Fino a che punto è vantaggioso il Self Publishing?

Buongiorno amici lettori.

Oggi torno a parlare di Self. In molti di voi sapranno quanto mi stia a cuore la tematica dell’autopubblicazione. Dal 2014 a oggi ho autopubblicato cinque romanzi, facenti parte della saga Jolly Roger, e ho fondato il gruppo Facebook Self Publishing Italia (che oggi conta tra i 1200 e i 1300 iscritti).

Sono da sempre, quindi, stato promotore di questa scelta, senza demonizzare mai l’editoria tradizionale, ma evidenziando i vantaggi del fare tutto da soli. Per esempio, si possono gestire le promozioni autonomamente, così come i prezzi o le tematiche che si vogliono trattare (cosa che i cataloghi ferrei e le leggi del mercato spesso non permettono di fare con i medio/grandi editori). C’è anche il vantaggio dei profitti e ultimamente si sta superando molto bene l’ostacolo della presenza alle fiere, con collettivi e associazioni culturali che prendono sotto le proprie ali gli autopubblicati riducendo drasticamente i costi degli stand.

Allora perché, con il mio sesto romanzo, mi sono messo a cercare un editore?

In questo post vorrei spiegare quelli che sono i limiti del self che mi hanno portato a questa decisione. Sono essenzialmente questi:

  1. la presenza nelle librerie fisiche. Non posso lamentarmi delle vendite ottenute dalla saga Jolly Roger con il digitale (sono comunque riuscito a raggiungere una quota che supera le 4000 copie sul totale), ma il tarlo di non poter arrivare alle librerie fisiche è difficile da debellare. Perché diciamocelo, per un self è impossibile arrivarci e poter essere esposto senza le difficoltà del conto deposito è qualcosa che è sicuramente gratificante per un autore. Inoltre, gran parte del mercato letterario è ancora cartaceo. Non si può puntare, quindi, a numeri più grandi rimanendo ancorati all’e-book (terreno fertile per i self);
  2. i premi letterari. Se si vuole ambire almeno una volta nella vita a un premio letterario, bisogna tener conto che le possibilità aumentano parecchio se si ha alle spalle una CE medio/grande. Parlo di premi quali Bancarella, Strega, Campiello e via dicendo;
  3. il pregiudizio ancora molto forte nel nostro paese. Il self si è fatto sempre più spazio e ha conquistato molta fiducia da parte dei lettori grazie al buon lavoro svolto da diversi autori nel proporre prodotti di qualità. Però ci sono ancora tante opere mal curate e questo porta molte persone a storcere il naso quando si parla di autopubblicazione e a non prendere seriamente la categoria. A questo aggiungiamo che perfino noi stessi non ci sentiamo mai pienamente appagati, nonostante i risultati (almeno, a me è accaduto più volte questo).

In sintesi: fino a che punto il self è vantaggioso? La risposta che darei io è: fino a che ci si pone obiettivi puramente economici. Se si vuole soltanto raggiungere una certa entrata mensile, allora la strada migliore, attualmente, è il self. Molti autopubblicati guadagnano e vendono molto più di tanti autori editi da colossi. Se, però, si vuole far crescere il proprio curriculum e raggiungere traguardi importanti dal punto di vista della professione, credo si debba passare anche all’editoria. Forse la via migliore è divenire autori ibridi, lasciando i progetti più arditi all’autopubblicazione e quelli più solidi a un editore in grado di portarti su uno scaffale.

Voi che ne pensate?