Ho letto: “L’isola del tesoro”.

Buona sera amici lettori.

Lo so, lo so. Non scrivo da molto tempo ma, complici le meritate ferie, ho fatto un viaggio fuori dal continente che è durato quasi quanto ci ho messo a riprendermi. Finalmente il fuso orario sembrerebbe avermi lasciato in pace.

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Durante la mia assenza, ho comunque potuto fare diverse letture, mettendo in valigia soprattutto dei classici. Oggi vi parlerò di un capo saldo dei romanzi d’avventura, che, avendo scritto una saga ad ambientazione piratesca, non potevo esimermi dal leggere. Sto parlando de: “L’isola del tesoro”, di Robert Louis Stevenson (1850-1894).

Il romanzo è stato scritto nel 1883 ed è interessante come la sua stesura fu dovuta essenzialmente per allietare il figlio di Stevenson, venendo poi pubblicato a puntate anche per altri lettori.

Mi sono approcciato a questa storia con molto entusiasmo, non solo per la trama, che un po’ già conoscevo, ma anche perché sapevo che avrei imparato qualcosa in più nel narrare una storia ambientata in quell’epoca e perché avrei trovato molti collegamenti alla serie televisiva ispirata al racconto: Black Sails.

La trama in poche parole: un giovane ragazzo di nome Jim Hawkins, gestisce una locanda insieme alla madre e al padre malato. La normale routine viene però spezzata dall’arrivo di un pirata, Billy Bones, che paga vitto e alloggio.

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Billy Bones da giovane, nella serie televisiva Black Sails.

Quest’uomo nasconde una mappa che conduce al tesoro del defunto capitano Flint, con cui aveva navigato, ma teme che gli altri vecchi membri della ciurma lo vogliano uccidere per impossessarsene. Alla morte del padre e, successivamente, di Billy Bones, il giovane Jim decide di partire per l’isola misteriosa insieme al conte Trelawney e al dottor Livesey, trovando nave, capitano ed equipaggio per la traversata. Durante il viaggio, però, scopriranno che la maggioranza degli uomini a bordo sono proprio i membri della ciurma di Flint, capeggiati dal cuoco, un uomo senza gamba soprannominato Long John Silver. 792c38c96cdc8e070cee21a248c49087-pirate-garb-luke-arnold-black-sails

 

Un giovane Long John Silver, nella serie televisiva Black Sails.

Inizierà una dura lotta alla sopravvivenza in cui ogni parte in causa cercherà di appropriarsi del cospicuo bottino.

 

Come potete ben vedere, la trama architettata da Stevenson è semplice ma ben fatta. Oggi potremmo pensare che pecchi di originalità, ma, al contrario, all’epoca non esistevano romanzi di questo tipo, tanto che lo scrittore stesso fu il padre dell’immagine che oggi abbiamo del pirata dalla gamba di legno, col pappagallo sulla spalla, alla ricerca di un tesoro sepolto con una mappa recante una X! Difatti, tutti questi stereotipi erano molto lontani dalla realtà storica.

Durante lo svolgimento della trama principale, il ritmo non è mai piatto. Abbiamo diversi ribaltamenti di fronte, a volte inaspettati, insieme a situazioni e dialoghi molto vivi, che difficilmente annoiano (l’unico punto in cui ho notato un certo calo è quando Jim tenta da solo di mandare la nave alla deriva, ma poi si riprende molto bene).

 

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Ben Gunn, personaggio della serie che ritroviamo nel romanzo, disperso sull’isola da qualche anno.

I personaggi hanno una certa profondità e questo mi è piaciuto molto. Seppur conosciamo solo il passato di Jim, tra tutti i protagonisti, attraverso le parole e le azioni percepiamo il forte senso di giustizia del dottore, l’ingenuità del conte, il cinismo del capitano e la spietata avarizia di alcuni pirati. L’unico personaggio difficile da interpretare rimane proprio Lon John Silver, ma è proprio questo il bello del romanzo.

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Israel Hands. Il quarto pirata presente sia nella serie televisiva Black Sails che nel romanzo di Stevenson.

Silver alterna attimi di bontà, nei confronti del giovane Jim, ad altri di incredibile sadismo. Si dimostra intelligente, scaltro e dall’abile e persuasiva parlantina. Non si può non rimanere affascinati da questa figura ed è proprio lui a trascinarci pagina dopo pagina fino all’epilogo.

 

Ho notato, inoltre, che il linguaggio adoperato utilizza molte ripetizioni e le frasi appaiono, a volte, sconnesse, seppur se ne capisca il senso. Non so se si tratta del modo di parlare dell’epoca o dell’ambiente dove è collocata la storia, o se si tratta semplicemente di alcune pecche nel lavoro di traduzione (la mia copia è edita dalla Newton Compton). A parte questo è un romanzo che consiglio a tutti e che bisogna assolutamente leggere almeno una volta nella vita.

Divertirsi con gli easter egg.

Buongiorno amici lettori.

Come state? L’altro giorno sono andato a vedere al cinema il film Marvel “I guardiani della galassia vol.2”. Non sto a raccontarvi in questo post le mie impressioni sulla pellicola, ma voglio concentrarmi su una cosa che ha catturato la mia attenzione.

Oltre al solito cameo di Stan Lee, che si diverte ad apparire in tutti i film della saga di supereroi, ho potuto notare in una scena l’apparizione di un personaggio fumettistico/cinematografico che, come comparsa, conversava amabilmente con altre persone sullo sfondo. Di chi si trattava? Di Howard il Papero. Forse non tutti se lo ricorderanno, ma nel 1986 George Lucas e Gloria Katz produssero un film ispirato a questo strambo personaggio dei fumetti. All’epoca fu un flop, ma col tempo divenne un cult, tanto che anche chi, come me, è nato qualche anno dopo ha potuto vederne la riproduzione in tv (si tratta del papero nella foto principale dell’articolo).

Perché far apparire Howard, slegato alla serie di film attualmente in circolo seppur sempre appartenente all’universo Marvel? E soprattutto, perché farlo comparire se non ha nulla a che vedere con la trama e non influisce minimamente sulla storia?

La risposta sta in una semplice parola: easter egg. Ma che cos’è un easter egg? Letteralmente significa “uovo di pasqua” e rappresenta l’idea di una sorpresa nascosta all’interno del film, della serie tv o del romanzo. Sono dettagli o rimandi creati appositamente per i fan più accaniti o, a volte, per un semplice sfizio dell’autore. Ce ne possono essere di diversa natura. Ve ne elenco alcuni:

  1. quelli che fungono da citazioni a opere a cui il regista/scrittore è affezionato;
  2. quelli che rimandano ad altri film/libri dell’autore stesso;
  3. quelli che si collegano ad aspetti secondari dello stesso film/libro.

Per poter fare degli esempi concreti, voglio mostrarvi alcuni easter egg presenti nella saga Jolly Roger, dove sono presenti tutte e tre le categorie.

  1. Riferimenti a opere esterne, soprattutto di genere piratesco.

«Potrei risolverla io con il loro capitano. Come si chiama? Threepwood?» Yan accennò una risata. «Vuoi chiarire con un uomo che dice di aver visto una scimmia a tre teste? Non ne caveresti nulla. Preferisco sbrigarmela da me. (Jolly Roger vol.3 “I fratelli della costa”)

In questo caso la citazione è della saga videoludica “Monkey Island” in cui il capitano Guybrush Threepwood riusciva a fuggire dagli avversari fingendo di vedere alle loro spalle una scimmia a tre teste.

«Come hai detto che ti chiami?» «John McKenzie, signore» rispose il barbuto con fierezza. «John» ripeté il pirata annuendo. Si volse verso il suo quartiermastro facendo una smorfia. «Monsieur Stevenson, vi ho chiesto un cuoco. Il massimo che sapete propormi è uno zoppo dalla gamba di legno? Ci avete messo più impegno quando mi avete procurato quel pappagallo che chiedeva pezzi da otto!» (Jolly Roger vol.4 “La torre del ribelle”)

Qui il riferimento è al romanzo di Robert Louis Stevenson “L’isola del tesoro”. Il pirata Long John Silver, nel libro, si fa arruolare come cuoco sulla nave del protagonista ai fini di impossessarsi del tesoro che questi intende trovare. Silver è un personaggio noto per la sua gamba di legno e ha con sé un pappagallo appartenuto al capitano Flint che aveva l’abitudine di dire “pezzi da otto!”

Troviamo anche il nome della nave di lord Archer, l’Arkadia, che omaggia la serie animata Capitan Harlock, e la frase pronunciata dal pirata Quentin Ember, in due occasioni, “temi la morte?”, che ricalca quella di Davy Jones nei “Pirati dei Caraibi”.

2) Quelli che rimandano a libri dello stesso autore.

Anche sotto questo aspetto mi sono sbizzarrito. Si tratta di dettagli che non è sempre facile cogliere a una prima lettura, ma che mi è piaciuto creare per formare un universo compatto e circolare. Ad esempio, nel primo volume, Sid, John ed Elisabeth arrivano in piazza e tre uomini stanno per essere impiccati. Si tratta di John Smallwood, Henry Sullivan e Santiago Ramirez.

Nel prologo del terzo volume, in un flashback, troviamo Mendoza, in una locanda di Tortuga, che viene provocato proprio da questi tre uomini. Jorge Ximenez, discutendo con questi, si augura di poter assistere, un giorno, alla loro esecuzione pubblica.

3) Quelli che si collegano ad aspetti secondari dello stesso libro.

Anche in questo caso ho creato diversi dettagli che, se colti, possono svelare ulteriori misteri in merito al racconto. Non menziono quelli più importanti così da non spoilerarvi nulla, nel caso non abbiate ancora iniziato a leggere la saga. Piuttosto, vi menziono soltanto un easter egg minore, come il fatto che, nel primo romanzo, nello spettacolo di burattini della compagnia dei Gatti di Strada vengano rappresentati un pirata dalle folte sopracciglia e una donna con l’uncino al posto della mano. Questi, altro non sono che Miguel Mendoza e la piratessa Saph.

Insomma, gli easter egg sono qualcosa di estramente divertenti per chi ama scrivere. E voi? Li amate? Ne fate uso?

Al prossimo post, ciurmaglia!

Black Sails: tiriamo le somme.

Buongiorno a tutti, amici lettori.

Oggi chiacchieriamo di una serie televisiva che, seppur di nicchia, ha saputo avere negli ultimi anni un discreto seguito. Stiamo parlando di Black Sails, serie della Starz, composta da quattro stagioni e ultimata poche settimane fa.

Visto l’argomento della pirateria, di cui ho trattato nella saga letteraria Jolly Roger, mi sembra giusto parlarvi anche di questa serie. Difatti, Black Sails parla proprio di pirati, ambientando la trama agli inizi del 1700 nell’isola delle Bahamas, più precisamente nella cittadina di Nassau.

Il filone centrale, su cui si basano tutti gli episodi, è il ritrovamento di un ricco carico d’oro su un galeone spagnolo e la conseguente contesa fra i pirati per il suo possesso. Attorno a questo fulcro ruotano le storie di pirati famosi (Barbanera, Charles Vane, Calico Jack e Anna Bonnie) ben miscelate a quelle di pirati di fantasia, estratti dal romanzo “L’isola del tesoro” di Stevenson (Long John Silver, Billy Bones e il capitano Flint). Queste quattro stagioni, infatti, fanno da prequel al romanzo appena citato.

Devo dire che non era facile trattare dal punto di vista televisivo questa tematica. Difatti, l’ambientazione piratesca è vittima del peso ingombrante della saga Disney dei “Pirati dei Caraibi” che ormai ha reso stereotipata la figura del bucaniere, facendola associare nelle menti delle persone a quella di Jack Sparrow.

Black Sails, però, riesce bene nell’impresa e punta sul realismo di ciò che racconta, rispetto alle avventure rocambolesche e fantasiose della ciurma della Perla Nera, tra fantasmi, uomini pesce ed elisir della vita eterna. Qui abbiamo uomini che combattono per la libertà, per la sopravvivenza, in un clima crudo e violento, dove ambizione e orgoglio sono gli elementi dominanti.

L’unico punto a sfavore, che mi sento di dare a questa serie, è l’eccessivo uso di scene sessualmente esplicite, in gran parte gratuite, che sembrano avere l’unica intenzione di far parlare di sé e spiccare, destando l’attenzione di tutti con qualcosa di forte, al limite del pornografico (Il Trono di Spade insegna).

Al di là di questo e di alcuni episodi dove i dialoghi sono risultati un po’ troppo meccanici e arzigogolati, la serie dimostra ottima qualità, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi e nella loro evoluzione. Tra tutte, quella del giovane John Silver, inizialmente cuoco di un mercantile, che si ritrova invischiato in faccende più grandi di lui che col tempo impara a gestire, facendosi influenzare dalla personalità oscura di Flint fino a diventare il famoso pirata dalla gamba di legno, capace di azioni crudeli e prive di alcuno scrupolo.black-sails-finale-flint-ending-theory

In conclusione, non posso che ritenermi appagato, al termine di questa serie. L’ho trovata notevolmente realistica e a tratti perfino istruttiva. Rispecchia molto bene gli usi e i costumi dell’epoca e il fatto stesso che, una volta terminata, non ho potuto resistere alla tentazione di comprarmi il romanzo de “L’isola del tesoro”, significa che il suo scopo l’ha pienamente raggiunto.

Al prossimo post!