Racconto: L’imbucato

“Ristorante Bellavista? Hanno pensato in grande!” esclamò Giada mentre accostava davanti all’ingresso della struttura.

“Le apparenze ingannano. Hanno riservato solo un piano. Se non sbaglio, quello di sotto.”

Gianluca si guardò nello specchietto e si aggiustò la cravatta bordeaux e le asole della giacca del completo. Diede un bacio sulle labbra a sua moglie e scese.

“Farò tardi. Non aspettarmi alzata.”

Si diresse alla grossa porta di vetro, da cui si poteva vedere il ristorante pieno di persone altrettanto ben vestite. Non conosceva quasi nessuno, ma sapeva che ci avrebbe messo ben poco a farsi dentro in quella cena di lavoro, a creare gli agganci giusti e a lasciare diversi biglietti da visita. Quando varcò la soglia fu subito accolto da musica Jazz di sottofondo e dal brusio di persone in fila davanti a un buffet. Gianluca iniziò a stringere mani ma vide ben presto che a un tavolo ornato di fiori era seduta una coppia di sposi. Si pietrificò e maledì se stesso per aver sbagliato piano. “Quello sopra, stupido! Quello sopra!” si rimproverò. Girò i tacchi, pronto a tornare fuori, quando una voce stridula lo irrigidì.

“Ehi, ma tu sei Max, il nipote di Clara!”

Gianluca sgranò gli occhi e si girò di nuovo, trovandosi di fronte una donna in carne, truccata con dei colori tanto accesi da sembrare parodistici. Doveva avere sui sessant’anni.

“C… Come scusi?” La donna gli prese le guance stropicciandogliele. “Ma come sei cresciuto! Francesca mi aveva detto di averti invitato ma che non saresti riuscito a venire. Com’è vivere in Australia? Eh?”

Gianluca sentì le parole morirgli in gola. Si guardò attorno e notò che diversi presenti avevano smesso di parlare, tendendo l’orecchio a quel nuovo arrivato che suscitava tanta curiosità.

“Non… è poi così male. Ho dovuto solo abituarmi allo sciacquone che gira al contrario. Mi ha scombussolato per settimane. Non possono fare le cose come noi?”

La signora lo fissava con ammirazione e annuiva convinta a quell’invettiva contro gli stranieri. Gli occhi divennero improvvisamente vitrei, però, quando capì che spettava a lei dire qualcosa a riguardo.

“Da non credere” si limitò a rispondere. “E zia Clara? Come sta?”

Gianluca iniziò a divertirsi nell’interpretare quella parte improvvisata.

“Zia Clara? E chi la tiene ferma!” disse con un sorriso affabile.

La signora sembrò non capire bene.

“Ma… sapevo fosse sulla sedia a rotelle!”

Gianluca tossì, come se gli fosse andato qualcosa di traverso.

“Ehm, no, intendevo dire: “è che la tiene ferma… la malattia… l’età… sa…”

“Capisco. E quanto mi dispiace per Franco” aggiunse la donna, abbassando il capo con la faccia intristita. Anche Gianluca la imitò e per un attimo si pentì di quel gioco andato troppo oltre, da cui non si poteva più tirare indietro.

“A chi non dispiace? Quando la morte chiama non si può far…”

“Morte? Come sarebbe? Franco è morto? Io intendevo dire che mi dispiace non sia potuto venire anche lui!”

Gianluca impallidì. La sua bugia stava per essere scoperta e non poteva prevedere l’esito di una situazione del genere.

“Eh… Sì, è morto. Gli è dispiaciuto così tanto anche a lui che il cuore non ha retto e… Non c’è stato niente da fare.”

“Non mi dire!”

“Mancherà a tutti noi. Ma prima di morire, mi ha fatto promettere di godermi la festa e di mangiare anche per lui. Mi è veramente difficile farlo, ma per l’affetto che ci legava lo farò.”

Gianluca prese un calice di alcolico della casa dal vassoio di un cameriere e lo alzò verso tutti quelli che lo stavano fissando.

“A Franco!”

La donna aveva ancora le mani davanti alla bocca, quando lui la oltrepassò diretto al buffet.

“Ora, con permesso.”

La fila era lunga e compatta. Gianluca si alzò in punta di piedi e, alla vista di quel ben di Dio, capì che sarebbe stato comodo continuare a fingere e godersi una serata alternativa, rispetto a un noioso meeting insieme a manichini di legno. Avanzavano a passo di lumaca e poteva sentire il fiato sul collo di quello di dietro. Sapeva di cipolla e si chiese se fosse causato dalle bruschette.

“Ehi!” disse all’improvviso. “Gli sposi vogliono fare delle foto con gli invitati. Hanno però solo cinque minuti. Non credo riescano tutti.”

L’intera fila si fermò e dopo pochi secondi si misero a correre verso il tavolo dei festeggiati. Gianluca si compiacque di se stesso. L’intero tavolo era per lui. Adocchiò della frutta succulenta e staccò un paio di chicchi d’uva. Se li mise in bocca come se fossero pastiglie.

“Bello il centrotavola con la frutta finta!” esclamò all’improvviso un uomo piccolo e magro alla sua destra.

Quelle parole arrivarono nel momento esatto in cui i suoi denti assaggiarono la durezza dell’uva di plastica. Quasi si ruppe un dente e fece un’espressione di disgusto, mista a dolore. Stava per sputarla d’istinto, ma l’uomo lo fissava sorridente.

“Mm” mugugnò Gianluca, annuendo e massaggiandosi il mento come un contemplatore di opere d’arte.

“Mi hanno detto che viene dall’Australia. Di cosa si occupa?”

Gianluca prese un bicchiere vuoto e, anziché farlo riempire dal cameriere, si voltò e vi sputò dentro, tenendolo poi per la parte centrale, così da coprirne il contenuto.

“Oh, sì” disse imbarazzato. “Ecco… vado a caccia di canguri” disse, menzionando l’unica cosa che conosceva dell’Australia.

“Canguri? Ma dai! E cosa ne fate? Li mangiate?”

Gianluca scosse la testa lentamente.

“No, a dire il vero li usiamo per testare tappetini elastici e… facciamo marsupi.”

L’uomo schiuse le labbra e annuì sorpreso. Forse anche lui sapeva ben poco di quello che avveniva dall’altra parte del mondo.

“Tipo Mr. Crocodile Dundee” aggiunse Gianluca, senza però ottenere alcuna reazione.

“Capisco. So che non è mai venuto da queste parti. Deve fare un certo effetto vedere per la prima volta i propri parenti. L’unico che deve averla vista è Mario, quando venne quattro anni fa da voi. Chissà come sarà contento di rivederla! Aspetti che glielo chiamo. Mario!”

Gianluca sentì la mano sulla spalla. Qualcuno lo stava per far voltare e chi se non Mario? Gli unici occhi all’interno di quella sala che avrebbero potuto riconoscerlo! L’istinto ebbe il sopravvento. Alzò veloce il calice, rovesciandone il contenuto in faccia al nuovo arrivato. Solo in quel momento, Gianluca si accorse di non avere più liquido nel bicchiere, ma solamente il chicco di plastica sputato in precedenza. Questi schizzò come un proiettile proprio sull’occhio di Mario, che si portò una mano alla faccia, gemendo e muovendosi alla cieca.

“Oh, mi dispiace. Vada a mettersi un po’ d’acqua fresca.”

Mario annuì e si allontanò verso il bagno. Il pericolo era scampato. Gianluca sospirò. Quel matrimonio stava diventando un’Odissea. Doveva andarsene il prima possibile. Si pentì di aver provato a imbucarsi.

“Ed ora, signore e signori, il lancio del bouquet!” disse una donna sui quarant’anni, tirata a lucido in un vestito a tubino blu elettrico e su dei tacchi dodici. Molte ragazze ridacchiarono, mentre si mettevano in fila dietro alla sposa, che dava loro le spalle.

Gianluca si appoggiò al tavolo e sentì le dita sprofondare in qualcosa di morbido e appiccicoso. Quando vide di aver messo la mano in una crostata, se ne disgustò. Cercò un tovagliolo con cui pulirsi ma non ne vide neanche uno.

“Attento!” esclamarono alcuni invitati. Si voltò in tempo per vedere il bouquet arrivargli addosso. Alzò la mano e lo prese al volo appiccicandolo alle dita sporche di marmellata. Provò a scrollarlo ma non si staccava.

“Ha il bouquet! La prima che lo prende si sposa, forza!” disse una delle damigelle. La massa di zitelle urlanti cominciò a galoppare verso di lui come un branco imbizzarrito. Gianluca si lasciò sfuggire un grido acuto che avrebbe fatto invidia a Freddy Mercury. Corse verso la prima porta che trovò, quella antipanico.. La spinse e si ritrovò nelle scale interne. Si voltò, le donne erano ancora alle sue calcagna.

“Quello è lo scapolo australiano! È mio!” disse una voce.

Gianluca riprese la salita con il fiatone. Giunse al piano superiore e aprì la porta, varcandone in fretta la soglia e richiudendola alle proprie spalle. Il pavimento era in legno e delle luci molto forti, di alcuni faretti, illuminavano quello spazio ristretto. Davanti a lui, un uomo, in piedi, parlava al microfono di un leggio. Era il suo direttore.

… e per questo premio non posso che ringraziare la persona che amo e che riscalda ogni giorno il mio cuore, stimolandomi a dare il meglio nella mia professione” stava dicendo con il sorriso stampato sulle labbra. Gianluca fece un passo in avanti, trovandosi sotto il fascio di luce. Davanti a lui l’intera platea di invitati al meeting. Gli occhi di tutti erano sgranati, increduli. Lui non capì subito perché lo stessero fissando, fino a che, alzando la mano, si ricordò di avere ancora incollato ad essa il mazzo di fiori.

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Racconto: “L’ultimo fiore”

Ogni tanto, nel silenzio della notte, le sembrava di sentire un fugace ronzio. Era stato un sogno? Semplice suggestione? Iris non lo sapeva e credeva d’impazzire. Erano giorni che camminava verso nord. Un commerciante che si era perso in una tempesta di sabbia aveva giurato di essersi imbattuto in una pianura rigogliosa e di aver assaporato il succo acidulo di un kiwi. Lei non ci voleva credere e mai l’avrebbe fatto, se non fosse stata la disperazione a farle affondare i passi nella sabbia calda del deserto. Tutti attendevano impotenti l’arrivo dell’Apocalisse, tranne Iris. Si era aggrappata con forza a quell’ultima opportunità di trascinare fuori dal pantano della rassegnazione la propria razza. Erano millenni che l’uomo scampava a qualsiasi tragedia, dalle epidemie alle guerre mondiali. Sarebbe stato uno scherzo del destino troppo maligno porre proprio lei nel punto finale della storia umana. Staccò la borraccia dalla cinta di cuoio consumata e bevve un lungo sorso.

Lo zaino iniziava a irritarle la pelle, sfregando sulle clavicole. Era pesante e, oltre ai viveri, conteneva tutto il necessario per lo svolgimento della missione, sempre che la testimonianza ricevuta risultasse attendibile. Si fermò sotto il versante di una montagna spoglia, cercando ristoro all’ombra di una roccia. Seduta e con il fiato corto, osservò il panorama devastato dal tempo, dalla siccità e dall’azione indiretta dell’uomo. La mancanza di vegetazione influiva sull’atmosfera, rendendo l’ossigeno merce pregiata, contribuendo considerevolmente al suo affaticamento. Adagiò la nuca alla roccia e provò a non pensare al peso della responsabilità che gravava su di lei. Chiuse gli occhi, e si sentì in uno stato d’intontimento, come se galleggiasse nell’aria. Forse aveva preso un’insolazione. Fu a quel punto che il ronzio si ripresentò, e finalmente la vide. Minuscola come una pulce sul pelo di un cane, macchiava il cielo azzurro sopra la sua testa. Non le separavano più di una manciata di spanne. Iris fece per alzarsi ma non voleva spaventarla o perderla di vista. Doveva rimanere concentrata e seguirla con attenzione, perché quella era un’ape esploratrice e l’avrebbe di certo condotta all’alveare d’origine. Suo nonno le aveva spiegato molte cose in merito alla sciamatura e il fatto che Iris fosse una delle poche persone rimaste in vita, della sua comunità, a conoscere quei dettagli, era stato il motivo principale per cui avevano scelto lei.

Si alzò in piedi e si sistemò il pesante zaino sulla schiena. Non doveva perdere quell’occasione. Assottigliò lo sguardo e mantenne la concentrazione sulla piccola ape. Questa prese il volo, dirigendosi verso una duna. “Non siamo poi così tanto diverse” pensò Iris. “Tu sei un’esploratrice. L’intero alveare dipende da te e da ciò che troverai. Non vivi più per te stessa. Sei disposta a tutto per il benessere dell’intera comunità. Anche a morire, se necessario”. Sorrise a quel pensiero. Dopo giorni che camminava da sola in mezzo al nulla era confortante avere vicino a sé un essere vivente che condividesse la sua sorte. Salì il pendio a fatica. Arrivò in cima ansimante e ciò che vide la lasciò ulteriormente senza fiato. La distesa sabbiosa lasciava il posto a sparuti cespugli, per poi ritirarsi di fronte a erba secca e alberi che andavano a inerpicarsi sul versante della montagna. Vegetazione. Non poteva crederci. Forse c’era ancora speranza. Raccolse le ultime energie e affrettò il passo ma si rese conto di aver perso di vista l’ape. Si sentì smarrita e angosciata. Ritrovarla sarebbe stato come trovare un insetto stecco sulla corteccia di una sequoia. Iniziò ad arrampicarsi sulla roccia della montagna, aggrappandosi ai rami degli alberi che incontrava. Ogni tanto si annusava i palmi, assaporando il piacevole profumo della resina.

Quando stava per perdere ogni speranza, udì un ronzio molto più intenso. Doveva essere molto vicina all’alveare. Alzò gli occhi al cielo, cercando la provenienza di quel suono. Di una cosa era certa: veniva dall’alto. Passo dopo passo esplorò ogni pianta, fino a che non vide una macchia formicolante di insetti gialli e neri. Erano tutti ammassati su un ramo.

«Allora esistete ancora» disse Iris mettendosi a ridere per la gioia. Dagli occhi le sgorgarono delle lacrime. «C’è ancora speranza.» Si tolse lo zaino e lo aprì, estraendo la piccola cassetta di legno che sarebbe diventata la loro nuova casa. Era un’arnia in legno di abete. Sul fondo era stata montata una grata dalla trama sottile, per l’areazione, così come una mascherina a rete per chiudere il portichetto. Aveva all’interno solo una decina di telaini, così da risultare piccola e leggera e adatta al lungo viaggio. Iris l’appoggiò accanto a sé e tirò fuori le protezioni. Si trattava di una maschera a intelaiatura rigida. Come visiera era stata inserita un’altra rete metallica nera. Alla maschera era stato cucito un camiciotto provvisto di maniche, che le arrivava fino alla vita. Fu quindi la volta dell’affumicatore. Consisteva in un cilindro metallico dotato di beccuccio. Dietro gli era stato attaccato un piccolo soffietto. Iris raccolse dei pezzetti di rami secchi e li mise nell’affumicatore, per poi dargli fuoco con l’accendino. Tutto era pronto. Doveva soltanto agire e farlo con la massima cautela. Aveva ancora un paio di ore di luce ed era convinta le sarebbero bastate. D’altronde, le api erano ammassate su un ramo e questo le facilitava le cose. Prese una cesoia e, dopo essersi arrampicata sul tronco, recise il ramo alla base, tenendolo con l’altra mano. Si avvicinò all’arnia e lo scosse, facendoci finire gran parte delle api. Appoggiò il ramo di fronte all’entrata dell’arnia, così che le api residue e l’odore del ramo stesso potessero richiamare le compagne ancora in volo verso la nuova casa. Inserì uno a uno i telaini, facendovi arrampicare le api e con l’affumicatore spinse quelle sul bordo verso l’interno. Con l’aiuto di una spazzola, poi, liberò il ramo da quelle rimaste e chiuse la cassetta, imprigionandole tutte. Ci mise mezz’ora, meno di quanto aveva preventivato. Si sedette e si tolse la maschera e le protezioni, concedendosi il primo vero riposo dopo tanto tempo. Ce l’aveva fatta, aveva compiuto la missione fino in fondo. Aveva salvato la sua gente. Il mondo sarebbe stato pronto a ricominciare. Si addormentò in uno di quei sonni profondi, rimandato da troppo tempo.

Quando si risvegliò era già mattina. Si alzò di buona lena e rimise tutte le attrezzature nello zaino. Afferrò l’arnia per il manico posto nella parte superiore e si incamminò. Abbandonò la vegetazione con un po’ di amarezza. La divisione netta tra essa e l’orizzonte desertico le suonò come un monito. Gli uomini erano riusciti a distruggere ogni cosa, uccidendo anche quei piccoli insetti necessari alla loro sopravvivenza. Quelle api, da sole, erano invece riuscite a costruire il loro piccolo paradiso. Osservò l’arnia, con tutta quella vita al suo interno, pronta a far ripartire il mondo. “E se finissero per uccidere anche voi? Che ne sarà dell’intero pianeta?”. Iris si sentì combattuta, come se, passo dopo passo, stesse sprofondando sempre più nel baratro del peccato. Gli esseri umani non erano tutto. Non poteva sacrificare ogni cosa per la propria comunità. C’era in ballo molto di più. «E se fossi la vostra esploratrice, anziché la loro? Se vi dovessi comunicare il pericolo a cui state andando incontro?»

Si voltò e tornò indietro, risalendo il pendio della montagna. Nel farlo, però, incespicò e perse l’appoggio di un piede, sbilanciandosi. Rotolò un paio di volte prima che la sua mano trovasse un ramo sporgente. Lo tenne stretto e il suo corpo penzolò nel vuoto. Guardò in basso e vide che sotto di sé c’era una voragine, profonda una ventina di metri. Più in basso scorreva un fiume. Impugnava ancora l’arnia, ma questo le rendeva impossibile rafforzare la presa con due mani e issarsi. Se l’avesse fatta cadere per trarsi in salvo avrebbe potuto dire addio allo sciame e chissà, forse era l’ultimo rimasto sulla faccia della Terra. Oscillò il braccio e tentò il tutto per tutto: doveva lanciarla e sperare di farle raggiungere il terreno soprastante. Mirò con attenzione e mollò la presa al momento propizio, vedendo la cassa schizzare in alto per poi sparire nella vegetazione. Iris sentì il ramo scricchiolare, rischiava di rompersi. Allungò la mano finalmente libera e iniziò l’arrampicata, senza pensare ai dolori che la caduta le aveva procurato. Quando giunse in cima poté udire il ronzio forte delle api e questo la rincuorò. Scostò alcuni cespugli e cercò di individuarle e finalmente, in mezzo a delle radici sporgenti, vide i pezzi di legno rotti dell’arnia. Lo sciame era uscito e, irritato, volava senza meta attorno ai resti della loro casa. Iris fece un passo indietro, comprendendo che sarebbe stato meglio allontanarsi da lì. Sentì, però, qualcosa che le camminava sul braccio. Abbassò lo sguardo e vide una delle api che risaliva verso la spalla. Per un attimo che sembrò eterno, le due si guardarono. Poi, l’ape piegò la sua parte posteriore e Iris avvertì il dolore della puntura. Gemette e scosse il braccio per cacciarla via. Si strinse la parte dolente e lasciò cadere a terra lo zaino, cercando riparo tra la vegetazione. Guardò il braccio e vide che era estremamente gonfio. Le faceva male, troppo. Si sedette alla base di un albero e cercò il pungiglione. Doveva estrarlo il prima possibile. Una volta trovato, stette attenta nell’afferrarlo con la punta delle unghie. Non doveva spremerne ulteriore veleno. Lo sfilò e lo gettò via, ma il dolore non cessava. Si sentiva soffocare, la gola gonfia. “Sono allergica” pensò. L’ironia del destino aveva voluto che lo fosse proprio lei, tra i pochi sopravvissuti della sua specie. “Morirò qui, lontana da casa, per una stupida puntura”. Sentì la pressione abbassarsi e i sensi vacillare. Forse era giusto così. Loro avrebbero prosperato e sarebbero andate avanti. A lei non restava che soccombere, come tutta la sua comunità, pronti a pagare il pegno della stupidità umana. Iris tossì e chiuse gli occhi. Una volta morta sarebbe diventata terra e fu contenta di non divenire parte di quell’immenso deserto a cui qualche granello in più non avrebbe fatto alcuna differenza. No, sarebbe diventata un fiore, forse proprio un Iris, quello che piaceva tanto a sua madre. Le api avrebbero preso il suo polline. Avrebbe contribuito alla rinascita del mondo. “Sarò uno degli ultimi fiori. No” si corresse. “Uno dei primi”. Poi si abbandonò alla sua fine, sentendo svanire quel lontano e familiare ronzio.

Racconto “A casa loro”, di Gabriele Dolzadelli

Dalla vetrata del ristorante si poteva vedere il porto. Si riusciva a vedere meglio quello che la calca di giornalisti non riusciva a raggiungere per via delle transenne.
«Dicono che li rimanderanno indietro.»
Jessica stava masticando ancora la cotoletta e non sembrava attratta dalla vista del barcone e dei profughi.
«Se sono riusciti a fare un viaggio d’andata, non sarà un problema farlo al ritorno!»
Caterina annuì poco convinta.
«E poi, hai sentito?» proseguì l’amica. «Questi hanno gli smartphone e i vestiti firmati. Non fuggono di certo dalla guerra, suvvia!»
«A proposito, bella borsa. L’hai presa con i saldi?»
«Uh, grazie. Ti piace?» disse Jessica accarezzandola. «Un regalo di Domenico. Meno male che c’è lui, altrimenti mi perdo sempre queste belle occasioni. Sai, mi dimentico sempre il portafoglio a casa, ultimamente.»
«Anche oggi?»
«Anche oggi!» esclamò Jessica con teatralità, sgranando gli occhi. «Paghi tu, vero tesoro? Poi dico a Domenico di saldare il debito.»
Caterina sospirò. Non era la prima volta che si trovava in una situazione simile con lei e Domenico faceva orecchie da mercante.
«Sì, certo. Hai sentito della fuggitiva?»
«Quale fuggitiva?»
«Quella sfuggita ai controlli, no?»
«Ancora con questi profughi? Siamo venute qui a Lampedusa per un po’ di mare e di relax, non per parlare di questa gente, su!»
«Scusami.»
«E oggi ci faremo una bella giornata in spiaggia. Spero che non mi inquadri qualcuno di quei giornalisti, che sono uscita proprio trasandata.» Jessica infilzò la forchetta nell’ultima porzione di carne.
«Ma no, tesoro. Sei uno schianto. Hai preso anche un bel colorino. Ancora qualche giorno e tornerai a casa nera come il carbone.»
Jessica ridacchiò e si sporse verso l’amica, tornando seria.
«Ci credi che non mi hanno ancora portato le patatine? Questi qua dopo mi sentono.»
«Non fare scenate, dai. Anche i cuochi saranno fuori a guardare che succede.»
«A guardare cosa? Questi stanno meglio di noi. Se sapessero i problemi che abbiamo qui. Ti ho già detto che Nicola vuole smettere di suonare il violino?»
«Davvero?»
«Certo! Ma che problemi hanno i ragazzini di oggi? Se io avessi avuto le loro opportunità. Solo pensieri, guarda, una vita così stressata non la auguro a nessuno. Ma queste patatine?»
«Sta arrivando.» Caterina indicò il cameriere, che si accostò per appoggiarle sul tavolo.
«Alla buon’ora!» si limitò a dire Jessica, assecondando la volontà dell’amica. «Dove eravamo rimaste?»
«Spero davvero che non ci filmino. Immagini che figure?»
Caterina stava ancora guardando fuori dalla vetrata, inevitabilmente attratta da quelle immagini.
«Già ce le vedo quelle gallinelle, a prenderci in giro per il fatto di essere andate in vacanza in mezzo agli immigrati.»
«Attenta che scottano!»
Jessica non l’aveva ascoltata e aveva morso una patatina. La sua smorfia diceva tutto. Spalancò la bocca e piegò la lingua, facendosi aria con la mano verso il palato.
«Ohio, mi oho scohaha a ingua!»
«Lo sapevo! Sei la solita ingorda. Ascolta, lascia qui tutto. Ora andiamo in spiaggia e non pensiamo più a nient’altro ok? Vado a pagare.»
«Shi, azie.»
Mentre Caterina andava alla cassa, Jessica uscì dal locale.
«Documenti, prego.»
Jessica si voltò e vide davanti a sé due carabinieri in divisa.
«Io? Ho imennicao il pottafoi in abeggo!»
«Cosa ha detto?» Il carabiniere guardò il collega, il quale alzò le spalle.
«Questi parlano tanti di quei dialetti. Chiamo il traduttore?»
«Dopo. Avvisa intanto che, forse, l’abbiamo trovata.»
Jessica non poteva crederci. «Soho itaiana! Cateina!»
Il carabiniere prese la ricetrasmittente.
«Abbiamo una donna che inveisce in arabo e non ha i documenti. Mulatta, sui quarant’anni.»
«Quahant’anni?» Come si permetteva? Di anni ne aveva solo trentasette e li portava pure bene.
Vicino a loro arrivò una troupe televisiva. Fu montata una videocamera su un treppiedi e una donna, vestita in tailleur si mise davanti all’obbiettivo con un microfono in mano.
«Siamo qui a Lampedusa a comunicarvi il ritrovamento della donna fuggita nella mattinata…»
Caterina uscì in quel momento dal locale e Jessica la guardò speranzosa.
«Che succede?»
Uno dei carabinieri si fece avanti.
«Signora, lei conosce quest’immigrata?»
La donna si ritrovò il microfono della giornalista contro la bocca e alternò occhiate dal viso stralunato di Jessica alla videocamera. Milioni di italiani attendevano la sua risposta, anche le amiche, le colleghe di lavoro e tutte quelle del gruppo whatsapp delle mamme.
«Io? Figuriamoci. Non ci ho nulla a che fare!»
Il carabiniere annuì.
«Prendiamola.»
L’afferrarono per le braccia e la trascinarono via.
«Catehina!!!»
La giornalista si rimise in posa e toccò l’auricolare che aveva all’orecchio.
«Come già detto si vedrà di rimandare al mittente la nave appena sbarcata, seguendo le nuove normative che prevedono…»
Caterina si avvicinò alla terrazza che dava sul mare, su cui c’erano alcuni tavolini del ristorante. La vista era stupenda anche da lì. Osservò la nave e le persone attorno, piccole come formichine.
«Buon viaggio» disse, dirigendosi alla spiaggia.

Racconto: “Il chiodo di garofano” (parte3)

Terza e ultima parte del breve racconto spin-off. Se vi siete persi le altre due, potete recuperare ai seguenti link la prima e la seconda. Buona lettura e fatemi sapere cosa ne pensate.

«Ho un chiodo di garofano.»

«Dove lo seminerai?» chiese il timorese.

«Tra sangue e ossa. Dove sorgeranno frutti maturi.»

Seppur fosse un viso noto all’uomo, quel rito era richiesto ogni volta, forse per ribadire un concetto.

Questa volta, quando aprì la porta, Amos era in silenzio e con il becco si grattava sotto un’ala. Daiyu era in piedi, dando le spalle all’ingresso. Con l’indice stava scorrendo alcuni barattoli da uno scaffale, cercando una spezia in particolare. Sentì i passi di Sophye e si voltò curiosa, silente, attendendo il resoconto della donna in merito a quello che doveva essere il suo ultimo omicidio.

Sophye si avvicinò alla scrivania dell’orientale e posò su di essa il solito bocciolo. Il volto di Daiyu si incupì.

«Un chiodo per ogni nome, mia bella inglese. Se la memoria non mi tradisce, la scorsa volta ti ho dato l’ultimo della lista. Quale nome mi chiedi, ora, con questo simbolo?»

«Quello vero» rispose lei con decisione, ma con una voce più debole di quanto avrebbe pensato.

Daiyu si sedette e, accigliata, mise una mano al mento.

«Qualcosa, o meglio dire, qualcuno, ha messo in te il tarlo del dubbio? Sai che per salvare la propria anima un uomo direbbe di tutto, anche la più ignobile menzogna.»

Sophye si posizionò davanti a lei, imponendosi un’aria risoluta.

«Sicuramente è così. Ma in questo caso, sentirlo implorare mi ha fatto riflettere. La domanda che mi sono posta, innanzitutto, è stata: se la mia informatrice fosse davvero dalla parte dei portoghesi, per quale ragione avrebbe voluto i miei agganci alla compagnia inglese? Non avrebbe avuto senso, a meno di non voler morti anche questi ultimi, per agevolare i suoi veri alleati. Così ho provato a cercare di nuovo le mie conoscenze, di cui ti avevo fatto i nomi, e, guarda caso, sono tutti morti in circostanze misteriose. È bastato così poco per capire quanto sono stata cieca e ingenua. Stai facendo piazza pulita dei nemici del Portogallo, per assicurargli il completo dominio su Timor e sulle altre isole. Hai lasciato a me gli olandesi e ti sei occupata dei britannici.»

Per la prima volta, Sophye vide i tratti dell’indonesiana contrarsi. Perfino la mano rugosa strinse le dita.

«Tu non immagini nemmeno quello che ho passato. Mio marito era un importante mercante e aveva numerosi amici a Bombay e a Surat. Ma agli inglesi non bastava commerciare con noi. Volevano agire direttamente sul mercato e tuo padre era il promotore di questa iniziativa. Dovevamo fare qualcosa se non volevamo soccombere, e l’abbiamo fatto. Gli olandesi, però, non hanno gradito il potere che stavamo consolidando. Avevano già fatto scempio della nostra terra, l’isola di Banda, massacrandone gli abitanti e cacciando i superstiti. L’hanno riempita di galeotti e schiavi e, com’erano ormai abituati, hanno arraffato anche quello che era nostro, che avevamo costruito col sudore. Hanno ucciso mio marito e sequestrato le sue navi. Solo per miracolo sono riuscita a fuggire fin qui, cambiando nome e rifacendomi una vita con il denaro che mi era rimasto. Mi è bastato poco per capire come vendicarmi aiutando il governo portoghese in questa metà dell’isola, ma non avrei mai potuto fare alcune azioni così rischiose e orribili da sola. Non ho più l’età per agire. Quando un informatore mi ha parlato del fatto che la figlia dei Doyle era sbarcata nelle Molucche facendo domande, non potevo non cogliere l’occasione.»

Sophye fece un passo in avanti, con un odio tale da farle tremare leggermente la mano, mentre puntava l’arma contro la donna anziana.

«Sei un essere spregevole.»

«Credi che i tuoi genitori non avrebbero fatto lo stesso?» la provocò la donna. «Il mercato è anche questo. Vince il più forte, e le spezie valgono molto più dell’oro. Sei figlia di mercanti, lo sai bene anche tu.»

Il pappagallo, forse intuendo la tensione nella stanza, cominciò a sbattere le ali.

«Uccidila! Uccidila!» gracchiò con insistenza.

Sophye sospirò, allargando le narici. «Dovrei, ma forse meriteresti qualcosa di peggio.»

L’orientale scosse il capo.

«Non stava dicendo a te.»

Sophye vide un’ombra dietro di sé e non fece in tempo a voltarsi che il timorese, che stava solitamente di guardia al negozio, l’afferrò per la gola, scaraventandola sulla scrivania e facendo volare per terra tutti i fogli e la boccetta con l’inchiostro.

Sophye cercò di brandire il pugnale, ma le cadde. Afferrò i polsi dell’uomo, che come tenaglie erano inamovibili dalla sua gola. Annaspò, la vista annebbiata. Scalciò e provò anche a tirare dei pugni sulle possenti braccia, ma non sortì alcun effetto.

Udì a malapena lo sparo, la testa già persa in un limbo oscuro. La presa si allentò e il timorese scivolò al suolo, accasciandosi. Dietro di lei, presso la porta, c’era Herman Visscher, la pistola fumante in pugno.

Altri uomini si accalcarono dietro di lui, con le divise delle guardie della compagnia olandese.

Sophye fece per rialzarsi, quando sentì un lamento provenire vicino a sé. Si voltò e vide la vecchia Daiyu riversa sulla propria sedia: aveva raccolto il pugnale di Sophye e se l’era conficcato nel petto con entrambe le mani, preferendo la morte alla cattura.

Gli uomini riempirono la stanza e Visscher tese la mano a Sophye, aiutandola a rimettersi in piedi.

«Quest’uomo è colui che mi ha aggredito nella mia sala, responsabile di ben quattro omicidi, mentre questa donna» indicando il cadavere della orientale sulla sedia. «altri non è che la mandante a cui abbiamo dato tanto la caccia e che si faceva chiamare Li Daiyu.»

«La donna?» chiese uno degli uomini.

«Un semplice ostaggio. Me ne occuperò io.»

Gli uomini si guardarono attorno, cominciando a perquisire la stanza alla ricerca di ulteriori prove per chiudere definitivamente la faccenda. Sophye, una volta ripresa, si accostò all’uomo.

«Ce ne avete messo di tempo. Non è così che si ringrazia chi vi ha fatto dono della vita e vi ha consegnato un nemico mortale nel giro di ventiquattr’ore.»

Visscher non le rispose. Le prese la mano e le mise nel palmo un piccolo chiodo di garofano, il suo, che aveva lasciato sulla scrivania di Daiyu.

«Questi affarini sembrano fiori garbati che crescono nelle serre europee, eppure in realtà il loro profumo pungente matura nel cuore buio delle terre più selvagge ed esotiche. Daiyu l’aveva scelto a mo’ di scherno, ma non si è mai resa conto di quanto vi si addica. Doveva avervi confuso per qualcosa di molto più… domestico.»

Sophye guardò il piccolo bocciolo essiccato nel suo palmo, ma non rispose. L’uomo sorrise.

«Cosa ne farete?»

Sophye lo strinse in un pugno.

«Lo seminerò» disse. «Tra sangue e ossa. Dove sorgeranno frutti maturi.»

Racconto: “Il chiodo di garofano” (Parte2)

Nota: Se non hai letto la prima parte del racconto non proseguire. Troverai il pezzo precedente a questo link.

Daiyu aveva una rete di contatti così fitta da far ingaggiare Sophye come cameriera nel palazzo del signor Visscher entro poco più di una settimana. Al mercante serviva urgentemente un rimpiazzo, dopo che una delle sue domestiche si era improvvisamente licenziata. Quello che non sapeva era che la giovane aveva ricevuto una lauta ricompensa da parte di Daiyu per rifarsi una vita altrove, e che l’addetta al personale aveva ricevuto una somma altrettanto considerevole per raccomandare Sophye, spacciata per la nipote di un capitano inglese caduto in disgrazia. Herman Visscher aveva peraltro urgente bisogno di personale per allestire una cena con il Governatore olandese di Timor Ovest, un uomo d’età avanzata, basso, dal collo incassato nelle spalle e la pancia prominente. Tutto il contrario di Herman, che era invece un uomo maturo ancora piacente, sulla sessantina, con dei capelli folti e grigi, lineamenti duri ma modi eleganti. Sophye fu addetta al beverage. Il suo compito era mantenere colmi i calici dei due uomini di una bevanda che veniva chiamata advokaat e che, da quanto aveva capito, era un liquore che nelle Americhe veniva preparato, insieme a zucchero e ad altri ingredienti, con l’avocado. A Timor, come in patria, gli olandesi ne ricreavano la consistenza con il tuorlo d’uovo. Mentre Sophye continuava a fare avanti e indietro dal tavolo all’angolo della stanza con la brocca in mano, non poté non notare come l’aria della sala fosse satura di un odore leggermente fruttato, intenso e pungente. Collegò quel profumo a quello del chiodo di garofano, usato spesso negli ambienti dei ricchi mercanti, ma che in quella situazione la metteva un po’ a disagio, ricordandole il codice cifrato usato fra lei e Daiyu. I due uomini cenarono con carne di cinghiale di Sulawesi e bevvero fino a quasi ubriacarsi, soprattutto il governatore. Una volta che quest’ultimo se ne andò, Sophye si avvicinò al tavolo. Visscher era solo, intento a contemplare il bicchiere vuoto. Non sembrava temere alcunché da lei. «Gradite altro advokaat?» gli chiese in olandese, con tono gentile. L’uomo fu scosso dai propri pensieri e con un’occhiata distratta si accorse della donna. «Uhm? Sì, certo.» Sophye riempì il calice e arretrò. «Volete che chiuda le porte e vi lasci solo?» L’uomo bevve un sorso e annuì pensieroso. «Sì, certo. Ma prima, ditemi una cosa. Mi è stato riferito che siete la nipote di un marinaio inglese finito in malora. Potete dirmi dove ha servito? Sono curioso» disse avvertendo una strana sensazione alla mano, fissandosi le dita.
Sophye strinse la brocca e annuì. «Compagnia britannica delle Indie Orientali» rispose, suscitando un certo stupore negli occhi dell’uomo. «E riguardo alla mansione non si trattava di un semplice marinaio, ma di un ufficiale» specificò. Visscher la fissò perplesso, cercando di muovere il braccio ma sentì il muscolo intorpidito. «Inutile che cerchiate di alzarvi. Il vostro corpo si sta paralizzando. Nulla di irreversibile.» La donna posò la brocca sul tavolo, liberando le proprie mani. Si avvicinò alla porta della sala, chiudendola e girando la chiave nella toppa. «Dopo la morte dei miei genitori mi sono trasferita nelle Americhe, sotto la tutela di uno zio che faceva il medico. Mi ha insegnato molte cose, tra cui l’utilizzo di alcuni curari usati dalle tribù indigene. Uno di questi serviva a immobilizzare gli animali, pur mantenendo la loro carne in ottimo stato. Lo stesso curaro che ho messo nel vostro bicchiere poco fa.» Visscher strinse i denti, immobile sulla sua sedia. Le mani cercarono di afferrare i braccioli ma faticava anche a muovere le singole dita. «Che state facendo? Non capisco!» Sophye sorrise, afferrando un lembo della gonna e sollevandola. Al suo polpaccio era stretto un lungo pugnale, che sfilò, facendolo poi saltellare nella mano. «I miei genitori si trovavano a Surat per i loro affari commerciali. Ero solo una bambina. Mio padre progettava la possibilità di stabilire dei commerci con gli abitanti delle Molucche, in particolare quelli dell’isola Banda. Voleva mettere le mani sul mercato della noce moscata, del macis e del chiodo di garofano. Parte della popolazione sembrava intenzionata ad aiutarlo, contraria al dominio olandese. Ma non andò come sperato: qualcuno pensò bene di entrare nella nostra residenza e uccidere i miei genitori a sangue freddo, risparmiando solo la piccola bambina. Lasciarono un bocciolo di chiodo di garofano come monito, un segnale molto chiaro sul movente.» Sophye si appoggiò al tavolo, fissandolo. «Finii nelle Americhe, accudita da mio zio, dove passai tutti i miei giovani anni a scacciare il ricordo di quel giorno. Una volta che anche lui morì, ho capito che fuggire e chiudere gli occhi sarebbe stato il torto più grande che avrei potuto fare alla mia famiglia. Dovevo tornare e dovevo risolvere i conti in sospeso.» La lama del coltello venne appoggiata alla gola del mercante che deglutì a quel freddo contatto. «Ho indagato a lungo per capire chi fossero i diretti interessati, chi ci avesse guadagnato e chi avesse sufficiente potere. La fortuna ha voluto che incontrassi un’anziana donna dalle conoscenze provvidenziali, che mi ha permesso di sapere i cinque nomi dei mercanti olandesi che avevano progettato l’omicidio. Lodwick è stato il quarto. Avrai sentito parlare di quello che gli ho fatto, immagino. E ora sono qui, davanti a te.» La mascella di Visscher si disegnò spigolosa sulla guancia. Gli occhi erano sgranati e la fronte imperlata di sudore. «Tu sei pazza!» esclamò. Sophye annuì e premette un po’ di più la punta del coltello sulla giugulare, facendo rabbrividire la sua vittima. Ne uscì una singola goccia di sangue, che colò lungo il collo. «A breve non riuscirai nemmeno più a parlare. Non griderai nemmeno. Nessuno si accorgerà di quello che ti farò, fino a quando non ti ritroveranno.» «Sei così convinta della nostra colpevolezza solo perché una donna ti ha fatto i nostri nomi?» chiese improvvisamente il mercante, parlando a fatica. «Non era solamente la nostra compagnia a volere quel mercato. C’erano altre forze in gioco che hai ottusamente scartato. Mi hai chiesto se ho saputo ciò che hai fatto agli altri commercianti? Sì, l’ho saputo. Ma ancor prima di questo ho saputo delle azioni perpetrate dalla donna di cui ti fidi tanto. Una donna di cui tu, mia cara, non sei certo la prima marionetta.» Sophye strinse la mano sull’impugnatura del coltello e fu tentata di porre subito fine a quella conversazione con un semplice movimento orizzontale, netto e deciso. «Menti!» ringhiò. «Diresti di tutto per salvarti la vita.» L’uomo accennò un sorriso con soltanto mezza bocca. Le labbra si stavano intorpidendo. «Allora come potrei sapere che si chiama Daiyu?»
A quel nome la pelle di porcellana di Sophye impallidì ancor di più. «Metà isola è governata dai portoghesi. Gli stessi che avevano basi d’appoggio nelle Indie e sufficiente influenza per agire contro i tuoi genitori, soprattutto con l’aiuto di quella donna. Quella vecchia ti sta usando per uccidere i suoi nemici, spacciandoli per tuoi. Apri gli occhi e…» La bocca impastata emise qualche suono gutturale. Anche la lingua aveva smesso di funzionare e ora l’uomo era come una statua di bronzo, con gli occhi aperti e fissi su di lei. Sophye avrebbe voluto urlare, chiedere altre informazioni e prove, ma il suo stesso veleno stava privandola di questa possibilità. Si chiese cosa fare: uccidere comunque l’uomo, togliendosi il pensiero, o risparmiarlo, nel dubbio fosse davvero innocente. Strinse ancor di più il pugnale, affondando le unghie nel palmo della propria mano. Infine scacciò i dubbi dal suo cuore e prese la sua decisione.

Racconto: “Il chiodo di garofano” (Parte1)

Nota: Questo racconto di 20 000 battute verrà proposto in tre parti. Si tratta di uno spin-off riguardante la saga “Jolly Roger” da me scritta, ambientato venti anni dopo le vicende narrate nei romanzi.

Kupang, Isola di Timor, Indonesia

1690

Quando Sophye aprì la porta della bottega “Zon en de Maan” fu improvvisamente investita dall’odore ammaliante di erbe e spezie che impregnava il locale, avvolgendola in un abbraccio da cui era difficile staccarsi, se non con un deciso sforzo di volontà. La pelle chiara dell’inglese e i suoi capelli biondi sciolti fino alle spalle erano in netto contrasto con la carnagione mulatta e i tratti orientali dei clienti che affollavano il negozio. Sarebbe sembrata una bambola di porcellana, con due grandi occhi azzurri, se le forme mature e alcune rughe sul viso non avessero suggerito la sua età effettiva, che da poco aveva superato i quaranta. Senza guardare in faccia nessuno si avvicinò al bancone, dove un timorese, pelato e dall’espressione truce, stava attendendo la risposta di una giovane indecisa. Sophye non aspettò il proprio turno: portò la mano delicata sul banco e posò un piccolo bocciolo essiccato.

«Ho un chiodo di garofano» disse con tono piatto, in lingua olandese.

L’uomo le diede un’occhiata di traverso e con la sua voce profonda rispose: «Dove lo seminerai?»

«Tra sangue e ossa. Dove sorgeranno frutti maturi» replicò la donna immediatamente.

Lo speziale annuì e le fece segno, con un semplice gesto del mento, di andare verso la porta sul retro. Poi, nella più totale indifferenza, tornò a dedicarsi alla cliente.

Quando Sophye aprì la porta cigolante poté sentire i soliti schiamazzi di Amos.

«Biscotto! Biscotto!» diceva in lingua inglese agitando le ali all’interno della sua grande gabbia. Era un Ara Ararauna di notevoli dimensioni e dai colori sgargianti, dal giallo all’azzurro.

A un tavolo era seduta una minuta donna indonesiana, i capelli grigi raccolti in una crocchia, intenta a scrivere su un foglio intingendo la penna nel calamaio.

«Sia dannato il giorno in cui mi sono lasciata convincere da te a tenermi questo pennuto!» disse in uab meto, il dialetto locale. Sophye sorrise. Avvicinatasi alla gabbia, aveva già estratto dalla scarsella appesa alla sua cintola di cuoio un piccolo biscotto, porgendolo al pappagallo.

«Viste le sue dimensioni deve avere un certo valore. Non hai trovato nessun acquirente, Daiyu?» chiese la donna nella stessa lingua.

L’indonesiana posò la penna e alzò per la prima volta lo sguardo sottile, dal taglio sfaccettato e a mandorla come una pietra preziosa. «Chiacchiera troppo. Nessun abitante di Timor apprezza questa dote e i signorotti olandesi non amano avere in casa una bestiola che parla inglese. Finirà che dovrò tenermelo fino alla fine dei miei giorni. Questi uccelli sanno sopravvivere ad almeno tre generazioni, che Dio abbia pietà di me! Ma come mai sei qui? Hai qualcosa per me?»

Sophye lasciò l’ultima briciola al pappagallo per poi avvicinarsi al tavolo della donna e posare di nuovo il piccolo chiodo di garofano.

La speziale lo osservò qualche istante per poi incupirsi. «Un chiodo per ogni nome. Deduco che hai risolto la questione con il signor Lodwick. Ha sofferto?»

«Quanto meritava» rispose l’inglese senza tradire alcuna emozione.

Daiyu sospirò. «Quindi sei qui per il quinto e ultimo nome, deduco. Sei sicura di voler arrivare fino in fondo?»

Sophye continuava a fissarla con i suoi occhi grandi e dal colore dell’oceano.

«Per quale ragione dovrei fermarmi?» disse. Non ne aveva motivo: erano responsabili della morte dei suoi genitori! «Non vorrai sottrarti al nostro accordo, spero.»

La vecchia si accigliò, visibilmente irritata di fronte all’insinuazione.

«Sai bene che non lo farei mai. Ho una reputazione e tu sei stata molto preziosa nel fornirci i giusti contatti con la marina inglese. Seppur queste terre non abbiano ancora visto i frutti della nostra alleanza ai danni della Compagnia, riconosco il rischio da te corso in tutta questa faccenda, ragion per cui ti darò anche questo nome. Ma devo comunque avvertirti dei pericoli ancora maggiori che correrai in questo atto finale. In fondo, hai potuto vedere cosa abbiano fatto simili uomini al tuo buon zio Swayne, nelle Americhe, sotto l’ammiraglio Goodwin.»

Sophye tradì per la prima volta un piccolo spasmo di dolore emotivo e deglutì.

«Ai tempi ero solo una ragazzina. Mio zio merita vendetta tanto quanto i miei genitori. Mi ha allevata dopo la loro morte e mi ha insegnato tutto quello che so. Arriverà il giorno in cui anche l’Inghilterra pagherà il suo conto.»

«Tu abbai alla luna. La tua opera ti porterà solo follia, e non esiste acqua in grado di lavare il sangue dalle proprie mani. Qualsiasi giustificazione diamo alle nostre azioni, la coscienza ci porta sempre, inevitabilmente, il conto. Anche per questo intendo chiederti, ancora una volta, se vuoi davvero aggiungere un altro fardello al tuo carico.»

Al silenzio di Sophye, Daiyu sospirò. Prese in mano il piccolo chiodo di garofano, rigirandolo fra le dita ossute e dalla pelle raggrinzita.

«Sai, molti credono che questo piccolo bocciolo nasca davvero dal garofano. Soprattutto in Occidente, dove viene importato. Come le apparenze ingannano! Il nome è dovuto soltanto alla sua forma, che ricorda proprio quel fiore. In realtà viene da tutt’altra pianta, che cresce nelle Maluku.»

Sophye rimase perplessa a quella breve spiegazione, peraltro non una novità per lei.

«Perché mi dici questo?»

L’orientale sorrise. «Perché spesso anche per gli uomini accade questo. Si riempiono di titoli, si danno un’immagine di persone d’onore e per bene, ma in fondo è solo un nome, l’apparenza di qualcosa, quando in realtà sono tutt’altro.» La vecchia speziale si appoggiò allo schienale della sedia, sentendo scricchiolare tutte le proprie articolazioni. «La persona da cui ti sto mandando è uno di questi individui, e si chiama Herman Visscher.»

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