Jackpot

Quando Jerry si fermò nel piazzale con il suo furgoncino dei surgelati, la vecchietta lo stava già attendendo alla finestra. Lo salutò con un gesto timido della mano, sorridendo con l’ultimo dente rimasto.
«Sei in ritardo, giovanotto. Adesso non ho tempo per scendere» disse dispiaciuta, dando rapide occhiate all’interno della casa.
Jerry scese dal veicolo, indossando la sua solita espressione di finta cortesia.
«Non si preoccupi. In caso glielo porto su io. Vuole anche oggi il puré di patate?»
La vecchietta lo fissò con le sue lenti spesse. Riuscivano a ingrandire i suoi occhi rendendoli sproporzionati al suo corpo minuto.
«Va bene. Solo quello però. Fai in fretta!»
Jerry aprì lo sportello del furgoncino e prese il puré. Sentì che il cellulare stava vibrando. Era un messaggio di Debora, la sua fidanzata. Sorrise, leggendo quello che gli aveva scritto. Avrebbe voluto sposarla, ma con il suo lavoro precario e lo stipendio così basso non avrebbe potuto di certo offrirle un futuro sicuro e felice.
«Ci mettiamo anche al telefono, adesso? Ho fretta ragazzo. Lanciamelo su!»
Jerry tornò con i piedi per terra e rimise il cellulare al suo posto.
«Come scusi?»
«Lanciamelo su, ho detto. Non farmi perdere tempo. Ti butto giù i soldi.»
La vecchietta spalancò le braccia, pronta ad afferrare al volo la busta surgelata.
Jerry scosse il capo, incredulo davanti a quella richiesta. Si mise malvolentieri sotto la finestra e oscillò le braccia dal basso verso l’alto, come a dover compiere un bagher in una partita di pallavolo. Lo fece più volte, prima di lasciare la presa e far volare il puré verso la signora. Questa richiuse le braccia goffamente, lasciandosi sfuggire la preda.
«Riprova. C’eri quasi!»
Jerry iniziava a spazientirsi. Tentò altre due volte, ma con lo stesso risultato.
«Non lo sai lanciare bene! Devo insegnarti io?»
Il ragazzo fece un passo indietro e impugnò il sacchetto come farebbe un lanciatore di palla americana. Caricò il colpo, ritraendo il braccio, per poi prendere la mira e scagliarlo verso di lei. Il puré colpì in pieno volto la vecchietta, facendola volare all’indietro.
«Oddio!» esclamò Jerry, salendo le scale esterne che portavano alla sua porta d’ingresso. Entrò in casa e provò a orientarsi nel lungo corridoio buio, trovando il salotto alla sua destra. La vecchietta giaceva sul pavimento, con gli occhiali rotti accanto al surgelato. Non dava segni di vita.
«Ripetiamo i numeri vincenti!» stava dicendo il presentatore alla televisione.
Jerry si chinò sulla donna e la scosse. Non ebbe risposta, ma sembrava respirare ancora.
«Cinque, undici, ventitré, sessantaquattro, sessantasei. Numero Jolly: ottantotto!»
Il ragazzo si alzò e prese di nuovo il cellulare, digitando il numero del Pronto Soccorso.
Mentre lo stava per avvicinare all’orecchio, però, vide qualcosa sul tavolo. Era uno scontrino della ricevitoria e vi erano scritti i numeri giocati dalla signora.
«Cinque, undici, ventitré, sessantaquattro, ottantotto» lesse a bassa voce, mentre la centralinista rispondeva alla chiamata. Attaccò bruscamente e rilesse una seconda volta, per essere sicuro.
«Ricordiamo che il jackpot è di quattordici milioni di euro!» disse il presentatore rincarando la dose.
Jerry alternò lo sguardo tra lo scontrino e la vecchietta stesa a terra. Afferrò i numeri vincenti e uscì dalla stanza, ritrovandosi nel corridoio. Aprì la rubrica e chiamò Debora.
«Pronto, amore? Niente, volevo solo dirti che ti amo e…» si accorse di aver svoltato nella direzione opposta a quella dell’uscita, avendo davanti solo il bagno e uno sgabuzzino. «…Vuoi sposarmi?»
Gli occhi gli diventarono lucidi, sentendo Debora piangere a dirotto per la gioia. «Sì. Non lo so. Fra… tre mesi? Troppo presto? Dici?»
Passò di nuovo davanti al salotto e lì si fermò. Sul pavimento, dove prima c’era la vecchietta, ora c’era soltanto il puré di patate. Entrò nella stanza, guardandosi attorno perplesso. Il respiro gli si fermò in gola, così come il cuore.
«Signora?» domandò, mentre alla televisione trasmettevano la pubblicità di una passata di pomodoro.
Sentì il rumore di qualcosa che cadeva per terra, proveniente dalla cucina. Si avvicinò quatto alla porta e sbirciò dentro. La portafinestra era aperta e il vento aveva fatto cadere dei piatti di plastica.
«Signora?» domandò ancora. Si voltò per rientrare e si chinò per prendere la busta del puré. In quel momento la vide. Aveva il naso tumefatto e del suo unico dente non c’era più traccia. Impugnava un bastone da passeggio con entrambe le mani. Lo guardava dall’alto con sguardo severo.
«I miei numeri» disse, per poi abbassare con violenza il bastone sulla sua testa.
Per Jerry, il mondo scomparve. La Signora, invece, si abbassò a prendere il biglietto, insieme alla busta surgelata. Li appoggiò sul tavolo e dal proprio borsello prese due euro e cinquanta, adagiandoli sulla schiena del giovanotto. Poi si sedette e col telecomando cambiò canale, mettendo una puntata della sua telenovela brasiliana preferita.

Soltanto mio

SOLTANTO MIO
di Gabriele Dolzadelli

«Quanto mi ami?» gli chiese lei, sdraiata al suo fianco.
«Non saprei. Vuoi un’unita di misura?» rispose lui.
«Sei proprio stupido. Basterebbe poco per farmi contenta. Non ci vuole niente a dire le parole giuste.»
«Ok, tanto, va bene? Ti amo tanto, anzi, no, tantissimo. Ora sei contenta?»
«E quanto sono bella?»
«Tantissimo. Amore, sei la più bella ragazza che abbia mai conosciuto.»
«E che conoscerai mai. Non ne troverai mai una più bella di me. Nessuna lo è. Nemmeno Francesca.»
«Francesca?»
Carlo rimase spaesato di fronte a quel nome. Francesca era la sua ragazza e per un attimo si chiese perché, in quel momento, fosse sdraiato con Teresa a dirsi frasi romantiche.
Teresa sembrò percepirlo. Indurì i tratti che fino a quel momento avevano avuto la fragranza del caramello e avvicinò un’unghia affilata alla sua gola.
«Nemmeno Francesca, vero?»

Carlo si svegliò di soprassalto. Si tamponò la fronte con il dorso della mano e pizzicò la maglietta, appiccicata al petto come un polpo su uno scoglio bagnato. I battiti correvano come un treno a vapore, le narici ne erano i camini. L’aria bollente gli si aggrappava alla pelle e Carlo sentì il bisogno di alzarsi e aprire la finestra.
«Ti senti bene?» gli chiese Francesca, dall’altra parte del letto.
Carlo annuì ma non riuscì a risponderle a parole. La gola era secca e la lingua sembrava un mollusco morto. Si affacciò e respirò l’aria del bosco, ristoratrice e fresca. Si prese qualche minuto e Francesca glieli concesse. Solo quando si voltò per andare in cucina a bere qualcosa, lei si alzò.
«Cos’è successo? Hai avuto un incubo?»
«Non è niente» rispose lui, fermandosi sulla soglia.
«Come sarebbe? Sei stravolto. Hai sognato ancora lei?»
«Davvero, non ti devi preoccupare. Probabilmente ho solo mangiato troppo e mi è rimasto sullo stomaco.»
Francesca lo raggiunse, facendo scricchiolare le assi di legno del pavimento. Ogni volta che ci si muoveva in quel piccolo chalet sembrava che la struttura ne risentisse, pronta a venir giù come la casa dei tre porcellini.
Carlo la guardò negli occhi e capì che avrebbe insistito fino a fargli dire la verità.
«Sì, l’ho sognata. Sapeva di noi e minacciava di infilzarmi la gola. Ma era solo un sogno. Bevo qualcosa e mi riaddormento.»
La ragazza gli accarezzò la spalla.
«Certe persone sanno lasciare profonde cicatrici. Non sottovalutare i danni che ti ha fatto. Anche il mio primo ragazzo era un pazzo furioso. Non faceva altro che mortificarmi e umiliarmi. Quando l’ho lasciato sono dovuta ricorrere a uno psicologo e mi ha fatto solo bene. Perché non fai lo stesso? Almeno butti fuori tutto. È da troppo che ti succede!»
Carlo non aveva voglia di una lunga discussione sull’argomento. Voleva solo bere, sdraiarsi e dimenticare. Annuì per farla contenta e uscì nel corridoio, per poi scendere al piano di sotto.

Fu sorpreso di trovare la luce della cucina accesa. Jeremy, il ragazzo che condivideva con loro la casa, stava mangiando uno yogurt al mirtillo da mezzo chilo. Frequentava l’accademia di architettura di Lugano, come Francesca. Quando Carlo aveva trovato l’offerta di una camera in uno chalet appena fuori città, alle falde del Monte Caprino, aveva subito fiutato l’affare e vi si era trasferito anche a costo di dividerla con altre tre persone. All’epoca c’era anche il fidanzato di Francesca, un tale Mirko, che dopo qualche mese era sparito dalla circolazione piantando a metà gli studi. Fu da allora che Carlo aveva iniziato a frequentarla.
«Spuntino di mezzanotte?»
Jeremy iniziò a rumoreggiare con il cucchiaino, sbattendolo nel barattolo per catturare più yogurt possibile. Era leggermente sovrappeso e sotto gli occhi erano disegnate due occhiaie che amava definire ironicamente le sue “borse di studio”. Probabilmente, quella era una delle tante notti insonne passate sui libri.
«Smuovere la materia grigia mette appetito. Se vuoi ce n’è un altro in frigo.»
«Formato famiglia? No, grazie. Anzi, mi servirebbe un digestivo. Credo di aver esagerato con le lasagne, ieri sera.»
«Siete stati al “Fantasia”? Ci credo! Non ne troverai mai una più buona!»
Non ne troverai mai una più bella di me.
La voce di Teresa echeggiò nella sua mente. Carlo si irrigidì al ricordo del suo sguardo severo e dell’unghia che spingeva sulla giugulare.
« Ho detto qualcosa che non va?» chiese Jeremy, per poi leccare il coperchio del barattolo.
Carlo ritornò alla realtà.
«No, figurati. È che… Hai mai avuto una fidanzata… come dire… fuori di testa? Una di quelle ex di cui c’è da avere paura sul serio?»
Jeremy ciucciò il cucchiaio e poi si alzò per metterlo nel lavandino.
«Guarda, le mie ragazze le puoi contare sulle dita di una mano di un falegname distratto. Quindi, no. Ne ho avute due ed erano sane di mente. Una ha anche messo su famiglia, da quanto ne so. Perché me lo chiedi? Tu ne hai avute?»
Carlo non sapeva quanto fosse bene confidarsi. Jeremy era tutto tranne che la figura da psicologo che Francesca gli aveva consigliato.
«Una, sì. Ci siamo lasciati un anno e mezzo fa. Poco prima che venissi qui allo chalet. Una di quelle persone che desiderano soltanto essere venerate da qualcuno. Sai, una di quelle che vogliono essere servite e riverite, che parlano soltanto di sé e che non accettano mai un no come risposta.»
Jeremy si mise a ridacchiare e buttò il barattolo nell’immondizia.
«Non deve averla presa molto bene, allora, quando l’hai lasciata.»
Carlo sospirò. Ricordò le telefonate e i messaggi che aveva continuato a mandargli, fino al punto di costringerlo a cambiare scheda. A quel punto aveva anche iniziato a importunare i suoi genitori, in Italia, tanto che suo padre aveva dovuto chiamare i Carabinieri per potersela togliere di torno. Da qualche mese le acque, però, sembravano essersi calmate.
«No» rispose. «Per niente.»

Non riprese sonno, e il giorno dopo Carlo, si ritrovò a sonnecchiare sul banco dell’aula universitaria, a scienze economiche. Era tardo pomeriggio quando prese il pullman postale per tornare a casa e il cielo era così scuro che non faceva altro che incentivarlo a raggiungere il letto per rintanarsi sotto le coperte. Quando scese alla fermata poté già sentire qualche piccolo ago d’acqua che gli punzecchiava le parti scoperte, come le mani e il collo. Doveva affrettarsi, se voleva arrivare a destinazione asciutto. Chiuse la borsa a tracolla con dentro i libri e gli appunti, assicurandosi che la zip mantenesse tutto al sicuro. Quando rialzò lo sguardo, ecco che la vide. Era lì, in piedi, sotto alla tettoia della fermata. Sorrideva, come se il loro incontro dovesse far esplodere da un momento all’altro la gioia di una rimpatriata. Lo osservava come si osserva un bimbo a cui è stato appena consegnato un regalo e di cui si aspetta soltanto la reazione, una volta scartato.
«Teresa… Che ci fai qui?» furono le uniche parole che Carlo riuscì a pronunciare. Il ragazzo si guardò attorno. Erano soli e la cosa lo inquietò.
Teresa fece mezzo passo in avanti e l’espressione mutò in un’aspettativa delusa.
«Sono venuta a trovarti. Non sei contento? Ho saputo che ti sei iscritto all’università e che ora abiti qui. Non è stato facile, ma ti ho ritrovato. Non sai quante cose ho da raccontarti!»
Carlo arretrò e sentì le gambe vacillare. Mise una mano in tasca e toccò il telefonino. Era l’unica speranza di poter uscire da quella situazione. Si augurò di non dover arrivare a tanto.
«Non dovresti essere qui. Chi… Come mi hai trovato? Noi due ci siamo lasciati, devi fartene una ragione!»
Teresa fece un altro passo e Carlo si allontanò della stessa misura, un’altra volta.
«So che sei molto confuso, lo capisco. A volte la vita gioca questi scherzi, ma tu hai bisogno di me, Carlo. Io ti conosco molto bene e so che senza di me tu sei perso. Cerchi di rimpiazzarmi con questa Francesca ma, lo avrai capito anche tu, non puoi farlo. Ma non ti preoccupare, nulla è perduto. Come vedi, sono di nuovo qui, per ricominciare.»
«Come sai di Francesca?» chiese Carlo d’istinto. Poi, però, decise subito di lasciar perdere. Quella era una pazza e chissà quali assurdi metodi aveva escogitato per indagare sulla sua vita privata. «Ascolta, non m’importa di quello che pensi o di cosa diavolo ti sia messa in testa. Azzardati solo ad avvicinarti a casa mia e chiamo la polizia. Anzi, se non te ne vai subito lo faccio ora, hai capito?»
Per rendere ancor più chiaro il concetto, Carlo estrasse il cellulare e digitò già un paio di numeri, tanto per spaventarla, come quando si toglie la sicura a una pistola.
Teresa protese una mano per fermarlo.
«No, non serve. Ma prima di andare, permettimi di metterti in guardia. Quella ragazza non è quello che credi. È una psicopatica!»
«Tu sei una psicopatica! Ora vattene!»
«Ti sei mai chiesto che fine abbia fatto il suo vecchio fidanzato, quello sparito nel nulla?»
Carlo iniziò a sentire la rabbia fargli vibrare le viscere. Era arrivata anche al punto di scavare nel passato della sua fidanzata? Era troppo!
«Smettila!»
«Cercalo nel bosco, giù, dove si affaccia la finestra della tua camera. Basteranno trecento metri e arriverai a un grosso masso. Prova a scavare lì. Capirai molte cose.»
Prima che Carlo potesse minacciarla ancora, Teresa si girò e se ne andò, scendendo a piedi verso la città.

«Secondo me è una follia.»
Jeremy faticava a stargli dietro, mentre scendevano il pendio, stando attenti a non scivolare sulle foglie bagnate.
Si erano muniti di impermeabile e avevano affrontato il bosco nonostante la pioggia. Almeno, gli alberi li riparavano un po’ dalle pesanti gocce che sfuggivano al cielo.
«Può darsi. Ma non è una tipa da mandarmi quaggiù per niente» disse Carlo, usando il manico della pala come un bastone da trekking.
«Quindi credi che dica il vero su Francesca?»
«No, per niente. Però deve aver combinato qualcosa e non mi va che gironzoli attorno a casa nostra in questo modo. Voglio sapere cos’ha fatto.»
«Per me devi semplicemente chiamare la polizia.»
«Se si rifà viva, lo farò di sicuro. Tu cosa sai dirmi, comunque, su Mirko? Non capisco perché tirarlo in ballo.»
«Mirko era un tipo strano» rispose Jeremy, per poi appoggiarsi a un albero e prendere un respiro profondo. «Credo si facesse di cocaina prima di ogni esame. Una volta c’era un gatto che rompeva le scatole di notte ed è sceso a sistemarlo. Capisci che intendo? Era uno che se gli saltava il grillo…»
«Sì, vabbè, a parte questo. Perché si sono mollati?»
«È la tua fidanzata. Non glielo hai mai chiesto?»
«Regola numero uno: mai chiedere degli ex alla tua ragazza. Non l’hai ancora imparato?»
«Che regola stupida» borbottò Jeremy. «Comunque, credo che lei fosse un po’ troppo gelosa e possessiva. Aveva le sue ragioni, eh. Con te vedo che è diverso.»
Carlo si fermò di fronte a un grosso masso accerchiato dalle piante. Era alto due metri e largo almeno cinque. Sembrava caduto dall’alto, scagliato da qualche divinità annoiata.
«Siamo arrivati» disse, cercando il punto a cui si riferiva Teresa.
«Un altare?» chiese Jeremy affiancandolo e indicando un gruppo di pietre sormontate fino a formare una piccola piramide di mezzo metro.
Carlo vi si avvicinò e, senza attendere oltre, piantò la pala nel suolo.
Jeremy fece la parte del vecchio in cantiere, osservando i lavori e tenendogli semplicemente compagnia. «Magari ci hanno seppellito un cane» ipotizzò, cercando di smorzare la tensione dovuta alla paura che cominciava a risalirgli la spina dorsale.
Carlo continuò a spostare terra, finché non vide spuntare qualcosa. Si chinò, sedendosi sui talloni, e spostò il terriccio con le mani. Quando vide di che si trattava, lanciò un urlo che fece scappare un paio di uccelli riparati tra i rami. Un braccio. Un braccio umano.
«Mioddio!»
«Ricoprilo. Ricoprilo subito, sbrigati!»
Carlo tentò goffamente di ributtare la terra sul corpo.
«Lo ha ammazzato!» disse.
«Magari non è lui. Può essere la tomba di chiunque altro. Non lo sapevamo. Abbiamo trafugato una tomba! Rimettila com’era! Rimettila com’era!»
«Non si seppellisce la gente nei boschi! Questo l’hanno ammazzato!»
«Beh, noi non abbiamo trovato niente. Non vorrai passare dei guai!»
«E se è Mirko?» chiese Carlo.
«Quello si faceva di cocaina. Chissà che gente frequentava. Dammi retta, rimaniamone fuori. Io voglio finire gli studi, non passare l’anno in processo, come quei due che avevano trovato la compagna americana morta! Non ci penso nemmeno. Ricoprilo subito.»
Carlo annuì e cercò di spianare la terra, come se nessuno vi avesse mai messo mano.

Quando tornò a casa, Francesca non era ancora tornata. Jeremy si rifugiò in camera e non volle più parlare dell’argomento. Carlo si fece una doccia e si mise a letto, a fissare il soffitto.
Come faceva Teresa a saperlo? continuava a domandarsi.
L’ha ucciso lei? Non ne avrebbe avuto motivo. Quando Mirko era sparito lui e Francesca erano come due estranei. Uccidere il suo ragazzo sarebbe stato come darle modo di finire tra le sue braccia. Non aveva senso. A meno che non fosse vero. Francesca era gelosa e possessiva. L’aveva detto Jeremy. Poteva essere arrivata a tanto? A ucciderlo? Quanto sapeva di lei? Erano assieme da solo un anno. Anche in quel caso, rimaneva la stessa domanda: Come faceva Teresa a saperlo?
Non faceva altro che tormentarsi. L’ansia stava prendendo il sopravvento, amplificando nella testa il suono della pioggia contro il vetro della finestra.
Poi ci fu un altro rumore ad attrarre la sua attenzione. Un suono metallico, proveniente dal piano di sotto. Ne seguì un tonfo e infine il silenzio.
Carlo fu indeciso sul da farsi. Forse, Jeremy si era alzato, come suo solito, a mangiare, inciampando in qualcosa. O forse era Francesca che era tornata? Sperò in queste due possibilità, rigettando il pensiero che Teresa si fosse introdotta in casa.
Il legno delle scale scricchiolò. Qualcuno stava salendo. Carlo si guardò attorno, cercando un’eventuale arma da usare in sua difesa, ma non trovò nulla. Si alzò, decidendo di chiudere a chiave la porta della camera, per precauzione. Appena gli fu vicino, questa si schiuse, rivelando il volto bagnato di Francesca.
«Ehi, ciao. Piove a dirotto là fuori» disse sorridendo mentre entrava.
Carlo arretrò e le fece spazio. Era davvero bagnata come un sasso di fiume.
«Hai fatto tardi» constatò Carlo.
«Sì, oggi è stata dura. Ma ora è tempo di relax. Dove sei stato con Jeremy?»
Quella domanda lo spiazzò e lo fece irrigidire. Francesca non parve accorgersi, intenta a sfilarsi la felpa e i pantaloni.
«Cosa ti fa pensare che siamo usciti?»
Francesca aprì un cassettone, alla ricerca di una tuta asciutta.
«Ci sono le vostre scarpe tutte infangate, vicino alla porta. Dove siete stati con questo tempo?»
«Oh, niente, una signora non ha visto la cunetta a bordo strada e si è impantanata. Io e Jeremy l’abbiamo aiutata a spingere l’auto per rimetterla in carreggiata e ci siamo sporcati» mentì.
Francesca si rivestì e lo guardò negli occhi. Uno sguardo intenso, non tanto di chi sospetti qualcosa, quanto di chi stia dando l’ultima possibilità per una confessione. Carlo si sentì a disagio. Perché le stava mentendo? Forse, in fondo, sospettava davvero di lei?
«Vado a farmi una doccia e arrivo. Spero che Teresa non si sia più rifatta viva.»
«No, figurati. Chi la rivede più.»
Francesca annuì e si avviò nel bagno.

Carlo fece per rimettersi a letto, ma al piano inferiore ci fu un altro tonfo. Sentì un formicolio espandersi in tutto il corpo. Schiude la porta e sbirciò fuori. Si sentiva solo il suono dell’acqua della doccia. Iniziò a credere che fosse di nuovo Francesca, ma quando si ripeté, fu chiaro che proveniva dalla cucina. «Jeremy?» chiese ad alta voce. Nessuna risposta.
La porta della camera del ragazzo era aperta. Carlo gli passò davanti e guardò dentro. Vuota. Il letto era sfatto e i libri di studio ancora aperti sulla scrivania, sotto la luce di una lampada.
Scese per precauzione. Non poteva dormire tranquillo fino a che non avrebbe avuto conferma fosse lui.
Il piano inferiore era nella completa oscurità. Carlo accese la luce. La cucina era deserta. In compenso, notò che vicino alle scarpe infangate, accanto all’ingresso, era sparita la pala. Ricordò di averla appoggiata lì, una volta tornati, eppure non c’era più.
«Jeremy?» lo chiamò di nuovo.
Cosa gli era saltato in mente di fare? Mise mano alla maniglia della porta d’ingresso e vide che era chiusa a chiave. Un altro rumore lo fece voltare. Proveniva da fuori, ma dalla parte opposta a dove si trovava. Attraversò il salotto e raggiunse la porta che dava sul retro. Era aperta a metà e l’uscio si stava bagnando per la pioggia che cadeva leggermente di traverso.
Carlo uscì e quando si guardò attorno ritrovò la pala.
Era per terra, con il filo sporco di sangue. Accanto, il corpo di Jeremy giaceva scomposto, prono, con una macchia rossa a sporcargli la nuca e l’erba vicino.
«Hai visto? L’ha fatto ancora!»
Carlo si voltò di scatto e si ritrovò Teresa a un solo metro di distanza. Era fin troppo calma per la situazione surreale in cui si trovavano.
«È da quando sei qui che ti osservo. Sono sempre stata qua fuori, amore mio. Perché il mio cuore è solo per te. Dove la puoi trovare una donna che ti ami così?»
«Tu sei pazza! Stammi lontano!»
Carlo si piegò e afferrò la pala, brandendola e agitandola in aria per tenerla a distanza.
«È per questo che l’ho vista! L’ho vista trascinare un grosso sacco di notte, giù per il bosco. E deve aver saputo che l’avete scoperta. Guarda cosa ha fatto al tuo amico! Ora lo farà anche a te! È lei la pazza, Carlo! Non sono io!»
Carlo indirizzò la punta della pala verso il suo petto. Fu in quel momento che, con la coda dell’occhio, vide Francesca sulla soglia.
«Ancora tu?» disse la donna. «Cos’hai fatto a Jeremy? Oddio, chiama la polizia, Carlo! Forza!»
«Non farlo. Carlo, guardami. Sono io la donna che ami, tu lo sai. Ami ancora me, te lo leggo negli occhi. Lei non è niente confronto a me. Torniamo insieme!»
«Zitta! Hai ucciso Mirko e ora Jeremy» le urlò contro Francesca. «Sei una pazza da rinchiudere. Ora la chiamo io la polizia.»
«No!» L’urlo di Teresa fu viscerale, disumano. Si avventò su Francesca con le mani protese, pronta ad artigliarle la faccia e a sradicarle di dosso ogni tratto del suo viso.
Carlo agì d’istinto e la colpì con la pala alla testa, facendola cadere come un sacco vuoto.
Teresa giaceva inerme e Francesca lo stava fissando bianca e sconvolta. Aveva ancora il cellulare all’orecchio.
Carlo udì rispondere una voce dall’altro capo e Francesca rinsavì.
«Sì, ci sono dei feriti. Abbiamo bisogno di un’ambulanza e… della polizia» disse la ragazza per poi dettare l’indirizzo.
Carlo si chinò su Jeremy e lo scosse. Non riusciva a capire se fosse vivo. Non sembrava respirare. Voleva aiutarlo ma non sapeva come.
«Questa pazza ha finito di tormentarci. Marcirà in prigione, vedrai. Non ha capito con chi aveva a che fare. Tu sei solo mio. Soltanto mio!»
Quelle parole furono una nota stonata in tutto il contesto. Carlo si accigliò.
«Come lo sapevi?» chiese.
«Come sapevo cosa?»
«Di Mirko. Io non ti avevo detto che avevamo trovato il corpo. Come sapevi che l’aveva ucciso?»
Non udì risposta. Carlo si voltò e vide Francesca con in mano la pala. Non ebbe il tempo di parare il rovescio, che fu colpito con il piatto alla mascella.
Cadde al suolo, con la guancia sul sangue di Jeremy e il terreno fangoso. I sensi erano tutti alterati, faticava perfino a orientarsi. La botta era stata tremenda e la pioggia contribuiva a confonderlo.
Vide i piedi nudi di Francesca, davanti al suo viso.
«Peccato» disse lei. «Poteva risolversi ogni cosa per il meglio. Invece… Hai rovinato tutto. Peggio per te, Carlo. Peggio per te.»
Poi fu colpito per l’ultima volta.

La soluzione migliore

«Quindi mi sta dicendo che è pronta?»
Larry White era il maggior azionista della PentaCar, la società con maggior liquidità nel campo automobilistico: il target primario che Wilson voleva raggiungere. Non a caso aveva deciso di dirigersi al parcheggio sotterraneo con lui, riservandogli un viaggio per due in ascensore.
«Per essere pronta è pronta, signor White. Abbiamo messo in moto tutto il nostro reparto tecnico e tecnologico per renderla disponibile entro il prossimo settembre.»
White annuì. Aveva però sufficiente esperienza da non farsi abbagliare dalla parlantina del venditore, lo dimostravano i suoi capelli brizzolati e le rughe che ne solcavano la fronte.
«Tutto molto bello, ma credo abbiate trascurato un particolare molto importante.»
«Sarebbe?»
«La questione etica. Come ben sa, la politica non si sbilancerà mai troppo a favore di questo progetto se l’opinione pubblica sarà ancora così divisa. Avete pensato come risolvere casistiche più complesse?»
Le porte dell’ascensore si aprirono e davanti a loro comparve il parcheggio. Iniziarono a incamminarsi, tra macchine di lusso e telecamere di videosorveglianza.
«Come ha ben visto dal video, signor White, in caso d’imprevisto la macchina sa effettuare sempre le scelte migliori. Saprà dare una nuova fine a tutti gli episodi di morte stradale a cui siamo abituati.»
«Il suo nuovo finale era il migliore che potesse proporre, su questo non ci piove. Ma che dire se la macchina dovesse scegliere tra la morte di due persone? In quel caso, chi ne risponderebbe? Fino a che le macchine erano guidate da esseri umani, ognuno avrebbe risposto per sé e si sarebbe preso la propria responsabilità, lasciando coprire i danni dalla propria assicurazione. Ma una macchina che si guida da sola… Ricadrebbe tutto sulle spalle del programmatore. Possiamo sopportare questa spada di Damocle? Quale società assicurativa si suiciderebbe firmando un contratto con noi, di fronte a queste premesse?»
«Quelli di cui lei parla, signor White, sono casi isolati. Normalmente il computer di bordo riesce sempre a trovare un’opzione che non preveda danni a terzi. Casi in cui questa opzione non è contemplata sono più unici che rari. Perché non si rilassa e non si fa un giro di prova con me? Verificherà lei stesso la comodità di questa perla del genio umano.»
Si erano fermati di fronte a un auto dal design elegante, nera e lucida, con la parte superiore completamente in vetro infrangibile. I sedili erano posti su tutti e quattro i lati della cabina, rivolti verso il centro, dato che non c’era un posto guidatore e nemmeno un volante. La cupola di vetro si aprì e White e Wilson salirono a bordo, mettendosi comodi.
«Mettiamo caso che, come lei dice, la statistica convinca l’assicurazione… Ma l’opinione popolare? Basta un singolo caso e tutti i notiziari smetteranno di parlare della neve, che ora si è messa a cadere a giugno, per parlare di come la PentaCar si è sostituita al Padre Eterno, decidendo chi deve vivere e deve morire.»
La cupola si chiuse e la macchina si mise in moto, dirigendosi verso l’uscita del garage sotterraneo.
Wilson si sporse in avanti, verso il suo interlocutore.
«Signor White, lei parla del caso e dell’imprevisto come di un giudice imparziale. Invece non c’è entità astratta che non sia più crudele e meschina del fato. Quante volte sentiamo di persone per bene che meritano la vita e di delinquenti che hanno una seconda occasione? ISAAC è in grado, invece, di valutare tantissimi dati in pochi millesimi di secondo e di prendere la decisione giusta al momento giusto. L’opinione pubblica non può giudicarci per la morte di una persona quando questo sacrificio è avvenuto per la salvezza di qualcun altro. Ma le ripeto, si rilassi e si goda il viaggio. Vuole un po’ di musica? ISAAC, mettici un po’ di musica italiana!»
Nell’abitacolo iniziò a sentirsi della musica lirica accompagnata da un sound di bassi e violini elettrici, la nuova tendenza della patria della pizza.
L’auto, nel frattempo, viaggiava lungo una strada di periferia.
«Non mi sembra ancora convinto» disse Wilson. Non voleva terminare il viaggio senza che il suo interlocutore non fosse ansioso di investire tutto quello che aveva per il progetto.
«Non lo sono. Non stiamo parlando di una miracolosa Epifania ma di eventi concreti e facilmente presentabili.»
«Che ISAAC saprà valutare. Con il riconoscimento facciale, attraverso il database, saprà l’età delle persone coinvolte, lo stato sociale, la fedina penale e l’impatto che può avere la loro morte sulla comunità. Ci sono tantissimi valori che vengono presi in esame. Vuole da bere? ISAAC, dacci un po’ di champagne.»
Dal pavimento si aprì uno scomparto da cui salì una bottiglia con due calici.
«Un Pinot Noir. Il mio preferito!» esclamò White versandosene un bicchiere.
«ISAAC analizza anche i suoi occupanti, così che conoscendo le loro preferenze possa rendere il loro viaggio ancor più confortevole.»
White sorrise e avvicinò il calice a quello del venditore.
«Mi ha quasi convinto. Che dice, brindiamo?»
Wilson fece tintinnare il vetro contro quello dell’uomo.
«A una nuova fine. Che l’uomo possa diventare finalmente artefice del proprio destino. Almeno in strada. E al profitto che ne deriverà per le nostre tasche!»
«E alle soluzioni migliori che ISAAC saprà sempre tirare fuori.»
White bevve e mentre il pomo d’adamo stava ancora sussultando nell’inghiottire il suo Pinot, la macchina sbandò, facendoglielo sputare tutto sul tappetino. Vide la ragione della sterzata solo per un attimo. Un cervo, che aveva attraversato la strada dalla boscaglia. L’auto girò a sinistra, uscendo dalla carreggiata e finendo in un pendio. In fondo al prato si poteva vedere un uomo intento a pescare, voltato di mezzo busto in direzione del rumore improvviso.
White si tenne ancor più stretto alla portiera. Sentiva i pantaloni bagnati e non capì se fosse lo champagne o semplice piscio. Il suo cervello era impegnato a chiedersi altro, come perché la macchina avesse preferito uccidere un uomo a un cervo. Ma non fece in tempo a darsi risposta, perché la vettura esplose in un boato, facendolo balzare fuori dall’abitacolo e rotolare sull’erba.
Le orecchie gli fischiarono, il mondo si capovolse. Impattò sul terreno duro e sentì le ossa frantumarsi. Tentò di riaprire gli occhi. Qualcosa di vischioso gli colava dall fronte. Non riusciva ad alzarsi e si mise semplicemente sdraiato su un fianco. L’auto bruciava, a metà distanza tra la strada e il pescatore. Questi stava correndo verso di loro, allarmato. Wilson, invece, giaceva scomposto a una decina di metri da lui.
White gemette. Riuscì a mettersi seduto, con la schiena contro un cespuglio. Qualcosa brillò vicino a lui e catturò la sua attenzione. Era uno dei due calici, spaccato a metà. Lo prese per il gambo, con la mano tremante, e lo sollevò all’altezza del mento.
«Alla soluzione migliore, ISAAC» disse chiudendo gli occhi e ridendo. Tossì.
«A una nuova fine» aggiunse, per poi lasciar cadere il bicchiere a terra ed esalare l’ultimo respiro.

Le cose importanti

Le cose importanti
di Gabriele Dolzadelli

«Come sarebbe a dire che non ti ricordi?» Giada non poteva crederci. Per una volta che chiedeva un favore a suo fratello, questi si dimostrava il solito irresponsabile. «Gli hai dato da mangiare o no?»
Kevin fissò il gatto rosso che, in tutta risposta, cominciò a tossicchiare, sputacchiando palline di pelo.
«Non ricordo. Strano, perché le cose importanti non me le dimentico mai.»
«Sì, come no» lo canzonò Giada. «Prova a ripercorrere la giornata all’indietro. Se gli do da mangiare due volte poi gli vengono le coliche!»
«Allora… Vediamo… Ho pulito il pavimento…»
«Tu?»
«Taci, sto pensando. Prima ho buttato la spazzatura.»
«Un domestico modello!»
«Forse gliel’ho dato prima.»
Giada aveva preso in braccio il gatto e lo stava coccolando, facendosi leccare tutto il viso.
«Oh, finalmente. Almeno stavolta non hai fatto danni. Bello il mio micione!»
Kevin era ancora perso nei ricordi.
«E prima ancora è arrivato il vicino a bussare con prepotenza. Diceva che era alto il volume dello stereo.»
Giada riappoggiò l’animale.
«Sì» riprese Kevin annuendo. «E a quel punto ho preso il coltello.»
Il gatto tossì di nuovo e sputacchiò un pezzetto di carne. Giada si chinò preoccupata.
«Ora ricordo. Sì, gli ho dato da mangiare!»
Giada urlò, quando riconobbe un dito umano.
«Strano, davvero. Le cose importanti non le dimentico mai.»

Ispirazione VS Tracce imposte

Una delle difficoltà che ho sempre avuto nello scrivere è quella di imporre alla mia mente una certa tematica, una storia o perfino un obiettivo. Me ne sono reso conto nel corso del tempo.

Mi è capitato che alcune persone associassero l’essere scrittore alla capacità di esserlo in qualunque ambito e circostanza. Le frasi erano le seguenti:

“Ah, beh, tu che sai scrivere non dovresti aver problemi ad abbozzarmi il testo di questa pubblicità.”

Oppure:

“Tu che sei scrittore, fammi una bella dedica sul libro.”

O ancora:

“La traccia del racconto è la seguente…”

Esatto, che si parli di aspetti lavorativi, dediche o racconti a tema imposto, la mia mente rischia spesso di andare in corto circuito. Non riesce in alcun modo a seguire dei binari, viaggia per conto suo e solo raramente ottengo la benevola coincidenza in cui ciò che devo fare corrisponda alla mia ispirazione.

La saga Jolly Roger è nata da questo e la fortuna ha voluto che questa ispirazione mi accompagnasse per ben cinque anni, fino a concluderla (da questo potrete immaginare la mia emozione quando ho scritto l’ultima riga).

In tutto questo tempo, però, pur seguendo costantemente le nuove uscite in merito ai concorsi letterari, sono riuscito a sfornare solamente otto racconti. Molto pochi, considerando che la loro lunghezza, nell’insieme, non raggiunge le cento pagine.

Ancora devo capire bene se questa cosa sia un bene o un male, se lavorarci su oppure assecondare questa mia propensione. Al momento, anche quando devo scegliere una storia, pur avendo mille idee e mille cartelle aperte sul desktop (con già i titoli e le trame dei romanzi che intendo realizzare), mi tocca attendere, aspettare che una di queste spinga in particolar modo, portandomi a DESIDERARE di mettere giù qualche riga di prologo. Ci vogliono settimane, prima che capisca che quella è la storia giusta, maturata e pronta per essere colta.

Che dire? A ognuno il suo fardello. Intanto si prosegue con la realizzazione del mio primo romanzo di fantascienza.

Racconto: L’imbucato

“Ristorante Bellavista? Hanno pensato in grande!” esclamò Giada mentre accostava davanti all’ingresso della struttura.

“Le apparenze ingannano. Hanno riservato solo un piano. Se non sbaglio, quello di sotto.”

Gianluca si guardò nello specchietto e si aggiustò la cravatta bordeaux e le asole della giacca del completo. Diede un bacio sulle labbra a sua moglie e scese.

“Farò tardi. Non aspettarmi alzata.”

Si diresse alla grossa porta di vetro, da cui si poteva vedere il ristorante pieno di persone altrettanto ben vestite. Non conosceva quasi nessuno, ma sapeva che ci avrebbe messo ben poco a farsi dentro in quella cena di lavoro, a creare gli agganci giusti e a lasciare diversi biglietti da visita. Quando varcò la soglia fu subito accolto da musica Jazz di sottofondo e dal brusio di persone in fila davanti a un buffet. Gianluca iniziò a stringere mani ma vide ben presto che a un tavolo ornato di fiori era seduta una coppia di sposi. Si pietrificò e maledì se stesso per aver sbagliato piano. “Quello sopra, stupido! Quello sopra!” si rimproverò. Girò i tacchi, pronto a tornare fuori, quando una voce stridula lo irrigidì.

“Ehi, ma tu sei Max, il nipote di Clara!”

Gianluca sgranò gli occhi e si girò di nuovo, trovandosi di fronte una donna in carne, truccata con dei colori tanto accesi da sembrare parodistici. Doveva avere sui sessant’anni.

“C… Come scusi?” La donna gli prese le guance stropicciandogliele. “Ma come sei cresciuto! Francesca mi aveva detto di averti invitato ma che non saresti riuscito a venire. Com’è vivere in Australia? Eh?”

Gianluca sentì le parole morirgli in gola. Si guardò attorno e notò che diversi presenti avevano smesso di parlare, tendendo l’orecchio a quel nuovo arrivato che suscitava tanta curiosità.

“Non… è poi così male. Ho dovuto solo abituarmi allo sciacquone che gira al contrario. Mi ha scombussolato per settimane. Non possono fare le cose come noi?”

La signora lo fissava con ammirazione e annuiva convinta a quell’invettiva contro gli stranieri. Gli occhi divennero improvvisamente vitrei, però, quando capì che spettava a lei dire qualcosa a riguardo.

“Da non credere” si limitò a rispondere. “E zia Clara? Come sta?”

Gianluca iniziò a divertirsi nell’interpretare quella parte improvvisata.

“Zia Clara? E chi la tiene ferma!” disse con un sorriso affabile.

La signora sembrò non capire bene.

“Ma… sapevo fosse sulla sedia a rotelle!”

Gianluca tossì, come se gli fosse andato qualcosa di traverso.

“Ehm, no, intendevo dire: “è che la tiene ferma… la malattia… l’età… sa…”

“Capisco. E quanto mi dispiace per Franco” aggiunse la donna, abbassando il capo con la faccia intristita. Anche Gianluca la imitò e per un attimo si pentì di quel gioco andato troppo oltre, da cui non si poteva più tirare indietro.

“A chi non dispiace? Quando la morte chiama non si può far…”

“Morte? Come sarebbe? Franco è morto? Io intendevo dire che mi dispiace non sia potuto venire anche lui!”

Gianluca impallidì. La sua bugia stava per essere scoperta e non poteva prevedere l’esito di una situazione del genere.

“Eh… Sì, è morto. Gli è dispiaciuto così tanto anche a lui che il cuore non ha retto e… Non c’è stato niente da fare.”

“Non mi dire!”

“Mancherà a tutti noi. Ma prima di morire, mi ha fatto promettere di godermi la festa e di mangiare anche per lui. Mi è veramente difficile farlo, ma per l’affetto che ci legava lo farò.”

Gianluca prese un calice di alcolico della casa dal vassoio di un cameriere e lo alzò verso tutti quelli che lo stavano fissando.

“A Franco!”

La donna aveva ancora le mani davanti alla bocca, quando lui la oltrepassò diretto al buffet.

“Ora, con permesso.”

La fila era lunga e compatta. Gianluca si alzò in punta di piedi e, alla vista di quel ben di Dio, capì che sarebbe stato comodo continuare a fingere e godersi una serata alternativa, rispetto a un noioso meeting insieme a manichini di legno. Avanzavano a passo di lumaca e poteva sentire il fiato sul collo di quello di dietro. Sapeva di cipolla e si chiese se fosse causato dalle bruschette.

“Ehi!” disse all’improvviso. “Gli sposi vogliono fare delle foto con gli invitati. Hanno però solo cinque minuti. Non credo riescano tutti.”

L’intera fila si fermò e dopo pochi secondi si misero a correre verso il tavolo dei festeggiati. Gianluca si compiacque di se stesso. L’intero tavolo era per lui. Adocchiò della frutta succulenta e staccò un paio di chicchi d’uva. Se li mise in bocca come se fossero pastiglie.

“Bello il centrotavola con la frutta finta!” esclamò all’improvviso un uomo piccolo e magro alla sua destra.

Quelle parole arrivarono nel momento esatto in cui i suoi denti assaggiarono la durezza dell’uva di plastica. Quasi si ruppe un dente e fece un’espressione di disgusto, mista a dolore. Stava per sputarla d’istinto, ma l’uomo lo fissava sorridente.

“Mm” mugugnò Gianluca, annuendo e massaggiandosi il mento come un contemplatore di opere d’arte.

“Mi hanno detto che viene dall’Australia. Di cosa si occupa?”

Gianluca prese un bicchiere vuoto e, anziché farlo riempire dal cameriere, si voltò e vi sputò dentro, tenendolo poi per la parte centrale, così da coprirne il contenuto.

“Oh, sì” disse imbarazzato. “Ecco… vado a caccia di canguri” disse, menzionando l’unica cosa che conosceva dell’Australia.

“Canguri? Ma dai! E cosa ne fate? Li mangiate?”

Gianluca scosse la testa lentamente.

“No, a dire il vero li usiamo per testare tappetini elastici e… facciamo marsupi.”

L’uomo schiuse le labbra e annuì sorpreso. Forse anche lui sapeva ben poco di quello che avveniva dall’altra parte del mondo.

“Tipo Mr. Crocodile Dundee” aggiunse Gianluca, senza però ottenere alcuna reazione.

“Capisco. So che non è mai venuto da queste parti. Deve fare un certo effetto vedere per la prima volta i propri parenti. L’unico che deve averla vista è Mario, quando venne quattro anni fa da voi. Chissà come sarà contento di rivederla! Aspetti che glielo chiamo. Mario!”

Gianluca sentì la mano sulla spalla. Qualcuno lo stava per far voltare e chi se non Mario? Gli unici occhi all’interno di quella sala che avrebbero potuto riconoscerlo! L’istinto ebbe il sopravvento. Alzò veloce il calice, rovesciandone il contenuto in faccia al nuovo arrivato. Solo in quel momento, Gianluca si accorse di non avere più liquido nel bicchiere, ma solamente il chicco di plastica sputato in precedenza. Questi schizzò come un proiettile proprio sull’occhio di Mario, che si portò una mano alla faccia, gemendo e muovendosi alla cieca.

“Oh, mi dispiace. Vada a mettersi un po’ d’acqua fresca.”

Mario annuì e si allontanò verso il bagno. Il pericolo era scampato. Gianluca sospirò. Quel matrimonio stava diventando un’Odissea. Doveva andarsene il prima possibile. Si pentì di aver provato a imbucarsi.

“Ed ora, signore e signori, il lancio del bouquet!” disse una donna sui quarant’anni, tirata a lucido in un vestito a tubino blu elettrico e su dei tacchi dodici. Molte ragazze ridacchiarono, mentre si mettevano in fila dietro alla sposa, che dava loro le spalle.

Gianluca si appoggiò al tavolo e sentì le dita sprofondare in qualcosa di morbido e appiccicoso. Quando vide di aver messo la mano in una crostata, se ne disgustò. Cercò un tovagliolo con cui pulirsi ma non ne vide neanche uno.

“Attento!” esclamarono alcuni invitati. Si voltò in tempo per vedere il bouquet arrivargli addosso. Alzò la mano e lo prese al volo appiccicandolo alle dita sporche di marmellata. Provò a scrollarlo ma non si staccava.

“Ha il bouquet! La prima che lo prende si sposa, forza!” disse una delle damigelle. La massa di zitelle urlanti cominciò a galoppare verso di lui come un branco imbizzarrito. Gianluca si lasciò sfuggire un grido acuto che avrebbe fatto invidia a Freddy Mercury. Corse verso la prima porta che trovò, quella antipanico.. La spinse e si ritrovò nelle scale interne. Si voltò, le donne erano ancora alle sue calcagna.

“Quello è lo scapolo australiano! È mio!” disse una voce.

Gianluca riprese la salita con il fiatone. Giunse al piano superiore e aprì la porta, varcandone in fretta la soglia e richiudendola alle proprie spalle. Il pavimento era in legno e delle luci molto forti, di alcuni faretti, illuminavano quello spazio ristretto. Davanti a lui, un uomo, in piedi, parlava al microfono di un leggio. Era il suo direttore.

… e per questo premio non posso che ringraziare la persona che amo e che riscalda ogni giorno il mio cuore, stimolandomi a dare il meglio nella mia professione” stava dicendo con il sorriso stampato sulle labbra. Gianluca fece un passo in avanti, trovandosi sotto il fascio di luce. Davanti a lui l’intera platea di invitati al meeting. Gli occhi di tutti erano sgranati, increduli. Lui non capì subito perché lo stessero fissando, fino a che, alzando la mano, si ricordò di avere ancora incollato ad essa il mazzo di fiori.

Racconto: “L’ultimo fiore”

Ogni tanto, nel silenzio della notte, le sembrava di sentire un fugace ronzio. Era stato un sogno? Semplice suggestione? Iris non lo sapeva e credeva d’impazzire. Erano giorni che camminava verso nord. Un commerciante che si era perso in una tempesta di sabbia aveva giurato di essersi imbattuto in una pianura rigogliosa e di aver assaporato il succo acidulo di un kiwi. Lei non ci voleva credere e mai l’avrebbe fatto, se non fosse stata la disperazione a farle affondare i passi nella sabbia calda del deserto. Tutti attendevano impotenti l’arrivo dell’Apocalisse, tranne Iris. Si era aggrappata con forza a quell’ultima opportunità di trascinare fuori dal pantano della rassegnazione la propria razza. Erano millenni che l’uomo scampava a qualsiasi tragedia, dalle epidemie alle guerre mondiali. Sarebbe stato uno scherzo del destino troppo maligno porre proprio lei nel punto finale della storia umana. Staccò la borraccia dalla cinta di cuoio consumata e bevve un lungo sorso.

Lo zaino iniziava a irritarle la pelle, sfregando sulle clavicole. Era pesante e, oltre ai viveri, conteneva tutto il necessario per lo svolgimento della missione, sempre che la testimonianza ricevuta risultasse attendibile. Si fermò sotto il versante di una montagna spoglia, cercando ristoro all’ombra di una roccia. Seduta e con il fiato corto, osservò il panorama devastato dal tempo, dalla siccità e dall’azione indiretta dell’uomo. La mancanza di vegetazione influiva sull’atmosfera, rendendo l’ossigeno merce pregiata, contribuendo considerevolmente al suo affaticamento. Adagiò la nuca alla roccia e provò a non pensare al peso della responsabilità che gravava su di lei. Chiuse gli occhi, e si sentì in uno stato d’intontimento, come se galleggiasse nell’aria. Forse aveva preso un’insolazione. Fu a quel punto che il ronzio si ripresentò, e finalmente la vide. Minuscola come una pulce sul pelo di un cane, macchiava il cielo azzurro sopra la sua testa. Non le separavano più di una manciata di spanne. Iris fece per alzarsi ma non voleva spaventarla o perderla di vista. Doveva rimanere concentrata e seguirla con attenzione, perché quella era un’ape esploratrice e l’avrebbe di certo condotta all’alveare d’origine. Suo nonno le aveva spiegato molte cose in merito alla sciamatura e il fatto che Iris fosse una delle poche persone rimaste in vita, della sua comunità, a conoscere quei dettagli, era stato il motivo principale per cui avevano scelto lei.

Si alzò in piedi e si sistemò il pesante zaino sulla schiena. Non doveva perdere quell’occasione. Assottigliò lo sguardo e mantenne la concentrazione sulla piccola ape. Questa prese il volo, dirigendosi verso una duna. “Non siamo poi così tanto diverse” pensò Iris. “Tu sei un’esploratrice. L’intero alveare dipende da te e da ciò che troverai. Non vivi più per te stessa. Sei disposta a tutto per il benessere dell’intera comunità. Anche a morire, se necessario”. Sorrise a quel pensiero. Dopo giorni che camminava da sola in mezzo al nulla era confortante avere vicino a sé un essere vivente che condividesse la sua sorte. Salì il pendio a fatica. Arrivò in cima ansimante e ciò che vide la lasciò ulteriormente senza fiato. La distesa sabbiosa lasciava il posto a sparuti cespugli, per poi ritirarsi di fronte a erba secca e alberi che andavano a inerpicarsi sul versante della montagna. Vegetazione. Non poteva crederci. Forse c’era ancora speranza. Raccolse le ultime energie e affrettò il passo ma si rese conto di aver perso di vista l’ape. Si sentì smarrita e angosciata. Ritrovarla sarebbe stato come trovare un insetto stecco sulla corteccia di una sequoia. Iniziò ad arrampicarsi sulla roccia della montagna, aggrappandosi ai rami degli alberi che incontrava. Ogni tanto si annusava i palmi, assaporando il piacevole profumo della resina.

Quando stava per perdere ogni speranza, udì un ronzio molto più intenso. Doveva essere molto vicina all’alveare. Alzò gli occhi al cielo, cercando la provenienza di quel suono. Di una cosa era certa: veniva dall’alto. Passo dopo passo esplorò ogni pianta, fino a che non vide una macchia formicolante di insetti gialli e neri. Erano tutti ammassati su un ramo.

«Allora esistete ancora» disse Iris mettendosi a ridere per la gioia. Dagli occhi le sgorgarono delle lacrime. «C’è ancora speranza.» Si tolse lo zaino e lo aprì, estraendo la piccola cassetta di legno che sarebbe diventata la loro nuova casa. Era un’arnia in legno di abete. Sul fondo era stata montata una grata dalla trama sottile, per l’areazione, così come una mascherina a rete per chiudere il portichetto. Aveva all’interno solo una decina di telaini, così da risultare piccola e leggera e adatta al lungo viaggio. Iris l’appoggiò accanto a sé e tirò fuori le protezioni. Si trattava di una maschera a intelaiatura rigida. Come visiera era stata inserita un’altra rete metallica nera. Alla maschera era stato cucito un camiciotto provvisto di maniche, che le arrivava fino alla vita. Fu quindi la volta dell’affumicatore. Consisteva in un cilindro metallico dotato di beccuccio. Dietro gli era stato attaccato un piccolo soffietto. Iris raccolse dei pezzetti di rami secchi e li mise nell’affumicatore, per poi dargli fuoco con l’accendino. Tutto era pronto. Doveva soltanto agire e farlo con la massima cautela. Aveva ancora un paio di ore di luce ed era convinta le sarebbero bastate. D’altronde, le api erano ammassate su un ramo e questo le facilitava le cose. Prese una cesoia e, dopo essersi arrampicata sul tronco, recise il ramo alla base, tenendolo con l’altra mano. Si avvicinò all’arnia e lo scosse, facendoci finire gran parte delle api. Appoggiò il ramo di fronte all’entrata dell’arnia, così che le api residue e l’odore del ramo stesso potessero richiamare le compagne ancora in volo verso la nuova casa. Inserì uno a uno i telaini, facendovi arrampicare le api e con l’affumicatore spinse quelle sul bordo verso l’interno. Con l’aiuto di una spazzola, poi, liberò il ramo da quelle rimaste e chiuse la cassetta, imprigionandole tutte. Ci mise mezz’ora, meno di quanto aveva preventivato. Si sedette e si tolse la maschera e le protezioni, concedendosi il primo vero riposo dopo tanto tempo. Ce l’aveva fatta, aveva compiuto la missione fino in fondo. Aveva salvato la sua gente. Il mondo sarebbe stato pronto a ricominciare. Si addormentò in uno di quei sonni profondi, rimandato da troppo tempo.

Quando si risvegliò era già mattina. Si alzò di buona lena e rimise tutte le attrezzature nello zaino. Afferrò l’arnia per il manico posto nella parte superiore e si incamminò. Abbandonò la vegetazione con un po’ di amarezza. La divisione netta tra essa e l’orizzonte desertico le suonò come un monito. Gli uomini erano riusciti a distruggere ogni cosa, uccidendo anche quei piccoli insetti necessari alla loro sopravvivenza. Quelle api, da sole, erano invece riuscite a costruire il loro piccolo paradiso. Osservò l’arnia, con tutta quella vita al suo interno, pronta a far ripartire il mondo. “E se finissero per uccidere anche voi? Che ne sarà dell’intero pianeta?”. Iris si sentì combattuta, come se, passo dopo passo, stesse sprofondando sempre più nel baratro del peccato. Gli esseri umani non erano tutto. Non poteva sacrificare ogni cosa per la propria comunità. C’era in ballo molto di più. «E se fossi la vostra esploratrice, anziché la loro? Se vi dovessi comunicare il pericolo a cui state andando incontro?»

Si voltò e tornò indietro, risalendo il pendio della montagna. Nel farlo, però, incespicò e perse l’appoggio di un piede, sbilanciandosi. Rotolò un paio di volte prima che la sua mano trovasse un ramo sporgente. Lo tenne stretto e il suo corpo penzolò nel vuoto. Guardò in basso e vide che sotto di sé c’era una voragine, profonda una ventina di metri. Più in basso scorreva un fiume. Impugnava ancora l’arnia, ma questo le rendeva impossibile rafforzare la presa con due mani e issarsi. Se l’avesse fatta cadere per trarsi in salvo avrebbe potuto dire addio allo sciame e chissà, forse era l’ultimo rimasto sulla faccia della Terra. Oscillò il braccio e tentò il tutto per tutto: doveva lanciarla e sperare di farle raggiungere il terreno soprastante. Mirò con attenzione e mollò la presa al momento propizio, vedendo la cassa schizzare in alto per poi sparire nella vegetazione. Iris sentì il ramo scricchiolare, rischiava di rompersi. Allungò la mano finalmente libera e iniziò l’arrampicata, senza pensare ai dolori che la caduta le aveva procurato. Quando giunse in cima poté udire il ronzio forte delle api e questo la rincuorò. Scostò alcuni cespugli e cercò di individuarle e finalmente, in mezzo a delle radici sporgenti, vide i pezzi di legno rotti dell’arnia. Lo sciame era uscito e, irritato, volava senza meta attorno ai resti della loro casa. Iris fece un passo indietro, comprendendo che sarebbe stato meglio allontanarsi da lì. Sentì, però, qualcosa che le camminava sul braccio. Abbassò lo sguardo e vide una delle api che risaliva verso la spalla. Per un attimo che sembrò eterno, le due si guardarono. Poi, l’ape piegò la sua parte posteriore e Iris avvertì il dolore della puntura. Gemette e scosse il braccio per cacciarla via. Si strinse la parte dolente e lasciò cadere a terra lo zaino, cercando riparo tra la vegetazione. Guardò il braccio e vide che era estremamente gonfio. Le faceva male, troppo. Si sedette alla base di un albero e cercò il pungiglione. Doveva estrarlo il prima possibile. Una volta trovato, stette attenta nell’afferrarlo con la punta delle unghie. Non doveva spremerne ulteriore veleno. Lo sfilò e lo gettò via, ma il dolore non cessava. Si sentiva soffocare, la gola gonfia. “Sono allergica” pensò. L’ironia del destino aveva voluto che lo fosse proprio lei, tra i pochi sopravvissuti della sua specie. “Morirò qui, lontana da casa, per una stupida puntura”. Sentì la pressione abbassarsi e i sensi vacillare. Forse era giusto così. Loro avrebbero prosperato e sarebbero andate avanti. A lei non restava che soccombere, come tutta la sua comunità, pronti a pagare il pegno della stupidità umana. Iris tossì e chiuse gli occhi. Una volta morta sarebbe diventata terra e fu contenta di non divenire parte di quell’immenso deserto a cui qualche granello in più non avrebbe fatto alcuna differenza. No, sarebbe diventata un fiore, forse proprio un Iris, quello che piaceva tanto a sua madre. Le api avrebbero preso il suo polline. Avrebbe contribuito alla rinascita del mondo. “Sarò uno degli ultimi fiori. No” si corresse. “Uno dei primi”. Poi si abbandonò alla sua fine, sentendo svanire quel lontano e familiare ronzio.

Racconto “A casa loro”, di Gabriele Dolzadelli

Dalla vetrata del ristorante si poteva vedere il porto. Si riusciva a vedere meglio quello che la calca di giornalisti non riusciva a raggiungere per via delle transenne.
«Dicono che li rimanderanno indietro.»
Jessica stava masticando ancora la cotoletta e non sembrava attratta dalla vista del barcone e dei profughi.
«Se sono riusciti a fare un viaggio d’andata, non sarà un problema farlo al ritorno!»
Caterina annuì poco convinta.
«E poi, hai sentito?» proseguì l’amica. «Questi hanno gli smartphone e i vestiti firmati. Non fuggono di certo dalla guerra, suvvia!»
«A proposito, bella borsa. L’hai presa con i saldi?»
«Uh, grazie. Ti piace?» disse Jessica accarezzandola. «Un regalo di Domenico. Meno male che c’è lui, altrimenti mi perdo sempre queste belle occasioni. Sai, mi dimentico sempre il portafoglio a casa, ultimamente.»
«Anche oggi?»
«Anche oggi!» esclamò Jessica con teatralità, sgranando gli occhi. «Paghi tu, vero tesoro? Poi dico a Domenico di saldare il debito.»
Caterina sospirò. Non era la prima volta che si trovava in una situazione simile con lei e Domenico faceva orecchie da mercante.
«Sì, certo. Hai sentito della fuggitiva?»
«Quale fuggitiva?»
«Quella sfuggita ai controlli, no?»
«Ancora con questi profughi? Siamo venute qui a Lampedusa per un po’ di mare e di relax, non per parlare di questa gente, su!»
«Scusami.»
«E oggi ci faremo una bella giornata in spiaggia. Spero che non mi inquadri qualcuno di quei giornalisti, che sono uscita proprio trasandata.» Jessica infilzò la forchetta nell’ultima porzione di carne.
«Ma no, tesoro. Sei uno schianto. Hai preso anche un bel colorino. Ancora qualche giorno e tornerai a casa nera come il carbone.»
Jessica ridacchiò e si sporse verso l’amica, tornando seria.
«Ci credi che non mi hanno ancora portato le patatine? Questi qua dopo mi sentono.»
«Non fare scenate, dai. Anche i cuochi saranno fuori a guardare che succede.»
«A guardare cosa? Questi stanno meglio di noi. Se sapessero i problemi che abbiamo qui. Ti ho già detto che Nicola vuole smettere di suonare il violino?»
«Davvero?»
«Certo! Ma che problemi hanno i ragazzini di oggi? Se io avessi avuto le loro opportunità. Solo pensieri, guarda, una vita così stressata non la auguro a nessuno. Ma queste patatine?»
«Sta arrivando.» Caterina indicò il cameriere, che si accostò per appoggiarle sul tavolo.
«Alla buon’ora!» si limitò a dire Jessica, assecondando la volontà dell’amica. «Dove eravamo rimaste?»
«Spero davvero che non ci filmino. Immagini che figure?»
Caterina stava ancora guardando fuori dalla vetrata, inevitabilmente attratta da quelle immagini.
«Già ce le vedo quelle gallinelle, a prenderci in giro per il fatto di essere andate in vacanza in mezzo agli immigrati.»
«Attenta che scottano!»
Jessica non l’aveva ascoltata e aveva morso una patatina. La sua smorfia diceva tutto. Spalancò la bocca e piegò la lingua, facendosi aria con la mano verso il palato.
«Ohio, mi oho scohaha a ingua!»
«Lo sapevo! Sei la solita ingorda. Ascolta, lascia qui tutto. Ora andiamo in spiaggia e non pensiamo più a nient’altro ok? Vado a pagare.»
«Shi, azie.»
Mentre Caterina andava alla cassa, Jessica uscì dal locale.
«Documenti, prego.»
Jessica si voltò e vide davanti a sé due carabinieri in divisa.
«Io? Ho imennicao il pottafoi in abeggo!»
«Cosa ha detto?» Il carabiniere guardò il collega, il quale alzò le spalle.
«Questi parlano tanti di quei dialetti. Chiamo il traduttore?»
«Dopo. Avvisa intanto che, forse, l’abbiamo trovata.»
Jessica non poteva crederci. «Soho itaiana! Cateina!»
Il carabiniere prese la ricetrasmittente.
«Abbiamo una donna che inveisce in arabo e non ha i documenti. Mulatta, sui quarant’anni.»
«Quahant’anni?» Come si permetteva? Di anni ne aveva solo trentasette e li portava pure bene.
Vicino a loro arrivò una troupe televisiva. Fu montata una videocamera su un treppiedi e una donna, vestita in tailleur si mise davanti all’obbiettivo con un microfono in mano.
«Siamo qui a Lampedusa a comunicarvi il ritrovamento della donna fuggita nella mattinata…»
Caterina uscì in quel momento dal locale e Jessica la guardò speranzosa.
«Che succede?»
Uno dei carabinieri si fece avanti.
«Signora, lei conosce quest’immigrata?»
La donna si ritrovò il microfono della giornalista contro la bocca e alternò occhiate dal viso stralunato di Jessica alla videocamera. Milioni di italiani attendevano la sua risposta, anche le amiche, le colleghe di lavoro e tutte quelle del gruppo whatsapp delle mamme.
«Io? Figuriamoci. Non ci ho nulla a che fare!»
Il carabiniere annuì.
«Prendiamola.»
L’afferrarono per le braccia e la trascinarono via.
«Catehina!!!»
La giornalista si rimise in posa e toccò l’auricolare che aveva all’orecchio.
«Come già detto si vedrà di rimandare al mittente la nave appena sbarcata, seguendo le nuove normative che prevedono…»
Caterina si avvicinò alla terrazza che dava sul mare, su cui c’erano alcuni tavolini del ristorante. La vista era stupenda anche da lì. Osservò la nave e le persone attorno, piccole come formichine.
«Buon viaggio» disse, dirigendosi alla spiaggia.

Racconto: “Il chiodo di garofano” (parte3)

Terza e ultima parte del breve racconto spin-off. Se vi siete persi le altre due, potete recuperare ai seguenti link la prima e la seconda. Buona lettura e fatemi sapere cosa ne pensate.

«Ho un chiodo di garofano.»

«Dove lo seminerai?» chiese il timorese.

«Tra sangue e ossa. Dove sorgeranno frutti maturi.»

Seppur fosse un viso noto all’uomo, quel rito era richiesto ogni volta, forse per ribadire un concetto.

Questa volta, quando aprì la porta, Amos era in silenzio e con il becco si grattava sotto un’ala. Daiyu era in piedi, dando le spalle all’ingresso. Con l’indice stava scorrendo alcuni barattoli da uno scaffale, cercando una spezia in particolare. Sentì i passi di Sophye e si voltò curiosa, silente, attendendo il resoconto della donna in merito a quello che doveva essere il suo ultimo omicidio.

Sophye si avvicinò alla scrivania dell’orientale e posò su di essa il solito bocciolo. Il volto di Daiyu si incupì.

«Un chiodo per ogni nome, mia bella inglese. Se la memoria non mi tradisce, la scorsa volta ti ho dato l’ultimo della lista. Quale nome mi chiedi, ora, con questo simbolo?»

«Quello vero» rispose lei con decisione, ma con una voce più debole di quanto avrebbe pensato.

Daiyu si sedette e, accigliata, mise una mano al mento.

«Qualcosa, o meglio dire, qualcuno, ha messo in te il tarlo del dubbio? Sai che per salvare la propria anima un uomo direbbe di tutto, anche la più ignobile menzogna.»

Sophye si posizionò davanti a lei, imponendosi un’aria risoluta.

«Sicuramente è così. Ma in questo caso, sentirlo implorare mi ha fatto riflettere. La domanda che mi sono posta, innanzitutto, è stata: se la mia informatrice fosse davvero dalla parte dei portoghesi, per quale ragione avrebbe voluto i miei agganci alla compagnia inglese? Non avrebbe avuto senso, a meno di non voler morti anche questi ultimi, per agevolare i suoi veri alleati. Così ho provato a cercare di nuovo le mie conoscenze, di cui ti avevo fatto i nomi, e, guarda caso, sono tutti morti in circostanze misteriose. È bastato così poco per capire quanto sono stata cieca e ingenua. Stai facendo piazza pulita dei nemici del Portogallo, per assicurargli il completo dominio su Timor e sulle altre isole. Hai lasciato a me gli olandesi e ti sei occupata dei britannici.»

Per la prima volta, Sophye vide i tratti dell’indonesiana contrarsi. Perfino la mano rugosa strinse le dita.

«Tu non immagini nemmeno quello che ho passato. Mio marito era un importante mercante e aveva numerosi amici a Bombay e a Surat. Ma agli inglesi non bastava commerciare con noi. Volevano agire direttamente sul mercato e tuo padre era il promotore di questa iniziativa. Dovevamo fare qualcosa se non volevamo soccombere, e l’abbiamo fatto. Gli olandesi, però, non hanno gradito il potere che stavamo consolidando. Avevano già fatto scempio della nostra terra, l’isola di Banda, massacrandone gli abitanti e cacciando i superstiti. L’hanno riempita di galeotti e schiavi e, com’erano ormai abituati, hanno arraffato anche quello che era nostro, che avevamo costruito col sudore. Hanno ucciso mio marito e sequestrato le sue navi. Solo per miracolo sono riuscita a fuggire fin qui, cambiando nome e rifacendomi una vita con il denaro che mi era rimasto. Mi è bastato poco per capire come vendicarmi aiutando il governo portoghese in questa metà dell’isola, ma non avrei mai potuto fare alcune azioni così rischiose e orribili da sola. Non ho più l’età per agire. Quando un informatore mi ha parlato del fatto che la figlia dei Doyle era sbarcata nelle Molucche facendo domande, non potevo non cogliere l’occasione.»

Sophye fece un passo in avanti, con un odio tale da farle tremare leggermente la mano, mentre puntava l’arma contro la donna anziana.

«Sei un essere spregevole.»

«Credi che i tuoi genitori non avrebbero fatto lo stesso?» la provocò la donna. «Il mercato è anche questo. Vince il più forte, e le spezie valgono molto più dell’oro. Sei figlia di mercanti, lo sai bene anche tu.»

Il pappagallo, forse intuendo la tensione nella stanza, cominciò a sbattere le ali.

«Uccidila! Uccidila!» gracchiò con insistenza.

Sophye sospirò, allargando le narici. «Dovrei, ma forse meriteresti qualcosa di peggio.»

L’orientale scosse il capo.

«Non stava dicendo a te.»

Sophye vide un’ombra dietro di sé e non fece in tempo a voltarsi che il timorese, che stava solitamente di guardia al negozio, l’afferrò per la gola, scaraventandola sulla scrivania e facendo volare per terra tutti i fogli e la boccetta con l’inchiostro.

Sophye cercò di brandire il pugnale, ma le cadde. Afferrò i polsi dell’uomo, che come tenaglie erano inamovibili dalla sua gola. Annaspò, la vista annebbiata. Scalciò e provò anche a tirare dei pugni sulle possenti braccia, ma non sortì alcun effetto.

Udì a malapena lo sparo, la testa già persa in un limbo oscuro. La presa si allentò e il timorese scivolò al suolo, accasciandosi. Dietro di lei, presso la porta, c’era Herman Visscher, la pistola fumante in pugno.

Altri uomini si accalcarono dietro di lui, con le divise delle guardie della compagnia olandese.

Sophye fece per rialzarsi, quando sentì un lamento provenire vicino a sé. Si voltò e vide la vecchia Daiyu riversa sulla propria sedia: aveva raccolto il pugnale di Sophye e se l’era conficcato nel petto con entrambe le mani, preferendo la morte alla cattura.

Gli uomini riempirono la stanza e Visscher tese la mano a Sophye, aiutandola a rimettersi in piedi.

«Quest’uomo è colui che mi ha aggredito nella mia sala, responsabile di ben quattro omicidi, mentre questa donna» indicando il cadavere della orientale sulla sedia. «altri non è che la mandante a cui abbiamo dato tanto la caccia e che si faceva chiamare Li Daiyu.»

«La donna?» chiese uno degli uomini.

«Un semplice ostaggio. Me ne occuperò io.»

Gli uomini si guardarono attorno, cominciando a perquisire la stanza alla ricerca di ulteriori prove per chiudere definitivamente la faccenda. Sophye, una volta ripresa, si accostò all’uomo.

«Ce ne avete messo di tempo. Non è così che si ringrazia chi vi ha fatto dono della vita e vi ha consegnato un nemico mortale nel giro di ventiquattr’ore.»

Visscher non le rispose. Le prese la mano e le mise nel palmo un piccolo chiodo di garofano, il suo, che aveva lasciato sulla scrivania di Daiyu.

«Questi affarini sembrano fiori garbati che crescono nelle serre europee, eppure in realtà il loro profumo pungente matura nel cuore buio delle terre più selvagge ed esotiche. Daiyu l’aveva scelto a mo’ di scherno, ma non si è mai resa conto di quanto vi si addica. Doveva avervi confuso per qualcosa di molto più… domestico.»

Sophye guardò il piccolo bocciolo essiccato nel suo palmo, ma non rispose. L’uomo sorrise.

«Cosa ne farete?»

Sophye lo strinse in un pugno.

«Lo seminerò» disse. «Tra sangue e ossa. Dove sorgeranno frutti maturi.»

Racconto: “Il chiodo di garofano” (Parte2)

Nota: Se non hai letto la prima parte del racconto non proseguire. Troverai il pezzo precedente a questo link.

Daiyu aveva una rete di contatti così fitta da far ingaggiare Sophye come cameriera nel palazzo del signor Visscher entro poco più di una settimana. Al mercante serviva urgentemente un rimpiazzo, dopo che una delle sue domestiche si era improvvisamente licenziata. Quello che non sapeva era che la giovane aveva ricevuto una lauta ricompensa da parte di Daiyu per rifarsi una vita altrove, e che l’addetta al personale aveva ricevuto una somma altrettanto considerevole per raccomandare Sophye, spacciata per la nipote di un capitano inglese caduto in disgrazia. Herman Visscher aveva peraltro urgente bisogno di personale per allestire una cena con il Governatore olandese di Timor Ovest, un uomo d’età avanzata, basso, dal collo incassato nelle spalle e la pancia prominente. Tutto il contrario di Herman, che era invece un uomo maturo ancora piacente, sulla sessantina, con dei capelli folti e grigi, lineamenti duri ma modi eleganti. Sophye fu addetta al beverage. Il suo compito era mantenere colmi i calici dei due uomini di una bevanda che veniva chiamata advokaat e che, da quanto aveva capito, era un liquore che nelle Americhe veniva preparato, insieme a zucchero e ad altri ingredienti, con l’avocado. A Timor, come in patria, gli olandesi ne ricreavano la consistenza con il tuorlo d’uovo. Mentre Sophye continuava a fare avanti e indietro dal tavolo all’angolo della stanza con la brocca in mano, non poté non notare come l’aria della sala fosse satura di un odore leggermente fruttato, intenso e pungente. Collegò quel profumo a quello del chiodo di garofano, usato spesso negli ambienti dei ricchi mercanti, ma che in quella situazione la metteva un po’ a disagio, ricordandole il codice cifrato usato fra lei e Daiyu. I due uomini cenarono con carne di cinghiale di Sulawesi e bevvero fino a quasi ubriacarsi, soprattutto il governatore. Una volta che quest’ultimo se ne andò, Sophye si avvicinò al tavolo. Visscher era solo, intento a contemplare il bicchiere vuoto. Non sembrava temere alcunché da lei. «Gradite altro advokaat?» gli chiese in olandese, con tono gentile. L’uomo fu scosso dai propri pensieri e con un’occhiata distratta si accorse della donna. «Uhm? Sì, certo.» Sophye riempì il calice e arretrò. «Volete che chiuda le porte e vi lasci solo?» L’uomo bevve un sorso e annuì pensieroso. «Sì, certo. Ma prima, ditemi una cosa. Mi è stato riferito che siete la nipote di un marinaio inglese finito in malora. Potete dirmi dove ha servito? Sono curioso» disse avvertendo una strana sensazione alla mano, fissandosi le dita.
Sophye strinse la brocca e annuì. «Compagnia britannica delle Indie Orientali» rispose, suscitando un certo stupore negli occhi dell’uomo. «E riguardo alla mansione non si trattava di un semplice marinaio, ma di un ufficiale» specificò. Visscher la fissò perplesso, cercando di muovere il braccio ma sentì il muscolo intorpidito. «Inutile che cerchiate di alzarvi. Il vostro corpo si sta paralizzando. Nulla di irreversibile.» La donna posò la brocca sul tavolo, liberando le proprie mani. Si avvicinò alla porta della sala, chiudendola e girando la chiave nella toppa. «Dopo la morte dei miei genitori mi sono trasferita nelle Americhe, sotto la tutela di uno zio che faceva il medico. Mi ha insegnato molte cose, tra cui l’utilizzo di alcuni curari usati dalle tribù indigene. Uno di questi serviva a immobilizzare gli animali, pur mantenendo la loro carne in ottimo stato. Lo stesso curaro che ho messo nel vostro bicchiere poco fa.» Visscher strinse i denti, immobile sulla sua sedia. Le mani cercarono di afferrare i braccioli ma faticava anche a muovere le singole dita. «Che state facendo? Non capisco!» Sophye sorrise, afferrando un lembo della gonna e sollevandola. Al suo polpaccio era stretto un lungo pugnale, che sfilò, facendolo poi saltellare nella mano. «I miei genitori si trovavano a Surat per i loro affari commerciali. Ero solo una bambina. Mio padre progettava la possibilità di stabilire dei commerci con gli abitanti delle Molucche, in particolare quelli dell’isola Banda. Voleva mettere le mani sul mercato della noce moscata, del macis e del chiodo di garofano. Parte della popolazione sembrava intenzionata ad aiutarlo, contraria al dominio olandese. Ma non andò come sperato: qualcuno pensò bene di entrare nella nostra residenza e uccidere i miei genitori a sangue freddo, risparmiando solo la piccola bambina. Lasciarono un bocciolo di chiodo di garofano come monito, un segnale molto chiaro sul movente.» Sophye si appoggiò al tavolo, fissandolo. «Finii nelle Americhe, accudita da mio zio, dove passai tutti i miei giovani anni a scacciare il ricordo di quel giorno. Una volta che anche lui morì, ho capito che fuggire e chiudere gli occhi sarebbe stato il torto più grande che avrei potuto fare alla mia famiglia. Dovevo tornare e dovevo risolvere i conti in sospeso.» La lama del coltello venne appoggiata alla gola del mercante che deglutì a quel freddo contatto. «Ho indagato a lungo per capire chi fossero i diretti interessati, chi ci avesse guadagnato e chi avesse sufficiente potere. La fortuna ha voluto che incontrassi un’anziana donna dalle conoscenze provvidenziali, che mi ha permesso di sapere i cinque nomi dei mercanti olandesi che avevano progettato l’omicidio. Lodwick è stato il quarto. Avrai sentito parlare di quello che gli ho fatto, immagino. E ora sono qui, davanti a te.» La mascella di Visscher si disegnò spigolosa sulla guancia. Gli occhi erano sgranati e la fronte imperlata di sudore. «Tu sei pazza!» esclamò. Sophye annuì e premette un po’ di più la punta del coltello sulla giugulare, facendo rabbrividire la sua vittima. Ne uscì una singola goccia di sangue, che colò lungo il collo. «A breve non riuscirai nemmeno più a parlare. Non griderai nemmeno. Nessuno si accorgerà di quello che ti farò, fino a quando non ti ritroveranno.» «Sei così convinta della nostra colpevolezza solo perché una donna ti ha fatto i nostri nomi?» chiese improvvisamente il mercante, parlando a fatica. «Non era solamente la nostra compagnia a volere quel mercato. C’erano altre forze in gioco che hai ottusamente scartato. Mi hai chiesto se ho saputo ciò che hai fatto agli altri commercianti? Sì, l’ho saputo. Ma ancor prima di questo ho saputo delle azioni perpetrate dalla donna di cui ti fidi tanto. Una donna di cui tu, mia cara, non sei certo la prima marionetta.» Sophye strinse la mano sull’impugnatura del coltello e fu tentata di porre subito fine a quella conversazione con un semplice movimento orizzontale, netto e deciso. «Menti!» ringhiò. «Diresti di tutto per salvarti la vita.» L’uomo accennò un sorriso con soltanto mezza bocca. Le labbra si stavano intorpidendo. «Allora come potrei sapere che si chiama Daiyu?»
A quel nome la pelle di porcellana di Sophye impallidì ancor di più. «Metà isola è governata dai portoghesi. Gli stessi che avevano basi d’appoggio nelle Indie e sufficiente influenza per agire contro i tuoi genitori, soprattutto con l’aiuto di quella donna. Quella vecchia ti sta usando per uccidere i suoi nemici, spacciandoli per tuoi. Apri gli occhi e…» La bocca impastata emise qualche suono gutturale. Anche la lingua aveva smesso di funzionare e ora l’uomo era come una statua di bronzo, con gli occhi aperti e fissi su di lei. Sophye avrebbe voluto urlare, chiedere altre informazioni e prove, ma il suo stesso veleno stava privandola di questa possibilità. Si chiese cosa fare: uccidere comunque l’uomo, togliendosi il pensiero, o risparmiarlo, nel dubbio fosse davvero innocente. Strinse ancor di più il pugnale, affondando le unghie nel palmo della propria mano. Infine scacciò i dubbi dal suo cuore e prese la sua decisione.