I personaggi della saga Jolly Roger: #3 ELISABETH MCLOWELL

Elisabeth McLowell è la prima protagonista donna che fa la sua comparsa nella saga, seppur per “comparsa” si intenda un breve accenno a bordo della Black Rose mentre Sid si prepara ad approdare a Puerto Dorado.

Scozzese e figlia del vice ammiraglio Johnatan McLowell, si trasferisce sull’isola di Puerto Dorado da ragazzina, dopo la conquista da parte dell’Alleanza. Vissuta fra i soldati di Port Charles ha iniziato a passare le giornate dedicandosi all’arte della pittura, passione che le ha poi permesso di conoscere Alexander, il fratello di Sid, con cui si è profondamente legata.

Alcune vicissitudini l’hanno poi costretta ad abbandonare l’isola per ben due anni, facendovi poi ritorno solo per ritirare i beni personali del padre ormai defunto. Casualmente, questo ritorno avvenne con la stessa nave di Sid.

Elisabeth è un personaggio in balia degli eventi, succube degli stessi ma al contempo dotata di una forte determinazione che la rendono testarda e tenace. Risulta uno dei personaggi più amati dalle lettrici, per questa sua tangibile perseveranza nel raggiungere i propri obbiettivi con la volontà di non arrendersi mai.

Seppure la sua storia prenda una piega differente da quella di Sid (in particolare nei primi due volumi della saga), le sue azioni si ripercuoteranno anche sugli altri personaggi.

3 curiosità:

1) Nel flashback dell’ammiraglio Goodwin si evince come Elisabeth abbia già incontrato John McKenzie quando era bambina, seppur nessuno dei due se lo ricordi.

2) quando Elisabeth vede per la prima volta il pappagallo Amos, questi pronuncia la parola “Maraduka“, parola chiave dell’intera saga che verrà poi ripresa e spiegata nei volumi successivi.

3) lo spettacolo di burattini a cui Elisabeth assiste, nella piazza di San Felipe, rappresenta due pirati, un maschio e una femmina. Il primo, pelato e con le folte sopracciglia, mentre la seconda priva della propria mano. I due pupazzi non sono altro che una rappresentazione del capitano Miguel Mendoza e della piratessa Saph, che Elisabeth conoscerà a bordo della Mala Suerte.

I personaggi della saga Jolly Roger: #2 JOHN MCKENZIE

Il secondo personaggio che vado a presentarvi in questa rubrica è lo scozzese John McKenzie

John è il secondo protagonista che fa la sua comparsa nella saga e lo si incontra già nel primo capitolo de “La terra di nessuno”.

Viene presentato come un quarantenne highlander, figlio di un capoclan ed erede al titolo nobiliare del padre Edwin McKenzie, in eterna lotta con il clan rivale dei McDonald.

Proprio questa guerra intestina ha portato John a viaggiare verso Puerto Dorado, alla ricerca dell’Ammiraglio Frederick Goodwin, vecchio amico di famiglia, per chiedergli aiuto nell’avere l’appoggio reale e poter difendere le proprie terre.

John è stato definito da diversi lettori come “il buono della saga”. Questo perché manifesta sin da subito la sua indole di protettore nei confronti di Sid, trattandolo come un figlio.

John non riesce a tirarsi mai fuori dalle situazioni in cui può fare qualcosa per gli altri. Si prende a cuore la causa di Sid, nella ricerca del fratello Alexander, e gli offre un decisivo aiuto. 

Ma l’irlandese non è l’unico a usufruire della bontà di John e questo lo porterà a essere coinvolto nelle situazioni più svariate.

Le 5 caratteristiche principali di John sono:

1) saper chiacchierare di tutto, apparendo come un gran conoscitore del mondo, pur non avendo mai messo piede fuori dalla Scozia;

2) usare esclamazioni che risaltino il nome del suo clan (“per la barba dei McKenzie”);

3) avere l’alito che puzza costantemente di whiskey;

4) camminare dondolando sulla sua gamba di legno;

5) essere un tiratore dalla mira formidabile.

I personaggi della saga Jolly Roger. #1 SIDVESTER O’NEILL

Inizia oggi questa piccola rubrica dedicata ai personaggi dei miei romanzi. Non potevo non cominciare con il protagonista di spicco de “La terra di nessuno”, primo volume della saga “Jolly Roger”.

Sidvester O’Neill è infatti, per il lettore, una sorta di Virgilio, che lo accompagna passo per passo nella scoperta di Puerto Dorado e i suoi segreti. Non si tratta del protagonista assoluto, seppur nel primo volume possa quasi sembrare sia così. Questo perché la saga è composta da svariati protagonisti e il ruolo di Sid diventa meno primario con l’avanzare dei volumi (soprattutto dal terzo in avanti) livellandosi con gli altri.

Ma chi è Sid? Sid è un giovane ragazzo irlandese proveniente da Cork che passa l’infanzia e l’adolescenza a fare il pescatore con il padre (David O’Neill) ed il fratello Alexander. Alex è molto diverso da lui e sogna una vita nelle Indie Occidentali, così, un giorno, decide di partire per le americhe lasciando Sid da solo a gestire l’attività del defunto padre.

Sid continua a vivere la propria routine, innamorandosi, nel frattempo, di una ragazza di nome Riona.

Ma un giorno, sua madre, in punto di morte, gli strappa la promessa di andare a cercare Alex, per poterlo proteggere e riportare a casa. Lascia quindi ogni cosa per cominciare questo viaggio che avrà risvolti inaspettati.

Queste sono le premesse che conducono Sid a Puerto Dorado ed il suo scopo rimarrà sempre quello, nonostante attorno a lui le vicende muteranno di giorno in giorno: proteggere Alex.

Il carattere di Sid è molto conservatore. Ama le proprie abitudini e trova difficile uscire dai propri schemi e dalla routine. Ha una mente molto più chiusa del fratello e trova appagante e consolante poter avere delle proprie certezze, come un lavoro con cui sostentarsi, una casa, una famiglia e il necessario per vivere. Non ha ambizioni e desideri, anzi, giudica immaturo chi, come il fratello, sogna ad occhi aperti fuggendo dalle proprie responsabilità. Ed è alle responsabilità che rimane spesso ancorato. Sid ha una ben radicata morale che lo fa sentire in obbligo verso il padre nel rispecchiare quella che fu la sua vita. Per lui Puerto Dorado è un ambiente in cui sentirsi completamente a disagio, come un pesce fuor d’acqua, e vive in maniera negativa la sua lontanaza da tutto ciò che ha alle spalle. Al contempo, però, il suo senso del dovere lo spinge a trovare il prima possibile il fratello, prima di far ritorno in Irlanda.

Si può definire come il personaggio più puro della saga, quello più incontaminato dalle caratteristiche negative con cui i Caraibi influenzano tutti coloro che prendono parte al suo scenario. A volte, però, può apparire come un giudice moralizzatore che cerca di far rinsavire coloro che sono attorno a lui e a cui tiene.

5 curiosità sul personaggio:

1) Il nome Sidvester è una storpiatura del nome Silvester (Silvestro). Al contrario dell’originale è un nome inesistente;

2) Il diminutivo “Sid” ricorda il nome di un personaggio secondario che compare in tutti gli episodi della saga videoludica Final Fantasy (Cid). Saga a cui l’autore è stato appassionato da ragazzo;

3) El Cid (pronunciato “El Sid”) è un personaggio storico realmente esistito divenuto leggendario per le sue imprese nella riconquista spagnola dell’XI secolo d.C. Il ruolo di Sid nelle trame di riconquista dei ribelli spagnoli a Puerto Dorado lo collegano in qualche modo a questo personaggio;

4) Ne “La terra di nessuno”, viene detto che Alex, per poter recitare nel teatro ambulante del francese Alain, fece un provino d’assunzione recitando la parte di Rodrigo de “Le Cid” di Corneille.

5) In ogni volume, Sid fa la sua prima comparsa svegliandosi.

Jackpot

Quando Jerry si fermò nel piazzale con il suo furgoncino dei surgelati, la vecchietta lo stava già attendendo alla finestra. Lo salutò con un gesto timido della mano, sorridendo con l’ultimo dente rimasto.
«Sei in ritardo, giovanotto. Adesso non ho tempo per scendere» disse dispiaciuta, dando rapide occhiate all’interno della casa.
Jerry scese dal veicolo, indossando la sua solita espressione di finta cortesia.
«Non si preoccupi. In caso glielo porto su io. Vuole anche oggi il puré di patate?»
La vecchietta lo fissò con le sue lenti spesse. Riuscivano a ingrandire i suoi occhi rendendoli sproporzionati al suo corpo minuto.
«Va bene. Solo quello però. Fai in fretta!»
Jerry aprì lo sportello del furgoncino e prese il puré. Sentì che il cellulare stava vibrando. Era un messaggio di Debora, la sua fidanzata. Sorrise, leggendo quello che gli aveva scritto. Avrebbe voluto sposarla, ma con il suo lavoro precario e lo stipendio così basso non avrebbe potuto di certo offrirle un futuro sicuro e felice.
«Ci mettiamo anche al telefono, adesso? Ho fretta ragazzo. Lanciamelo su!»
Jerry tornò con i piedi per terra e rimise il cellulare al suo posto.
«Come scusi?»
«Lanciamelo su, ho detto. Non farmi perdere tempo. Ti butto giù i soldi.»
La vecchietta spalancò le braccia, pronta ad afferrare al volo la busta surgelata.
Jerry scosse il capo, incredulo davanti a quella richiesta. Si mise malvolentieri sotto la finestra e oscillò le braccia dal basso verso l’alto, come a dover compiere un bagher in una partita di pallavolo. Lo fece più volte, prima di lasciare la presa e far volare il puré verso la signora. Questa richiuse le braccia goffamente, lasciandosi sfuggire la preda.
«Riprova. C’eri quasi!»
Jerry iniziava a spazientirsi. Tentò altre due volte, ma con lo stesso risultato.
«Non lo sai lanciare bene! Devo insegnarti io?»
Il ragazzo fece un passo indietro e impugnò il sacchetto come farebbe un lanciatore di palla americana. Caricò il colpo, ritraendo il braccio, per poi prendere la mira e scagliarlo verso di lei. Il puré colpì in pieno volto la vecchietta, facendola volare all’indietro.
«Oddio!» esclamò Jerry, salendo le scale esterne che portavano alla sua porta d’ingresso. Entrò in casa e provò a orientarsi nel lungo corridoio buio, trovando il salotto alla sua destra. La vecchietta giaceva sul pavimento, con gli occhiali rotti accanto al surgelato. Non dava segni di vita.
«Ripetiamo i numeri vincenti!» stava dicendo il presentatore alla televisione.
Jerry si chinò sulla donna e la scosse. Non ebbe risposta, ma sembrava respirare ancora.
«Cinque, undici, ventitré, sessantaquattro, sessantasei. Numero Jolly: ottantotto!»
Il ragazzo si alzò e prese di nuovo il cellulare, digitando il numero del Pronto Soccorso.
Mentre lo stava per avvicinare all’orecchio, però, vide qualcosa sul tavolo. Era uno scontrino della ricevitoria e vi erano scritti i numeri giocati dalla signora.
«Cinque, undici, ventitré, sessantaquattro, ottantotto» lesse a bassa voce, mentre la centralinista rispondeva alla chiamata. Attaccò bruscamente e rilesse una seconda volta, per essere sicuro.
«Ricordiamo che il jackpot è di quattordici milioni di euro!» disse il presentatore rincarando la dose.
Jerry alternò lo sguardo tra lo scontrino e la vecchietta stesa a terra. Afferrò i numeri vincenti e uscì dalla stanza, ritrovandosi nel corridoio. Aprì la rubrica e chiamò Debora.
«Pronto, amore? Niente, volevo solo dirti che ti amo e…» si accorse di aver svoltato nella direzione opposta a quella dell’uscita, avendo davanti solo il bagno e uno sgabuzzino. «…Vuoi sposarmi?»
Gli occhi gli diventarono lucidi, sentendo Debora piangere a dirotto per la gioia. «Sì. Non lo so. Fra… tre mesi? Troppo presto? Dici?»
Passò di nuovo davanti al salotto e lì si fermò. Sul pavimento, dove prima c’era la vecchietta, ora c’era soltanto il puré di patate. Entrò nella stanza, guardandosi attorno perplesso. Il respiro gli si fermò in gola, così come il cuore.
«Signora?» domandò, mentre alla televisione trasmettevano la pubblicità di una passata di pomodoro.
Sentì il rumore di qualcosa che cadeva per terra, proveniente dalla cucina. Si avvicinò quatto alla porta e sbirciò dentro. La portafinestra era aperta e il vento aveva fatto cadere dei piatti di plastica.
«Signora?» domandò ancora. Si voltò per rientrare e si chinò per prendere la busta del puré. In quel momento la vide. Aveva il naso tumefatto e del suo unico dente non c’era più traccia. Impugnava un bastone da passeggio con entrambe le mani. Lo guardava dall’alto con sguardo severo.
«I miei numeri» disse, per poi abbassare con violenza il bastone sulla sua testa.
Per Jerry, il mondo scomparve. La Signora, invece, si abbassò a prendere il biglietto, insieme alla busta surgelata. Li appoggiò sul tavolo e dal proprio borsello prese due euro e cinquanta, adagiandoli sulla schiena del giovanotto. Poi si sedette e col telecomando cambiò canale, mettendo una puntata della sua telenovela brasiliana preferita.

La soluzione migliore

«Quindi mi sta dicendo che è pronta?»
Larry White era il maggior azionista della PentaCar, la società con maggior liquidità nel campo automobilistico: il target primario che Wilson voleva raggiungere. Non a caso aveva deciso di dirigersi al parcheggio sotterraneo con lui, riservandogli un viaggio per due in ascensore.
«Per essere pronta è pronta, signor White. Abbiamo messo in moto tutto il nostro reparto tecnico e tecnologico per renderla disponibile entro il prossimo settembre.»
White annuì. Aveva però sufficiente esperienza da non farsi abbagliare dalla parlantina del venditore, lo dimostravano i suoi capelli brizzolati e le rughe che ne solcavano la fronte.
«Tutto molto bello, ma credo abbiate trascurato un particolare molto importante.»
«Sarebbe?»
«La questione etica. Come ben sa, la politica non si sbilancerà mai troppo a favore di questo progetto se l’opinione pubblica sarà ancora così divisa. Avete pensato come risolvere casistiche più complesse?»
Le porte dell’ascensore si aprirono e davanti a loro comparve il parcheggio. Iniziarono a incamminarsi, tra macchine di lusso e telecamere di videosorveglianza.
«Come ha ben visto dal video, signor White, in caso d’imprevisto la macchina sa effettuare sempre le scelte migliori. Saprà dare una nuova fine a tutti gli episodi di morte stradale a cui siamo abituati.»
«Il suo nuovo finale era il migliore che potesse proporre, su questo non ci piove. Ma che dire se la macchina dovesse scegliere tra la morte di due persone? In quel caso, chi ne risponderebbe? Fino a che le macchine erano guidate da esseri umani, ognuno avrebbe risposto per sé e si sarebbe preso la propria responsabilità, lasciando coprire i danni dalla propria assicurazione. Ma una macchina che si guida da sola… Ricadrebbe tutto sulle spalle del programmatore. Possiamo sopportare questa spada di Damocle? Quale società assicurativa si suiciderebbe firmando un contratto con noi, di fronte a queste premesse?»
«Quelli di cui lei parla, signor White, sono casi isolati. Normalmente il computer di bordo riesce sempre a trovare un’opzione che non preveda danni a terzi. Casi in cui questa opzione non è contemplata sono più unici che rari. Perché non si rilassa e non si fa un giro di prova con me? Verificherà lei stesso la comodità di questa perla del genio umano.»
Si erano fermati di fronte a un auto dal design elegante, nera e lucida, con la parte superiore completamente in vetro infrangibile. I sedili erano posti su tutti e quattro i lati della cabina, rivolti verso il centro, dato che non c’era un posto guidatore e nemmeno un volante. La cupola di vetro si aprì e White e Wilson salirono a bordo, mettendosi comodi.
«Mettiamo caso che, come lei dice, la statistica convinca l’assicurazione… Ma l’opinione popolare? Basta un singolo caso e tutti i notiziari smetteranno di parlare della neve, che ora si è messa a cadere a giugno, per parlare di come la PentaCar si è sostituita al Padre Eterno, decidendo chi deve vivere e deve morire.»
La cupola si chiuse e la macchina si mise in moto, dirigendosi verso l’uscita del garage sotterraneo.
Wilson si sporse in avanti, verso il suo interlocutore.
«Signor White, lei parla del caso e dell’imprevisto come di un giudice imparziale. Invece non c’è entità astratta che non sia più crudele e meschina del fato. Quante volte sentiamo di persone per bene che meritano la vita e di delinquenti che hanno una seconda occasione? ISAAC è in grado, invece, di valutare tantissimi dati in pochi millesimi di secondo e di prendere la decisione giusta al momento giusto. L’opinione pubblica non può giudicarci per la morte di una persona quando questo sacrificio è avvenuto per la salvezza di qualcun altro. Ma le ripeto, si rilassi e si goda il viaggio. Vuole un po’ di musica? ISAAC, mettici un po’ di musica italiana!»
Nell’abitacolo iniziò a sentirsi della musica lirica accompagnata da un sound di bassi e violini elettrici, la nuova tendenza della patria della pizza.
L’auto, nel frattempo, viaggiava lungo una strada di periferia.
«Non mi sembra ancora convinto» disse Wilson. Non voleva terminare il viaggio senza che il suo interlocutore non fosse ansioso di investire tutto quello che aveva per il progetto.
«Non lo sono. Non stiamo parlando di una miracolosa Epifania ma di eventi concreti e facilmente presentabili.»
«Che ISAAC saprà valutare. Con il riconoscimento facciale, attraverso il database, saprà l’età delle persone coinvolte, lo stato sociale, la fedina penale e l’impatto che può avere la loro morte sulla comunità. Ci sono tantissimi valori che vengono presi in esame. Vuole da bere? ISAAC, dacci un po’ di champagne.»
Dal pavimento si aprì uno scomparto da cui salì una bottiglia con due calici.
«Un Pinot Noir. Il mio preferito!» esclamò White versandosene un bicchiere.
«ISAAC analizza anche i suoi occupanti, così che conoscendo le loro preferenze possa rendere il loro viaggio ancor più confortevole.»
White sorrise e avvicinò il calice a quello del venditore.
«Mi ha quasi convinto. Che dice, brindiamo?»
Wilson fece tintinnare il vetro contro quello dell’uomo.
«A una nuova fine. Che l’uomo possa diventare finalmente artefice del proprio destino. Almeno in strada. E al profitto che ne deriverà per le nostre tasche!»
«E alle soluzioni migliori che ISAAC saprà sempre tirare fuori.»
White bevve e mentre il pomo d’adamo stava ancora sussultando nell’inghiottire il suo Pinot, la macchina sbandò, facendoglielo sputare tutto sul tappetino. Vide la ragione della sterzata solo per un attimo. Un cervo, che aveva attraversato la strada dalla boscaglia. L’auto girò a sinistra, uscendo dalla carreggiata e finendo in un pendio. In fondo al prato si poteva vedere un uomo intento a pescare, voltato di mezzo busto in direzione del rumore improvviso.
White si tenne ancor più stretto alla portiera. Sentiva i pantaloni bagnati e non capì se fosse lo champagne o semplice piscio. Il suo cervello era impegnato a chiedersi altro, come perché la macchina avesse preferito uccidere un uomo a un cervo. Ma non fece in tempo a darsi risposta, perché la vettura esplose in un boato, facendolo balzare fuori dall’abitacolo e rotolare sull’erba.
Le orecchie gli fischiarono, il mondo si capovolse. Impattò sul terreno duro e sentì le ossa frantumarsi. Tentò di riaprire gli occhi. Qualcosa di vischioso gli colava dall fronte. Non riusciva ad alzarsi e si mise semplicemente sdraiato su un fianco. L’auto bruciava, a metà distanza tra la strada e il pescatore. Questi stava correndo verso di loro, allarmato. Wilson, invece, giaceva scomposto a una decina di metri da lui.
White gemette. Riuscì a mettersi seduto, con la schiena contro un cespuglio. Qualcosa brillò vicino a lui e catturò la sua attenzione. Era uno dei due calici, spaccato a metà. Lo prese per il gambo, con la mano tremante, e lo sollevò all’altezza del mento.
«Alla soluzione migliore, ISAAC» disse chiudendo gli occhi e ridendo. Tossì.
«A una nuova fine» aggiunse, per poi lasciar cadere il bicchiere a terra ed esalare l’ultimo respiro.

Le cose importanti

Le cose importanti
di Gabriele Dolzadelli

«Come sarebbe a dire che non ti ricordi?» Giada non poteva crederci. Per una volta che chiedeva un favore a suo fratello, questi si dimostrava il solito irresponsabile. «Gli hai dato da mangiare o no?»
Kevin fissò il gatto rosso che, in tutta risposta, cominciò a tossicchiare, sputacchiando palline di pelo.
«Non ricordo. Strano, perché le cose importanti non me le dimentico mai.»
«Sì, come no» lo canzonò Giada. «Prova a ripercorrere la giornata all’indietro. Se gli do da mangiare due volte poi gli vengono le coliche!»
«Allora… Vediamo… Ho pulito il pavimento…»
«Tu?»
«Taci, sto pensando. Prima ho buttato la spazzatura.»
«Un domestico modello!»
«Forse gliel’ho dato prima.»
Giada aveva preso in braccio il gatto e lo stava coccolando, facendosi leccare tutto il viso.
«Oh, finalmente. Almeno stavolta non hai fatto danni. Bello il mio micione!»
Kevin era ancora perso nei ricordi.
«E prima ancora è arrivato il vicino a bussare con prepotenza. Diceva che era alto il volume dello stereo.»
Giada riappoggiò l’animale.
«Sì» riprese Kevin annuendo. «E a quel punto ho preso il coltello.»
Il gatto tossì di nuovo e sputacchiò un pezzetto di carne. Giada si chinò preoccupata.
«Ora ricordo. Sì, gli ho dato da mangiare!»
Giada urlò, quando riconobbe un dito umano.
«Strano, davvero. Le cose importanti non le dimentico mai.»

Il riassunto della seconda tappa di Libri in Valle

Ripetersi non è mai semplice né scontato. Così, dopo il pienone di Chiavenna e la soddisfazione di tutti i partecipanti, ci si chiedeva se questo clima si sarebbe protratto per tutto il festival oppure no.

Eppure, la magia si è ripetuta. Venerdì 3 maggio, alle 20:00, Libri in Valle ha fatto tappa ad Ardenno e il locale gentilmente concesso da Anna Rossi, alla Fondazione Ulisse, si è di nuovo riempito di lettori.

La moderazione era affidata a Rita Pezzola, che con la sua preparazione storica da archivista ha saputo andare in profondità in merito ai testi trattati, trovando un punto in comune: quello del legame con il passato.

L’ospite d’onore, infatti, era Alessandro Barbaglia, finalista al premio Bancarella nel 2017 con “La Locanda dell’Ultima Solitudine” (Mondadori). In quest’occasione ha presentato il suo secondo romanzo: “L’atlante dell’invisibile“. Una storia molto poetica e fiabesca, in pieno stile di Barbaglia, con protagonisti tre bambini che vedono seppellire la vallata in cui sono cresciuti, da un lago artificiale. Si parla di tutte le cose invisibili che ci tengono vivi: l’amore, il respiro, la felicità e molto altro. Cose che ci rimangono addosso, anche quando le cose materiali spariscono alla nostra vista. Ma si parla anche di Fausto Coppi e di una Milano-SanRemo che avrà una profonda influenza sulla vita di uno dei protagonisti.

Barbaglia non ha solo intrattenuto parlando del proprio romanzo, ma ha anche narrato degli aneddoti con una capacità oratoria che ha incantato il pubblico. Ci ha raccontato di quando ha ucciso il Re dei Ragni e di quando da piccolo è stato pizzicato dai Krampus, facendoci divertire ed appassionare alle sue storie.

L’intervallo musicale che ne è seguito, ha visto esibirsi due componenti della Scarlet Band: Simona Scarlet e Dino (Salvatore Fontana). La coincidenza ha voluto che Dino avesse lo stesso nome di uno dei bambini del romanzo di Barbaglia e che lavorasse in una centrale idroelettrica.

A seguire, abbiamo avuto modo di ascoltare la presentazione di “Allegra!“, il romanzo del giovane scrittore Emanuele Martinelli. Pur essendo un romanzo futuristico e distopico, ambientato nel ventiduesimo secolo, si parla anche qui di passato. Il protagonista, Brian, fugge da un mondo globalizzato e standardizzato, con persone isolate e collegate tra loro soltanto dai social e vittime della moda, partendo per una Bormio abbandonata. C’è un richiamo alle radici, alla propria cultura e un ritorno alle tradizioni e alla lingua d’origine, in questo caso l’engadinese, di cui “allegra” è il saluto più comune.

Abbiamo anche parlato de “La casa delle farfalle” (Rizzoli) di Silvia Montemurro, assente a causa di problemi di salute. Il romanzo meritava comunque il suo spazio ed è stato interessante parlare sia del modo di scrivere della scrittrice chiavennasca e sia dei riferimenti al periodo della seconda guerra mondiale.

Infine, in chiusura, c’è stata la mia presentazione della saga Jolly Roger. Ho avuto modo di spiegare il significato di questa parola, il suo utilizzo, e abbiamo parlato, oltre dei protagonisti dei cinque libri, anche di personaggi realmente esistiti, come l’Olonese e Barbanera

In conclusione, ancora una volta è stata una piacevole serata. Libri in Valle sta viaggiando a gonfie vele, raggruppando non solo i lettori della valle, ma anche scrittori che, venendo a conoscenza del successo di questa iniziativa, si stanno già prenotando per partecipare l’anno prossimo.

Al momento, però, ci concentreremo sulla terza tappa, che sarà a Sondrio, venerdì 17 maggio, al Nuovo Portico (zona Scarpatetti) sempre alle 20:00. Avremo come ospite Michele Gazo (Lorenzo il Magnifico, Mondadori), oltre che il sottoscritto, Eloisa Donadelli e Sara Pusterla, con le musiche di Sbizza.

I romanzi che ho letto nel 2018

Buongiorno a tutti.

Ci lasciamo alle spalle il 2018 e, come tanti, uso questo pretesto per tirare un po’ le somme e disegnare i propositi per il prossimo anno.

Nel 2018 ho raggiunto risultati importanti. A gennaio ho concluso la saga Jolly Roger con l’ultimo volume, il quinto, intitolato: Il piano di Archer.

Ho anche partecipato al torneo IoScrittore per la prima volta, con un altro romanzo che avevo scritto questa primavera. Anche se non sono riuscito a vincere, ho lavorato duramente su questo manoscritto insieme a un editor molto professionale e ora vorrei provare a cercare un editore. Vedremo.

Ci sono stati anche diversi eventi che mi hanno visto partecipe. Per esempio ho partecipato al Novara in Bionda, sfidando altri 19 autori con in mano una birra, parlando cinque minuti a testa del proprio romanzo. Il pubblico ha votato e sono arrivato 9° su 20. Un risultato che mi ha soddisfatto parecchio, considerando che c’erano autori del calibro di Simone Sarasso, Paolo Roversi e Rosa Teruzzi, insieme a molti altri.

Ho anche avuto il piacere di sperimentare la prima bancarella a Sestri Levante, alla fiera di Libri in Baia, dove ho anche tenuto una conferenza sul Self Publishing insieme alla editor Sara Gavioli.

Insomma, una saga chiusa (e per me già questo vale tantissimo), un altro romanzo concluso ed eventi nuovi, mai fatti prima. Questo mi fa sentire a un gradino più in alto, consapevole di aver raggiunto qualcosa, di aver fatto un passo in avanti.

Ho anche letto molto. Pure questo mi ha dato molte soddisfazioni. Qui vi metto l’elenco delle mie letture. Di alcune si possono trovare anche le recensioni qui sul sito.

Incubo (Wulf Dorn)

Dannati (Glenn Cooper)

Mosaico (Marco De Luca)

La freccia nera (Robert Louis Stevenson)

Misery (Stephen King)

Il buio dentro (Antonio Lanzetta)

La luce dell’impero (Marco Buticchi)

L’atlante dell’invisibile (Alessandro Barbaglia)

La torre nera (Stephen King)

Il rumore del pallone sul cemento (Dario Santonico)

Citizen Band (Gianni Marchetti)

Fiori sopra l’inferno (Ilaria Tuti)

La cattiva strada (Simone Sarasso)

Il bacio del lago (Sunny Valerio)

Il ritratto di Dorian Gray (Oscar Wilde)

La vera storia del pirata Long John Silver (Bjorn Larsson)

Alice nel paese delle meraviglie (Lewis Carroll)

On writing (Stephen King)

Lo strano caso del dottor Jackiel e Mr Hyde (Stevenson)

Allegra! (Emanuele Martinelli)

Il mistero dell’isola di ghiaccio (Miriam Briotti)

Il tutto, per un totale di 21 romanzi. Mi ero promesso di arrivare a 20, quindi sono felice del risultato.

E per l’anno prossimo? Beh, spero di arrivare a 30 romanzi letti, di pubblicare il libro che ho nel cassetto, di terminare la stesura di un romanzo di fantascienza che sto scrivendo ed essere più attivo sul blog. E voi? Quali mete vi siete posti per il 2019?

Racconto: L’imbucato

“Ristorante Bellavista? Hanno pensato in grande!” esclamò Giada mentre accostava davanti all’ingresso della struttura.

“Le apparenze ingannano. Hanno riservato solo un piano. Se non sbaglio, quello di sotto.”

Gianluca si guardò nello specchietto e si aggiustò la cravatta bordeaux e le asole della giacca del completo. Diede un bacio sulle labbra a sua moglie e scese.

“Farò tardi. Non aspettarmi alzata.”

Si diresse alla grossa porta di vetro, da cui si poteva vedere il ristorante pieno di persone altrettanto ben vestite. Non conosceva quasi nessuno, ma sapeva che ci avrebbe messo ben poco a farsi dentro in quella cena di lavoro, a creare gli agganci giusti e a lasciare diversi biglietti da visita. Quando varcò la soglia fu subito accolto da musica Jazz di sottofondo e dal brusio di persone in fila davanti a un buffet. Gianluca iniziò a stringere mani ma vide ben presto che a un tavolo ornato di fiori era seduta una coppia di sposi. Si pietrificò e maledì se stesso per aver sbagliato piano. “Quello sopra, stupido! Quello sopra!” si rimproverò. Girò i tacchi, pronto a tornare fuori, quando una voce stridula lo irrigidì.

“Ehi, ma tu sei Max, il nipote di Clara!”

Gianluca sgranò gli occhi e si girò di nuovo, trovandosi di fronte una donna in carne, truccata con dei colori tanto accesi da sembrare parodistici. Doveva avere sui sessant’anni.

“C… Come scusi?” La donna gli prese le guance stropicciandogliele. “Ma come sei cresciuto! Francesca mi aveva detto di averti invitato ma che non saresti riuscito a venire. Com’è vivere in Australia? Eh?”

Gianluca sentì le parole morirgli in gola. Si guardò attorno e notò che diversi presenti avevano smesso di parlare, tendendo l’orecchio a quel nuovo arrivato che suscitava tanta curiosità.

“Non… è poi così male. Ho dovuto solo abituarmi allo sciacquone che gira al contrario. Mi ha scombussolato per settimane. Non possono fare le cose come noi?”

La signora lo fissava con ammirazione e annuiva convinta a quell’invettiva contro gli stranieri. Gli occhi divennero improvvisamente vitrei, però, quando capì che spettava a lei dire qualcosa a riguardo.

“Da non credere” si limitò a rispondere. “E zia Clara? Come sta?”

Gianluca iniziò a divertirsi nell’interpretare quella parte improvvisata.

“Zia Clara? E chi la tiene ferma!” disse con un sorriso affabile.

La signora sembrò non capire bene.

“Ma… sapevo fosse sulla sedia a rotelle!”

Gianluca tossì, come se gli fosse andato qualcosa di traverso.

“Ehm, no, intendevo dire: “è che la tiene ferma… la malattia… l’età… sa…”

“Capisco. E quanto mi dispiace per Franco” aggiunse la donna, abbassando il capo con la faccia intristita. Anche Gianluca la imitò e per un attimo si pentì di quel gioco andato troppo oltre, da cui non si poteva più tirare indietro.

“A chi non dispiace? Quando la morte chiama non si può far…”

“Morte? Come sarebbe? Franco è morto? Io intendevo dire che mi dispiace non sia potuto venire anche lui!”

Gianluca impallidì. La sua bugia stava per essere scoperta e non poteva prevedere l’esito di una situazione del genere.

“Eh… Sì, è morto. Gli è dispiaciuto così tanto anche a lui che il cuore non ha retto e… Non c’è stato niente da fare.”

“Non mi dire!”

“Mancherà a tutti noi. Ma prima di morire, mi ha fatto promettere di godermi la festa e di mangiare anche per lui. Mi è veramente difficile farlo, ma per l’affetto che ci legava lo farò.”

Gianluca prese un calice di alcolico della casa dal vassoio di un cameriere e lo alzò verso tutti quelli che lo stavano fissando.

“A Franco!”

La donna aveva ancora le mani davanti alla bocca, quando lui la oltrepassò diretto al buffet.

“Ora, con permesso.”

La fila era lunga e compatta. Gianluca si alzò in punta di piedi e, alla vista di quel ben di Dio, capì che sarebbe stato comodo continuare a fingere e godersi una serata alternativa, rispetto a un noioso meeting insieme a manichini di legno. Avanzavano a passo di lumaca e poteva sentire il fiato sul collo di quello di dietro. Sapeva di cipolla e si chiese se fosse causato dalle bruschette.

“Ehi!” disse all’improvviso. “Gli sposi vogliono fare delle foto con gli invitati. Hanno però solo cinque minuti. Non credo riescano tutti.”

L’intera fila si fermò e dopo pochi secondi si misero a correre verso il tavolo dei festeggiati. Gianluca si compiacque di se stesso. L’intero tavolo era per lui. Adocchiò della frutta succulenta e staccò un paio di chicchi d’uva. Se li mise in bocca come se fossero pastiglie.

“Bello il centrotavola con la frutta finta!” esclamò all’improvviso un uomo piccolo e magro alla sua destra.

Quelle parole arrivarono nel momento esatto in cui i suoi denti assaggiarono la durezza dell’uva di plastica. Quasi si ruppe un dente e fece un’espressione di disgusto, mista a dolore. Stava per sputarla d’istinto, ma l’uomo lo fissava sorridente.

“Mm” mugugnò Gianluca, annuendo e massaggiandosi il mento come un contemplatore di opere d’arte.

“Mi hanno detto che viene dall’Australia. Di cosa si occupa?”

Gianluca prese un bicchiere vuoto e, anziché farlo riempire dal cameriere, si voltò e vi sputò dentro, tenendolo poi per la parte centrale, così da coprirne il contenuto.

“Oh, sì” disse imbarazzato. “Ecco… vado a caccia di canguri” disse, menzionando l’unica cosa che conosceva dell’Australia.

“Canguri? Ma dai! E cosa ne fate? Li mangiate?”

Gianluca scosse la testa lentamente.

“No, a dire il vero li usiamo per testare tappetini elastici e… facciamo marsupi.”

L’uomo schiuse le labbra e annuì sorpreso. Forse anche lui sapeva ben poco di quello che avveniva dall’altra parte del mondo.

“Tipo Mr. Crocodile Dundee” aggiunse Gianluca, senza però ottenere alcuna reazione.

“Capisco. So che non è mai venuto da queste parti. Deve fare un certo effetto vedere per la prima volta i propri parenti. L’unico che deve averla vista è Mario, quando venne quattro anni fa da voi. Chissà come sarà contento di rivederla! Aspetti che glielo chiamo. Mario!”

Gianluca sentì la mano sulla spalla. Qualcuno lo stava per far voltare e chi se non Mario? Gli unici occhi all’interno di quella sala che avrebbero potuto riconoscerlo! L’istinto ebbe il sopravvento. Alzò veloce il calice, rovesciandone il contenuto in faccia al nuovo arrivato. Solo in quel momento, Gianluca si accorse di non avere più liquido nel bicchiere, ma solamente il chicco di plastica sputato in precedenza. Questi schizzò come un proiettile proprio sull’occhio di Mario, che si portò una mano alla faccia, gemendo e muovendosi alla cieca.

“Oh, mi dispiace. Vada a mettersi un po’ d’acqua fresca.”

Mario annuì e si allontanò verso il bagno. Il pericolo era scampato. Gianluca sospirò. Quel matrimonio stava diventando un’Odissea. Doveva andarsene il prima possibile. Si pentì di aver provato a imbucarsi.

“Ed ora, signore e signori, il lancio del bouquet!” disse una donna sui quarant’anni, tirata a lucido in un vestito a tubino blu elettrico e su dei tacchi dodici. Molte ragazze ridacchiarono, mentre si mettevano in fila dietro alla sposa, che dava loro le spalle.

Gianluca si appoggiò al tavolo e sentì le dita sprofondare in qualcosa di morbido e appiccicoso. Quando vide di aver messo la mano in una crostata, se ne disgustò. Cercò un tovagliolo con cui pulirsi ma non ne vide neanche uno.

“Attento!” esclamarono alcuni invitati. Si voltò in tempo per vedere il bouquet arrivargli addosso. Alzò la mano e lo prese al volo appiccicandolo alle dita sporche di marmellata. Provò a scrollarlo ma non si staccava.

“Ha il bouquet! La prima che lo prende si sposa, forza!” disse una delle damigelle. La massa di zitelle urlanti cominciò a galoppare verso di lui come un branco imbizzarrito. Gianluca si lasciò sfuggire un grido acuto che avrebbe fatto invidia a Freddy Mercury. Corse verso la prima porta che trovò, quella antipanico.. La spinse e si ritrovò nelle scale interne. Si voltò, le donne erano ancora alle sue calcagna.

“Quello è lo scapolo australiano! È mio!” disse una voce.

Gianluca riprese la salita con il fiatone. Giunse al piano superiore e aprì la porta, varcandone in fretta la soglia e richiudendola alle proprie spalle. Il pavimento era in legno e delle luci molto forti, di alcuni faretti, illuminavano quello spazio ristretto. Davanti a lui, un uomo, in piedi, parlava al microfono di un leggio. Era il suo direttore.

… e per questo premio non posso che ringraziare la persona che amo e che riscalda ogni giorno il mio cuore, stimolandomi a dare il meglio nella mia professione” stava dicendo con il sorriso stampato sulle labbra. Gianluca fece un passo in avanti, trovandosi sotto il fascio di luce. Davanti a lui l’intera platea di invitati al meeting. Gli occhi di tutti erano sgranati, increduli. Lui non capì subito perché lo stessero fissando, fino a che, alzando la mano, si ricordò di avere ancora incollato ad essa il mazzo di fiori.

Un pirata alla Baia del Silenzio

Ciao a tutti, amici lettori.

Domenica scorsa, a Sestri Levante, ho partecipato alla fiera Libri in Baia, giunta alla sua seconda edizione, nella suggestiva Baia del Silenzio.

Oltre alla bancarella, ho avuto modo di avere a che fare con molte persone straordinarie, piene di passione e buona volontà. Vestito da pirata ho potuto scattare diverse foto con altri scrittori e lettori, divertiti e sorpresi nel trovarsi un bucaniere tra i vari stand.

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Con la scrittrice Giulia Bibolotti, alias Juliet Branwen

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Con le scrittrici: Stefania Bernardo, Patrizia Ines Roggero e Michela Piazza

Alle 18:00 ho avuto anche il piacere di tenere una conferenza sul Self Publishing insieme alla editor e scrittrice Sara Gavioli. Se siete curiosi di sentire cosa abbiamo detto, ecco il link al video dell’evento:

Scopriamo il Self Publishing

E gli acquisti? Ebbene sì, sono tornato con due nuovi titoli da leggere: “Io sono l’imperatore” di Stefano Conti e “Mary Read, la saga completa” di Michela Piazza.

Senz’altro un’esperienza da ripetere. Per chi vorrà provarla sulla propria pelle, ci vediamo l’anno prossimo a LiB2019!

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