, signore e signori, il lancio del bouquet!” disse una donna sui quarant’anni, tirata a lucido in un vestito a tubino blu elettrico e su dei tacchi dodici. Molte ragazze ridacchiarono, mentre si mettevano in fila dietro alla sposa, che dava loro le spalle.

Gianluca si appoggiò al tavolo e sentì le dita sprofondare in qualcosa di morbido e appiccicoso. Quando vide di aver messo la mano in una crostata, se ne disgustò. Cercò un tovagliolo con cui pulirsi ma non ne vide neanche uno.

“Attento!” esclamarono alcuni invitati. Si voltò in tempo per vedere il bouquet arrivargli addosso. Alzò la mano e lo prese al volo appiccicandolo alle dita sporche di marmellata. Provò a scrollarlo ma non si staccava.

“Ha il bouquet! La prima che lo prende si sposa, forza!” disse una delle damigelle. La massa di zitelle urlanti cominciò a galoppare verso di lui come un branco imbizzarrito. Gianluca si lasciò sfuggire un grido acuto che avrebbe fatto invidia a Freddy Mercury. Corse verso la prima porta che trovò, quella antipanico.. La spinse e si ritrovò nelle scale interne. Si voltò, le donne erano ancora alle sue calcagna.

“Quello è lo scapolo australiano! È mio!” disse una voce.

Gianluca riprese la salita con il fiatone. Giunse al piano superiore e aprì la porta, varcandone in fretta la soglia e richiudendola alle proprie spalle. Il pavimento era in legno e delle luci molto forti, di alcuni faretti, illuminavano quello spazio ristretto. Davanti a lui, un uomo, in piedi, parlava al microfono di un leggio. Era il suo direttore.

… e per questo premio non posso che ringraziare la persona che amo e che riscalda ogni giorno il mio cuore, stimolandomi a dare il meglio nella mia professione” stava dicendo con il sorriso stampato sulle labbra. Gianluca fece un passo in avanti, trovandosi sotto il fascio di luce. Davanti a lui l’intera platea di invitati al meeting. Gli occhi di tutti erano sgranati, increduli. Lui non capì subito perché lo stessero fissando, fino a che, alzando la mano, si ricordò di avere ancora incollato ad essa il mazzo di fiori.

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Racconto “A casa loro”, di Gabriele Dolzadelli

Dalla vetrata del ristorante si poteva vedere il porto. Si riusciva a vedere meglio quello che la calca di giornalisti non riusciva a raggiungere per via delle transenne.
«Dicono che li rimanderanno indietro.»
Jessica stava masticando ancora la cotoletta e non sembrava attratta dalla vista del barcone e dei profughi.
«Se sono riusciti a fare un viaggio d’andata, non sarà un problema farlo al ritorno!»
Caterina annuì poco convinta.
«E poi, hai sentito?» proseguì l’amica. «Questi hanno gli smartphone e i vestiti firmati. Non fuggono di certo dalla guerra, suvvia!»
«A proposito, bella borsa. L’hai presa con i saldi?»
«Uh, grazie. Ti piace?» disse Jessica accarezzandola. «Un regalo di Domenico. Meno male che c’è lui, altrimenti mi perdo sempre queste belle occasioni. Sai, mi dimentico sempre il portafoglio a casa, ultimamente.»
«Anche oggi?»
«Anche oggi!» esclamò Jessica con teatralità, sgranando gli occhi. «Paghi tu, vero tesoro? Poi dico a Domenico di saldare il debito.»
Caterina sospirò. Non era la prima volta che si trovava in una situazione simile con lei e Domenico faceva orecchie da mercante.
«Sì, certo. Hai sentito della fuggitiva?»
«Quale fuggitiva?»
«Quella sfuggita ai controlli, no?»
«Ancora con questi profughi? Siamo venute qui a Lampedusa per un po’ di mare e di relax, non per parlare di questa gente, su!»
«Scusami.»
«E oggi ci faremo una bella giornata in spiaggia. Spero che non mi inquadri qualcuno di quei giornalisti, che sono uscita proprio trasandata.» Jessica infilzò la forchetta nell’ultima porzione di carne.
«Ma no, tesoro. Sei uno schianto. Hai preso anche un bel colorino. Ancora qualche giorno e tornerai a casa nera come il carbone.»
Jessica ridacchiò e si sporse verso l’amica, tornando seria.
«Ci credi che non mi hanno ancora portato le patatine? Questi qua dopo mi sentono.»
«Non fare scenate, dai. Anche i cuochi saranno fuori a guardare che succede.»
«A guardare cosa? Questi stanno meglio di noi. Se sapessero i problemi che abbiamo qui. Ti ho già detto che Nicola vuole smettere di suonare il violino?»
«Davvero?»
«Certo! Ma che problemi hanno i ragazzini di oggi? Se io avessi avuto le loro opportunità. Solo pensieri, guarda, una vita così stressata non la auguro a nessuno. Ma queste patatine?»
«Sta arrivando.» Caterina indicò il cameriere, che si accostò per appoggiarle sul tavolo.
«Alla buon’ora!» si limitò a dire Jessica, assecondando la volontà dell’amica. «Dove eravamo rimaste?»
«Spero davvero che non ci filmino. Immagini che figure?»
Caterina stava ancora guardando fuori dalla vetrata, inevitabilmente attratta da quelle immagini.
«Già ce le vedo quelle gallinelle, a prenderci in giro per il fatto di essere andate in vacanza in mezzo agli immigrati.»
«Attenta che scottano!»
Jessica non l’aveva ascoltata e aveva morso una patatina. La sua smorfia diceva tutto. Spalancò la bocca e piegò la lingua, facendosi aria con la mano verso il palato.
«Ohio, mi oho scohaha a ingua!»
«Lo sapevo! Sei la solita ingorda. Ascolta, lascia qui tutto. Ora andiamo in spiaggia e non pensiamo più a nient’altro ok? Vado a pagare.»
«Shi, azie.»
Mentre Caterina andava alla cassa, Jessica uscì dal locale.
«Documenti, prego.»
Jessica si voltò e vide davanti a sé due carabinieri in divisa.
«Io? Ho imennicao il pottafoi in abeggo!»
«Cosa ha detto?» Il carabiniere guardò il collega, il quale alzò le spalle.
«Questi parlano tanti di quei dialetti. Chiamo il traduttore?»
«Dopo. Avvisa intanto che, forse, l’abbiamo trovata.»
Jessica non poteva crederci. «Soho itaiana! Cateina!»
Il carabiniere prese la ricetrasmittente.
«Abbiamo una donna che inveisce in arabo e non ha i documenti. Mulatta, sui quarant’anni.»
«Quahant’anni?» Come si permetteva? Di anni ne aveva solo trentasette e li portava pure bene.
Vicino a loro arrivò una troupe televisiva. Fu montata una videocamera su un treppiedi e una donna, vestita in tailleur si mise davanti all’obbiettivo con un microfono in mano.
«Siamo qui a Lampedusa a comunicarvi il ritrovamento della donna fuggita nella mattinata…»
Caterina uscì in quel momento dal locale e Jessica la guardò speranzosa.
«Che succede?»
Uno dei carabinieri si fece avanti.
«Signora, lei conosce quest’immigrata?»
La donna si ritrovò il microfono della giornalista contro la bocca e alternò occhiate dal viso stralunato di Jessica alla videocamera. Milioni di italiani attendevano la sua risposta, anche le amiche, le colleghe di lavoro e tutte quelle del gruppo whatsapp delle mamme.
«Io? Figuriamoci. Non ci ho nulla a che fare!»
Il carabiniere annuì.
«Prendiamola.»
L’afferrarono per le braccia e la trascinarono via.
«Catehina!!!»
La giornalista si rimise in posa e toccò l’auricolare che aveva all’orecchio.
«Come già detto si vedrà di rimandare al mittente la nave appena sbarcata, seguendo le nuove normative che prevedono…»
Caterina si avvicinò alla terrazza che dava sul mare, su cui c’erano alcuni tavolini del ristorante. La vista era stupenda anche da lì. Osservò la nave e le persone attorno, piccole come formichine.
«Buon viaggio» disse, dirigendosi alla spiaggia.

Racconto: “Il chiodo di garofano” (parte3)

Terza e ultima parte del breve racconto spin-off. Se vi siete persi le altre due, potete recuperare ai seguenti link la prima e la seconda. Buona lettura e fatemi sapere cosa ne pensate.

«Ho un chiodo di garofano.»

«Dove lo seminerai?» chiese il timorese.

«Tra sangue e ossa. Dove sorgeranno frutti maturi.»

Seppur fosse un viso noto all’uomo, quel rito era richiesto ogni volta, forse per ribadire un concetto.

Questa volta, quando aprì la porta, Amos era in silenzio e con il becco si grattava sotto un’ala. Daiyu era in piedi, dando le spalle all’ingresso. Con l’indice stava scorrendo alcuni barattoli da uno scaffale, cercando una spezia in particolare. Sentì i passi di Sophye e si voltò curiosa, silente, attendendo il resoconto della donna in merito a quello che doveva essere il suo ultimo omicidio.

Sophye si avvicinò alla scrivania dell’orientale e posò su di essa il solito bocciolo. Il volto di Daiyu si incupì.

«Un chiodo per ogni nome, mia bella inglese. Se la memoria non mi tradisce, la scorsa volta ti ho dato l’ultimo della lista. Quale nome mi chiedi, ora, con questo simbolo?»

«Quello vero» rispose lei con decisione, ma con una voce più debole di quanto avrebbe pensato.

Daiyu si sedette e, accigliata, mise una mano al mento.

«Qualcosa, o meglio dire, qualcuno, ha messo in te il tarlo del dubbio? Sai che per salvare la propria anima un uomo direbbe di tutto, anche la più ignobile menzogna.»

Sophye si posizionò davanti a lei, imponendosi un’aria risoluta.

«Sicuramente è così. Ma in questo caso, sentirlo implorare mi ha fatto riflettere. La domanda che mi sono posta, innanzitutto, è stata: se la mia informatrice fosse davvero dalla parte dei portoghesi, per quale ragione avrebbe voluto i miei agganci alla compagnia inglese? Non avrebbe avuto senso, a meno di non voler morti anche questi ultimi, per agevolare i suoi veri alleati. Così ho provato a cercare di nuovo le mie conoscenze, di cui ti avevo fatto i nomi, e, guarda caso, sono tutti morti in circostanze misteriose. È bastato così poco per capire quanto sono stata cieca e ingenua. Stai facendo piazza pulita dei nemici del Portogallo, per assicurargli il completo dominio su Timor e sulle altre isole. Hai lasciato a me gli olandesi e ti sei occupata dei britannici.»

Per la prima volta, Sophye vide i tratti dell’indonesiana contrarsi. Perfino la mano rugosa strinse le dita.

«Tu non immagini nemmeno quello che ho passato. Mio marito era un importante mercante e aveva numerosi amici a Bombay e a Surat. Ma agli inglesi non bastava commerciare con noi. Volevano agire direttamente sul mercato e tuo padre era il promotore di questa iniziativa. Dovevamo fare qualcosa se non volevamo soccombere, e l’abbiamo fatto. Gli olandesi, però, non hanno gradito il potere che stavamo consolidando. Avevano già fatto scempio della nostra terra, l’isola di Banda, massacrandone gli abitanti e cacciando i superstiti. L’hanno riempita di galeotti e schiavi e, com’erano ormai abituati, hanno arraffato anche quello che era nostro, che avevamo costruito col sudore. Hanno ucciso mio marito e sequestrato le sue navi. Solo per miracolo sono riuscita a fuggire fin qui, cambiando nome e rifacendomi una vita con il denaro che mi era rimasto. Mi è bastato poco per capire come vendicarmi aiutando il governo portoghese in questa metà dell’isola, ma non avrei mai potuto fare alcune azioni così rischiose e orribili da sola. Non ho più l’età per agire. Quando un informatore mi ha parlato del fatto che la figlia dei Doyle era sbarcata nelle Molucche facendo domande, non potevo non cogliere l’occasione.»

Sophye fece un passo in avanti, con un odio tale da farle tremare leggermente la mano, mentre puntava l’arma contro la donna anziana.

«Sei un essere spregevole.»

«Credi che i tuoi genitori non avrebbero fatto lo stesso?» la provocò la donna. «Il mercato è anche questo. Vince il più forte, e le spezie valgono molto più dell’oro. Sei figlia di mercanti, lo sai bene anche tu.»

Il pappagallo, forse intuendo la tensione nella stanza, cominciò a sbattere le ali.

«Uccidila! Uccidila!» gracchiò con insistenza.

Sophye sospirò, allargando le narici. «Dovrei, ma forse meriteresti qualcosa di peggio.»

L’orientale scosse il capo.

«Non stava dicendo a te.»

Sophye vide un’ombra dietro di sé e non fece in tempo a voltarsi che il timorese, che stava solitamente di guardia al negozio, l’afferrò per la gola, scaraventandola sulla scrivania e facendo volare per terra tutti i fogli e la boccetta con l’inchiostro.

Sophye cercò di brandire il pugnale, ma le cadde. Afferrò i polsi dell’uomo, che come tenaglie erano inamovibili dalla sua gola. Annaspò, la vista annebbiata. Scalciò e provò anche a tirare dei pugni sulle possenti braccia, ma non sortì alcun effetto.

Udì a malapena lo sparo, la testa già persa in un limbo oscuro. La presa si allentò e il timorese scivolò al suolo, accasciandosi. Dietro di lei, presso la porta, c’era Herman Visscher, la pistola fumante in pugno.

Altri uomini si accalcarono dietro di lui, con le divise delle guardie della compagnia olandese.

Sophye fece per rialzarsi, quando sentì un lamento provenire vicino a sé. Si voltò e vide la vecchia Daiyu riversa sulla propria sedia: aveva raccolto il pugnale di Sophye e se l’era conficcato nel petto con entrambe le mani, preferendo la morte alla cattura.

Gli uomini riempirono la stanza e Visscher tese la mano a Sophye, aiutandola a rimettersi in piedi.

«Quest’uomo è colui che mi ha aggredito nella mia sala, responsabile di ben quattro omicidi, mentre questa donna» indicando il cadavere della orientale sulla sedia. «altri non è che la mandante a cui abbiamo dato tanto la caccia e che si faceva chiamare Li Daiyu.»

«La donna?» chiese uno degli uomini.

«Un semplice ostaggio. Me ne occuperò io.»

Gli uomini si guardarono attorno, cominciando a perquisire la stanza alla ricerca di ulteriori prove per chiudere definitivamente la faccenda. Sophye, una volta ripresa, si accostò all’uomo.

«Ce ne avete messo di tempo. Non è così che si ringrazia chi vi ha fatto dono della vita e vi ha consegnato un nemico mortale nel giro di ventiquattr’ore.»

Visscher non le rispose. Le prese la mano e le mise nel palmo un piccolo chiodo di garofano, il suo, che aveva lasciato sulla scrivania di Daiyu.

«Questi affarini sembrano fiori garbati che crescono nelle serre europee, eppure in realtà il loro profumo pungente matura nel cuore buio delle terre più selvagge ed esotiche. Daiyu l’aveva scelto a mo’ di scherno, ma non si è mai resa conto di quanto vi si addica. Doveva avervi confuso per qualcosa di molto più… domestico.»

Sophye guardò il piccolo bocciolo essiccato nel suo palmo, ma non rispose. L’uomo sorrise.

«Cosa ne farete?»

Sophye lo strinse in un pugno.

«Lo seminerò» disse. «Tra sangue e ossa. Dove sorgeranno frutti maturi.»