I romanzi che ho letto nel 2018

Buongiorno a tutti.

Ci lasciamo alle spalle il 2018 e, come tanti, uso questo pretesto per tirare un po’ le somme e disegnare i propositi per il prossimo anno.

Nel 2018 ho raggiunto risultati importanti. A gennaio ho concluso la saga Jolly Roger con l’ultimo volume, il quinto, intitolato: Il piano di Archer.

Ho anche partecipato al torneo IoScrittore per la prima volta, con un altro romanzo che avevo scritto questa primavera. Anche se non sono riuscito a vincere, ho lavorato duramente su questo manoscritto insieme a un editor molto professionale e ora vorrei provare a cercare un editore. Vedremo.

Ci sono stati anche diversi eventi che mi hanno visto partecipe. Per esempio ho partecipato al Novara in Bionda, sfidando altri 19 autori con in mano una birra, parlando cinque minuti a testa del proprio romanzo. Il pubblico ha votato e sono arrivato 9° su 20. Un risultato che mi ha soddisfatto parecchio, considerando che c’erano autori del calibro di Simone Sarasso, Paolo Roversi e Rosa Teruzzi, insieme a molti altri.

Ho anche avuto il piacere di sperimentare la prima bancarella a Sestri Levante, alla fiera di Libri in Baia, dove ho anche tenuto una conferenza sul Self Publishing insieme alla editor Sara Gavioli.

Insomma, una saga chiusa (e per me già questo vale tantissimo), un altro romanzo concluso ed eventi nuovi, mai fatti prima. Questo mi fa sentire a un gradino più in alto, consapevole di aver raggiunto qualcosa, di aver fatto un passo in avanti.

Ho anche letto molto. Pure questo mi ha dato molte soddisfazioni. Qui vi metto l’elenco delle mie letture. Di alcune si possono trovare anche le recensioni qui sul sito.

Incubo (Wulf Dorn)

Dannati (Glenn Cooper)

Mosaico (Marco De Luca)

La freccia nera (Robert Louis Stevenson)

Misery (Stephen King)

Il buio dentro (Antonio Lanzetta)

La luce dell’impero (Marco Buticchi)

L’atlante dell’invisibile (Alessandro Barbaglia)

La torre nera (Stephen King)

Il rumore del pallone sul cemento (Dario Santonico)

Citizen Band (Gianni Marchetti)

Fiori sopra l’inferno (Ilaria Tuti)

La cattiva strada (Simone Sarasso)

Il bacio del lago (Sunny Valerio)

Il ritratto di Dorian Gray (Oscar Wilde)

La vera storia del pirata Long John Silver (Bjorn Larsson)

Alice nel paese delle meraviglie (Lewis Carroll)

On writing (Stephen King)

Lo strano caso del dottor Jackiel e Mr Hyde (Stevenson)

Allegra! (Emanuele Martinelli)

Il mistero dell’isola di ghiaccio (Miriam Briotti)

Il tutto, per un totale di 21 romanzi. Mi ero promesso di arrivare a 20, quindi sono felice del risultato.

E per l’anno prossimo? Beh, spero di arrivare a 30 romanzi letti, di pubblicare il libro che ho nel cassetto, di terminare la stesura di un romanzo di fantascienza che sto scrivendo ed essere più attivo sul blog. E voi? Quali mete vi siete posti per il 2019?

Ho letto “L’Atlante dell’Invisibile”, di Alessandro Barbaglia

Buongiorno, amici lettori.

Sono finalmente tornato dalle vacanze e posso dirmi davvero soddisfatto delle letture che ho affrontato in questi giorni. Questo sia per il numero di romanzi letti (8 in due settimane) e sia per la bravura dei rispettivi autori. Nei prossimi giorni, quindi, scriverò degli articoli in cui metterò nero su bianco le mie impressioni. Partiamo dal primo romanzo: L’Atlante dell’Invisibile”, di Alessandro Barbaglia.

Conobbi di persona Alessandro alla fiera Libri In Baia a Sestri Levante, tenutasi l’Ottobre dell’anno scorso (se non ci siete ancora andati, fatelo quest’anno. 13 e 14 Ottobre!) e già lessi il suo primo romanzo: “La Locanda dell’Ultima Solitudine”, edito Mondadori e finalista al Premio Bancarella 2017. Se volete leggere anche cosa ne penso di quel libro cliccate qui.

Non potevo perdermi anche questa sua seconda opera e il caso ha voluto che finissi per sfogliarne le pagine nello stesso posto in cui avevo letto “La Locanda dell’Ultima Solitudine”, ossia in una baita in montagna.

Ecco la trama:

Ismaele, Dino e Sofia hanno quarantadue anni in tre quando nel 1989, in una sera di fine estate, rapiscono la luna in segno di protesta. Vivono a Santa Giustina, un lontanissimo paese fatto di baite di legno ai piedi delle Dolomiti che sta per essere sommerso da un lago artificiale, portandosi dietro tutti i loro ricordi, le gare con le lumache, il prato del castagno, i primi baci. Il progetto della diga risale al 1946. Ai tempi, gli abitanti di Santa Giustina non accettarono di abbandonare le loro case per trasferirsi al “paese nuovo” e rinunciarono ai benefici promessi nel caso di una resa immediata. Si avvicina però il momento dell’esproprio definitivo. Proprio negli anni Quaranta si sono conosciuti Elio e Teresa, e precisamente il 19 marzo 1946, in un bar Sport gremito di una folla accalcata per seguire la cronaca radiofonica della prima Milano-Sanremo del dopoguerra. Senza essersi mai visti né incontrati, Elio e Teresa – ormai anziani e da sempre innamorati l’uno dell’altra e del loro paese vicino a Milano – e i quattordicenni Dino, Ismaele e Sofia sono tormentati dalle stesse domande: “dove vanno a finire le cose infinite?”, “dove si nascondono l’infanzia, l’amore o il dolore quando di colpo svaniscono?”. E se Elio, per rispondere, costruisce mappamondi dalle geografie tutte inventate e sbagliate – descrivendo così la terra magica dove abita l’invisibile e costringendo Teresa a correggere tutto con puntiglioso realismo -, i bimbi di Santa Giustina via via che crescono si allenano a non smettere di scorgere l’invisibile tra le pieghe del reale e a conservarlo a modo loro, in una sorta di gioco segreto. In una danza fatta di immaginazione, ricordo ed elaborazione del lutto, Teresa incontrerà i bambini diventati adulti nella notte più incredibile delle loro vite: quella durante la quale, per pochi istanti di eternità, riemergerà il paese sommerso di Santa Giustina. E con lui l’amore, il dolore, l’infanzia e tutta la meraviglia che si nasconde nell’invisibile.

Come il precedete libro di Barbaglia, anche l’Atlante ci pone davanti una prosa molto poetica e fiabesca, con giochi di parole e personalità bizzarre che ci conducono a situazioni surreali, o meglio: a vivere la realtà con gli occhi di un bambino. Perchè, come i bambini sanno scorgere le cose al di là di ciò che è tangibile e reale, anche i tre giovani protagonisti si ritrovano a fare lo stesso, appuntando sul loro Atlante ciò che sfugge agli occhi. E il fulcro della vicenda è proprio quella vallata sepolta dall’acqua della diga, che ha portato via con sé le case, i prati, i luoghi in cui Sofia, Ismaele e Dino giocavano e tutti i loro ricordi. Ma dove vanno a finire le cose, quando non si vedono più? L’incanto dell’intangibile, che racchiude l’amore, il vento, il respiro, le idee, i desideri e molto altro, viene riportato a galla, collegando la trama dei tre con quella di Elio e Teresa. Anche i due costruttori di mappamondi ci mostrano una storia piacevole e divertente e, seppur inizialmente distaccata, va a intrecciarsi benissimo con la trama parallela della diga. Il tutto verso un finale carico di sentimento e di una bella morale, non risparmiandoci, però, un paio di pugni nello stomaco.

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Ho trovato questo libro molto più riflessivo rispetto al primo. Nel romanzo della Locanda c’era un obiettivo da raggiungere, dal momento che Libero aveva prenotato un tavolo per due per un futuro lontano e il lettore era da subito spinto a voler risolvere il mistero della vicenda, ossia come ci sarebbe arrivato e con chi.

In questo caso, invece, ci troviamo a seguire le vite dei protagonisti senza avere uno scopo ben preciso da raggiungere e questo potrebbe affaticarne, all’inizio, la lettura. Però, ammetto, che con lo scorrere delle pagine tutto ha preso una bella piega e, come sempre, arrivato alla fine ne sono rimasto parecchio soddisfatto.

Non mi resta che consigliarlo a tutti voi. Una storia che ha il fascino del sepolto, della nostalgia, della bellezza delle piccole cose, della fantasia, dell’amicizia, dell’amore e delle belle vallate del Trentino Alto Adige.

Al prossimo articolo!