Ho letto “Il rumore del pallone sul cemento”

Buongiorno amici lettori.

Torno dopo un po’ di tempo per raccontarvi qualcosa delle mie letture. Oggi vi parlo de “Il rumore del pallone sul cemento” di Dario Santonico.

Ho conosciuto Dario all’evento “Novara in Bionda” e proprio quel giorno, scoprendo che non abitava nemmeno troppo distante da casa mia, ho deciso di acquistare il suo libro. Dario ha pubblicato con Book a Book, una casa editrice che si basa sul sistema del crowdfunding. In pratica, il progetto del romanzo viene esposto ai lettori e, se si giunge a un determinato numero di copie prenotate, la CE promette di investirvi con tutti i mezzi a sua disposizione, portando il romanzo fino agli scaffali delle librerie.

Dario ha raggiunto la quota massima di prenotazioni e così è iniziata la sua avventura. Nei giorni che sono seguiti alla pubblicazione ho visto un fioccare di recensioni, foto dei lettori e articoli che parlavano della sua opera. Qui vi metto la trama:

“Domenico e Giulio si conoscono da quando hanno dieci anni. Più precisamente da quando, nelle campagne della provincia romana, un pallone calciato male da Giulio unì le loro vite per gli anni a venire. Ormai adulto, Domenico ripercorre con la memoria il tortuoso percorso della loro amicizia. Dalle giornate passate a costruire casette sugli alberi alle prime gite scolastiche. Dai primi amori alle scazzottate. Dalle fughe improvvise ai ritorni inattesi. Nonostante le loro evidenti diversità, i due si ostinano a mettere in gioco la loro costante e incessante forza per tentare di colmare l’uno le rugosità dell’altro, ritrovandosi, infine, entrambi completati. Una storia che parla di una profonda amicizia, dell’evoluzione dei sogni e della riscoperta di quelle strade che sembravano dimenticate per sempre.”

 

santonico_2bis_noabb-180x280Come letto dalla trama, il romanzo parla di amicizia, quella vera, che lega due persone per un’intera vita. Il punto di partenza è un “Mikasa”, il pallone calciato male da Giulio. Già questa marca ci fa capire come si parli tanto degli anni ’90, atmosfera nostalgica per gran parte di noi, così come lo è per l’autore, cresciuto proprio in quegli anni. Per chi fa parte della stessa generazione, quindi, è un libro che si apprezza soprattutto per ciò che rievoca, dalle abitudini ai comportamenti che non si ritrovano più nei giovani che fanno parte di una categoria ormai appartenente al nuovo millennio e le sue tecnologie.

Il viaggio che il lettore intraprende, però, non si ferma a quegli anni, poiché viene percorsa la vita dei due amici per qualche decennio, facendogli affrontare cambiamenti e situazioni che li portano lontano l’uno dall’altro. Il punto di vista, però, rimane sempre quello di Domenico, ragazzo normale in cui è facile rispecchiarsi, al contrario di Giulio che appare più sopra le righe.

Questa normalità fa sì che la trama abbia un andamento piuttosto lineare, senza troppi colpi di scena, se non un paio, che potrebbero allontanare coloro che cercadsjuzn_w0aaevivno una certa tensione narrativa nelle storie. Al contrario, però, il romanzo può soddisfare quei lettori alla ricerca della profondità, perché in questa storia non mancano le riflessioni, le tematiche sentimentali e introspezioni in merito alle decisioni che Domenico deve prendere. Questo è un romanzo semplice, ma che stimola l’empatia e contribuisce a farci meditare sui legami che abbiamo costruito e sulle persone di cui ci siamo circondati.

Un buon esordio per Dario Santonico. Vi invito a leggere il suo libro mentre attendiamo i suoi prossimi progetti letterari. La sua penna ha un ottimo potenziale e sono sicuro che sfornerà tante altre belle storie.

Alla prossima. Vi lascio il link per l’acquisto.

 

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Ho letto “L’Atlante dell’Invisibile”, di Alessandro Barbaglia

Buongiorno, amici lettori.

Sono finalmente tornato dalle vacanze e posso dirmi davvero soddisfatto delle letture che ho affrontato in questi giorni. Questo sia per il numero di romanzi letti (8 in due settimane) e sia per la bravura dei rispettivi autori. Nei prossimi giorni, quindi, scriverò degli articoli in cui metterò nero su bianco le mie impressioni. Partiamo dal primo romanzo: L’Atlante dell’Invisibile”, di Alessandro Barbaglia.

Conobbi di persona Alessandro alla fiera Libri In Baia a Sestri Levante, tenutasi l’Ottobre dell’anno scorso (se non ci siete ancora andati, fatelo quest’anno. 13 e 14 Ottobre!) e già lessi il suo primo romanzo: “La Locanda dell’Ultima Solitudine”, edito Mondadori e finalista al Premio Bancarella 2017. Se volete leggere anche cosa ne penso di quel libro cliccate qui.

Non potevo perdermi anche questa sua seconda opera e il caso ha voluto che finissi per sfogliarne le pagine nello stesso posto in cui avevo letto “La Locanda dell’Ultima Solitudine”, ossia in una baita in montagna.

Ecco la trama:

Ismaele, Dino e Sofia hanno quarantadue anni in tre quando nel 1989, in una sera di fine estate, rapiscono la luna in segno di protesta. Vivono a Santa Giustina, un lontanissimo paese fatto di baite di legno ai piedi delle Dolomiti che sta per essere sommerso da un lago artificiale, portandosi dietro tutti i loro ricordi, le gare con le lumache, il prato del castagno, i primi baci. Il progetto della diga risale al 1946. Ai tempi, gli abitanti di Santa Giustina non accettarono di abbandonare le loro case per trasferirsi al “paese nuovo” e rinunciarono ai benefici promessi nel caso di una resa immediata. Si avvicina però il momento dell’esproprio definitivo. Proprio negli anni Quaranta si sono conosciuti Elio e Teresa, e precisamente il 19 marzo 1946, in un bar Sport gremito di una folla accalcata per seguire la cronaca radiofonica della prima Milano-Sanremo del dopoguerra. Senza essersi mai visti né incontrati, Elio e Teresa – ormai anziani e da sempre innamorati l’uno dell’altra e del loro paese vicino a Milano – e i quattordicenni Dino, Ismaele e Sofia sono tormentati dalle stesse domande: “dove vanno a finire le cose infinite?”, “dove si nascondono l’infanzia, l’amore o il dolore quando di colpo svaniscono?”. E se Elio, per rispondere, costruisce mappamondi dalle geografie tutte inventate e sbagliate – descrivendo così la terra magica dove abita l’invisibile e costringendo Teresa a correggere tutto con puntiglioso realismo -, i bimbi di Santa Giustina via via che crescono si allenano a non smettere di scorgere l’invisibile tra le pieghe del reale e a conservarlo a modo loro, in una sorta di gioco segreto. In una danza fatta di immaginazione, ricordo ed elaborazione del lutto, Teresa incontrerà i bambini diventati adulti nella notte più incredibile delle loro vite: quella durante la quale, per pochi istanti di eternità, riemergerà il paese sommerso di Santa Giustina. E con lui l’amore, il dolore, l’infanzia e tutta la meraviglia che si nasconde nell’invisibile.

Come il precedete libro di Barbaglia, anche l’Atlante ci pone davanti una prosa molto poetica e fiabesca, con giochi di parole e personalità bizzarre che ci conducono a situazioni surreali, o meglio: a vivere la realtà con gli occhi di un bambino. Perchè, come i bambini sanno scorgere le cose al di là di ciò che è tangibile e reale, anche i tre giovani protagonisti si ritrovano a fare lo stesso, appuntando sul loro Atlante ciò che sfugge agli occhi. E il fulcro della vicenda è proprio quella vallata sepolta dall’acqua della diga, che ha portato via con sé le case, i prati, i luoghi in cui Sofia, Ismaele e Dino giocavano e tutti i loro ricordi. Ma dove vanno a finire le cose, quando non si vedono più? L’incanto dell’intangibile, che racchiude l’amore, il vento, il respiro, le idee, i desideri e molto altro, viene riportato a galla, collegando la trama dei tre con quella di Elio e Teresa. Anche i due costruttori di mappamondi ci mostrano una storia piacevole e divertente e, seppur inizialmente distaccata, va a intrecciarsi benissimo con la trama parallela della diga. Il tutto verso un finale carico di sentimento e di una bella morale, non risparmiandoci, però, un paio di pugni nello stomaco.

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Ho trovato questo libro molto più riflessivo rispetto al primo. Nel romanzo della Locanda c’era un obiettivo da raggiungere, dal momento che Libero aveva prenotato un tavolo per due per un futuro lontano e il lettore era da subito spinto a voler risolvere il mistero della vicenda, ossia come ci sarebbe arrivato e con chi.

In questo caso, invece, ci troviamo a seguire le vite dei protagonisti senza avere uno scopo ben preciso da raggiungere e questo potrebbe affaticarne, all’inizio, la lettura. Però, ammetto, che con lo scorrere delle pagine tutto ha preso una bella piega e, come sempre, arrivato alla fine ne sono rimasto parecchio soddisfatto.

Non mi resta che consigliarlo a tutti voi. Una storia che ha il fascino del sepolto, della nostalgia, della bellezza delle piccole cose, della fantasia, dell’amicizia, dell’amore e delle belle vallate del Trentino Alto Adige.

Al prossimo articolo!

Ho letto “La luce dell’impero”, di Marco Buticchi

Buongiorno a tutti, amici lettori.

Di ritorno dalle vacanze, porto con me un bagaglio di recensioni sui libri che avevo deciso di leggere in spiaggia. Quello di cui voglio parlarvi oggi è: La luce dell’impero, di Marco Buticchi.

Prima di partire voglio fare una premessa: per quanto abbia amato scrivere dei romanzi d’avventura, non ne sono un affezionato lettore. L’unico romanzo di questo genere che mi è particolarmente piaciuto è stato “L’isola del tesoro” di Stevenson, oltre a quelli di Michael Crichton, sempre che si possano definire “d’avventura”. Tempo fa avevo provato, per esempio, ad approcciarmi a Clive Cussler, ma il personaggio di Dirk Pitt aveva subito spento il mio entusiasmo. In merito al perché ne parleremo in seguito, dato che ci sono molte cose che lo accomunano al romanzo di Buticchi. Veniamo alla trama:

XIX secolo. Austria e Francia sono acerrime nemiche sui campi di battaglia. Perché allora Massimiliano d’Asburgo, per volere dell’avversario di sempre Napoleone III, viene nominato imperatore del Messico, un paese oggetto da tempo di violentissime rivolte? Massimiliano è un sovrano illuminato, amante delle meraviglie della natura e desideroso d’apprendere. Perché, nei suoi diari di viaggio, non parla dell’acquisto di due diamanti considerati ancor oggi i più grandi e preziosi mai estratti nel nostro emisfero?
Ai giorni nostri. Una banale avaria costringe Oswald Breil e Sara Terracini, in crociera a bordo del loro yacht Williamsburg, a riparare in un porto appena a sud di Tijuana, Messico. A pochi metri di distanza dall’approdo, viene ucciso un giudice che aveva fatto parte del pool antinarcos messicano. Il giudice, scopriranno Oswald e Sara, stava cercando di comunicare proprio con loro prima di cadere vittima della criminalità organizzata. Ma i cartelli della droga, si sa, non perdonano e Oswald Breil è una pedina scomoda…
L’inestricabile matassa della storia spesso gioca incomprensibili scherzi, collegando fatti lontani nel tempo e nello spazio con un impercettibile filo. I diamanti di Massimiliano sono stati, secoli prima, le basi sulle quali costruire un impero all’apparenza legittimo, ma grondante di sangue innocente. L’unica luce che brilla sull’oscurità di uomini senza scrupoli è quella che un enorme diamante giallo di 33 carati – il Maximilian II – è capace di riflettere. Una pietra sulla quale grava un’antica maledizione e che emana bagliori sinistri, capaci di offuscare persino La luce dell’impero.

Di questo romanzo mi viene da menzionare, purtroppo, soltanto un pregio: l’accuratezza storica. Ciò che avviene in Messico, il dominio di Massimiliano e le varie manovre politiche dei francesi che l’appoggiano sono ben chiarite ed esposte da Buticchi, tanto da riuscire a insegnare qualcosa attraverso il racconto. Non posso che esserne uscito arricchito, da questo punto di vista.

I difetti, però, sono a mio avviso molteplici. Elencandoli:

  1. La storia si sviluppa su due linee temporali differenti. Una nel XIX secolo e una ai giorni nostri. Il lettore viene illuso per tutto il romanzo in merito a un consistente legame che porti queste due linee a incrociarsi e ciò che viene lasciato intendere è che questo punto d’incontro sia il diamante, la Luce dell’Impero, che fa da titolo perfino al romanzo. Vi assicuro, però, che sotto questo aspetto la storia diventa deludente e le due trame risultano slegate se non per una piccola forzatura che non aggiunge nulla alla storia.
  2. I personaggi stereotipati. Questo è stato il motivo principale per cui ho faticato a digerire il romanzo. I due principali cattivi, Lee Cole e Carlos Ruiz, sono privi di spessore. Non viene spiegato nulla della loro personalità e dei motivi che li hanno portati a determinate scelte. Vengono definiti semplicemente “malvagi” ed è lo scrittore, quindi, a suggerirti (se non importi) cosa devi pensare di loro. Credo che questa cosa, oltre a rendere grottesche certe scene, abbia violato apertamente la regola del “show don’t tell”, ossia mostrare senza raccontare. Anche i personaggi buoni soffrono della medesima cosa. Oswald Breil, protagonista seriale di Buticchi, viene presentato come uomo di successo, pieno di soldi, acclamato dal mondo intero come eroe internazionale. Tutti lo amano, tutti lo acclamano e tutti gli fanno la riverenza, in qualunque parte del pianeta si trovi. Non esistono elementi negativi in Breil né aspetti caratteriali che fungano da sfumature. Lui lo devi amare, per forza di cosa, e questa imposizione diventa un po’ nauseante nel corso del racconto. Anche sua moglie Sara è descritta come donna irresistibile, bellissima e intelligentissima e ogni membro dello staff di Breil gode delle migliori competenze che esistano, potendo fare qualsiasi cosa abbiano in mente. Tutto questo non rientra nei miei gusti, perché prediligo personaggi più controversi, interpretabili e difficili da collocare. Non capisco nemmeno perché creare un difetto fisico a Breil, ossia il nanismo, quando questo non ha il minimo impatto sul personaggio. Se non ci venisse ripetuto che Breil è un nano, non ce ne accorgeremmo nemmeno. Non esistono disagi per lui e questo manda a monte il tentativo di dargli questa peculiarità (se volete vedere un vero nano che trasforma il suo difetto in pregio e vive appieno la propria condizione, andate a leggervi qualche pagina su Tyrion Lannister, nella saga di George Martin).
  3. I “Deus ex machina”. Il romanzo ne è pieno. I personaggi “positivi” tendono a cavarsela in ogni situazione. Se non per il proprio ingegno, riescono grazie all’immancabile intervento di terzi. Buticchi ne fa un largo abuso in questa storia, tanto da risultare, alla fine, troppo prevedibile.
  4. Le forzature. Anche in questo caso ce ne sono molte. Tante di queste mi sono suonate come delle palesi prese in giro. Per fare un esempio che non rovini la lettura del romanzo, a un certo punto uno dei cattivi decide di fare un regalo all’imperatore Massimiliano, per rafforzare il proprio legame con lui. Decide di regalargli una spilla. Visto che la storia doveva orientarsi in una specifica direzione e veniva comodo che l’imperatore sospettasse dei piani “malvagi” del cattivo, viene detto che per Massimiliano le spille erano da sempre state sinonimo di tradimento e che quindi, quel gesto, aveva acceso i suoi sospetti. Anche le coincidenze sono eccessive. Seguiamo la storia di tre gruppi di persone (i cattivi, la famiglia olandese e la coppia brasiliana) che pur spostandosi per il mondo intero finiscono sempre per incontrarsi e intrecciare le proprie storie. A meno che Buticchi non volesse marcare molto sull’intervento del destino, questi intrecci risultano a lungo andare poco credibili.

Insomma, credo di aver detto abbastanza in merito ai motivi per cui non ho apprezzato questo libro. Ho fatto davvero fatica a finirlo e non soffrivo così tanto da quando ebbi la brillante idea di leggere Jules Verne. Purtroppo, Oswald Breil è diventato uno dei personaggi che più ho detestato, alla pari con Dirk Pitt. I motivi, alla fine, sono sempre gli stessi.

Chiaramente questo è solo il mio parere e so che da molte persone Buticchi è acclamato e i risultati parlano chiaro. Come si suol dire: de gustibus.

Aggiungo che il libro lo comprai in occasione della fiera Tempo di Libri, a Sestri Levante, a cui andai l’anno scorso. Buticchi fu molto gentile, mi fece una dedica e scattammo una foto. Purtroppo, per quanto sia una persona garbata e a modo, le sue storie non fanno per me. Una seconda possibilità, però, non si nega a nessuno. Staremo a vedere.

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Ho letto “Il buio dentro”, di Antonio Lanzetta.

Buongiorno amici lettori.

Come mi ero promesso, sto riuscendo a tenere un buon ritmo di lettura. Facendo un riepilogo dei romanzi letti e recensiti qui sul blog da Gennaio a oggi, ci troviamo fra le mani: Incubo (Wulf Dorn), Dannati (Glenn Cooper), La freccia nera (Louis Stevenson), Mosaico (Marco DeLuca), On Writing (Stephen King, anche se questo è più un manuale) e Misery (Stephen King). Considerando anche il libro di cui ora vi sto per parlare, siamo a quota sette libri in quattro mesi e viste le mie precedenti medie posso dire di aver fatto dei buoni passi in avanti.

Ma qual è l’ultimo romanzo letto? Si tratta de “Il buio dentro” di Antonio Lanzetta.cover-il-buio-dentro-top-ten

Ero venuto a conoscenza di questo libro a causa di una serie di fortunati eventi. Seguivo Alessia Coppola, autrice amica di una BookTuber che mi aveva recensito e che aveva appena firmato un contratto con La Corte Editore per pubblicare Wolfheart (da poco, Alessia ha pubblicato anche con Newton Compton Editore, con Il profumo del mosto e dei ricordi).

La Corte Editore è una CE di Torino che mi ha affascinato sin da subito. Osservandola anche alle fiere ho avuto un piacevole impatto con la sua veste grafica, sia nella gestione degli stand che nelle copertine e ho percepito una grande dose di coraggio e determinazione che, a mio avviso, la farà diventare presto una piacevole realtà inserita tra le big di casa nostra. Così, iniziando a sfogliare i suoi autori e i suoi titoli, mi sono imbattuto in Antonio Lanzetta, uno dei suoi scrittori di punta che ha iniziato a vendere anche all’estero con grande successo (in Francia, Belgio e Canada). Da lì ad acquistare una copia del suo romanzo il passo è stato breve. Veniamo alla trama:

Il corpo di una ragazza viene ritrovato appeso ai rami di un albero. Il filo spinato scava nei polsi e nella corteccia di un vecchio salice bianco. Le hanno tagliato la testa e l’hanno lasciata sul terreno solcato dalle radici, gli occhi vuoti ora fissano quelli di Damiano Valente. Lui è lo Sciacallo, un famoso scrittore specializzato nel ricostruire i casi di cronaca nera nelle pagine dei suoi libri. Nessuno conosce il suo aspetto, e per Damiano questa è una fortuna: il volto deturpato da cicatrici e quella gamba spezzata che si trascina dietro come un fardello non sono trofei che gli piace mettere in mostra. Lo Sciacallo è un cacciatore che insegue nella morte le tracce lasciate dall’assassino della sua amica Claudia. Un omicidio avvenuto nell’estate del 1985, quando lui era solo un ragazzino con la passione per la corsa e amici in cui credere. Un omicidio che gli ha cambiato la vita.Trentuno anni dopo, Damiano ritorna ai piedi di quel maledetto salice bianco, per dare una risposta a quella sua ossessione che come una ferita pulsante gli impedisce di andare avanti. Con lui ci sono gli amici di sempre, Stefano e Flavio, le cui esistenze si intrecciano inesorabilmente nella dura e cruda scoperta della verità, riportandoli a rivivere le emozioni di una folle estate che ha segnato le loro vite per sempre.

Il romanzo, come abbiamo appena visto, si divide in due linee temporali: una ambientata ai giorni nostri e l’altra nel 1985. Questo ci permette sia di seguire le indagini relative all’omicidio di Elina che di approfondire la vita della persona chiamata ad aiutare la polizia nella cattura dell’assassino, Damiano Valente.

Damiano, Stefano e Flavio sono infatti tre uomini la cui infanzia è stata profondamente segnata dalla morte della loro amica Claudia, avvenuta nello stesso modo in cui è morta Elina.

Ho trovato molto interessante il fatto che le due linee temporali in questione siano state narrate da due punti di vista differenti. Ai giorni nostri veniamo catapultati nei panni di Damiano, segnato sul volto da brutte cicatrici e con una gamba malridotta. Nel passato, invece, ci ritroviamo in quelli di Flavio, così da poter conoscere meglio anche questo secondo protagonista della vicenda. Questo stratagemma aiuta moltissimo a stimolare l’empatia nel lettore, anche se l’unico difetto è quello di trascurare il terzo elemento, Stefano, con cui si fa fatica a entrare in sintonia (probabilmente è voluto, data la secondaria importanza del personaggio, anche se mi sarebbe piaciuto condividerne maggiormente i sentimenti).

Le atmosfere potrebbero ricordare inizialmente It di Stephen King, con Damiano e Stefano che sulla tomba di Claudia ricordano la promessa fatta da bambini, ma ho riscontrato molti più richiami a Mystic River di Dennis Lehane. In ogni caso, emerge come siano stati, probabilmente, questi due autori ad aver influenzato profondamente Lanzetta.

I protagonisti sono tutti quanti perfettamente disegnati, anche Claudia, per cui sono arrivato a provare una terribile sofferenza e angoscia al momento della morte, sentimenti che non provavo, credo, da quando lessi “Nel bosco” di Tana French.

Direi, quindi, che l’aspetto emotivo sia il punto forte di questo autore nostrano, ben dimostrato in un romanzo dove i rapporti interpersonali prendono il sopravvento su quella che l’indagine vera e propria. Difatti, lo svolgersi di questa avviene in maniera molto rapida e semplice, senza i complicati rompicapo a cui siamo abituati nei classici gialli e thriller. Forse, qualche amante del genere potrebbe risultarne deluso ma, per quanto mi riguarda, l’evoluzione dei personaggi mi ha così tanto preso da rimanerne comunque appagato e soddisfatto.

L’unica nota dolente è che sono riuscito a capire chi fosse l’assassino fin troppo in anticipo. Gli indizi disseminati lungo il percorso mi sono sembrati troppo espliciti e questo ha tolto un po’ di gusto alla lettura.

Per il resto, non posso che consigliare assolutamente questo libro e a tenere d’occhio un autore che avrà ancora molto da dire non solo nel nostro paese, ma anche a livello internazionale.

Voto: 8,5

Ps. Da poco è uscito il suo secondo romanzo: “I figli del male”, sempre edito da La Corte Editore.

 

Ho letto Misery, di Stephen King.

Buongiorno amici lettori.

Come preannunciato, dopo averlo acquistato a Tempo di Libri, mi sono finalmente messo a leggere il mio primo romanzo di Stephen King: Misery. L’ho fatto con una certa preparazione mentale, dato che il libro precedente a questo, che era sul mio comodino, è stato On Writing, manuale di scrittura dello stesso autore.

Abbinare queste due letture è stata una mossa vincente. Ho potuto apprezzare per prima cosa la TEORIA di King su come scrivere, per poi vederne la PRATICA con Misery. Sembrava di essere a lezione e la sua maestria è stata, senza dubbio, affascinante.

Per prima cosa, però, ecco la trama:s-l300

“Paul Sheldon, un celebre scrittore, viene sequestrato in una casa isolata del Colorado da una sua fanatica ammiratrice. Affetta da gravi turbe psichiche, la donna non gli perdona di aver “eliminato” Misery, il suo personaggio preferito, e gli impone tra terribili sevizie di “resuscitarla” in un nuovo romanzo. Paul non ha scelta, pur rendendosi conto che in certi casi la salvezza può essere peggio della morte…”

Come si può vedere, l’idea di partenza è tanto semplice quanto interessante. Prendi uno scrittore, mettilo tra le mani di un’ammiratrice psicopatica e cerca di farlo uscire da quella situazione sano e salvo. Nel suo stesso manuale, On Writing, King afferma che molte sue trame si sviluppano in questo modo, senza seguire un vero e proprio canovaccio. L’autore si diverte a creare delle circostanze surreali e a vedere di persona come i suoi personaggi possono venirne fuori. Anche in Misery, Paul Sheldon spiega questo meccanismo attraverso il gioco del “Puoi?”, ossia quel meccanismo (a suo modo divertente) con cui lo scrittore prova a districare la trama con l’ingegno di azioni possibili e al contempo credibili.

Facendo questo, Stephen King riesce a tenerci incollati alla storia e gli va una lode per esserci riuscito mostrando, in 380 pagine circa, soltanto un unico spazio ristretto: la casa di Annie Wilkes. Non viene mostrato il paese, non vengono descritte situazioni esterne o altro. Abbiamo soltanto Paul, il suo punto di vista e la casa della sua rapitrice. Niente di più e niente di meno.

Eppure viviamo la sua angoscia, il suo dolore dato dalla rottura delle gambe, il suo conseguente bisogno di farmaci che gli allevino le sofferenze e la paura verso un’aguzzina disturbata che non ci viene disegnata con parole chiare ed esplicite, piuttosto, viene mostrata lentamente, con i suoi comportamenti singolari, gli sbalzi di umore e i gesti folli.

Sia Paul (approfondito grazie al fatto che è il narratore) che Annie (svelata pian piano agli occhi dello scrittore imprigionato) lasciano il segno, affondando nella mente e nel cuore del lettore.

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Mi è piaciuta anche la trasformazione inesorabile del protagonista, non solo sempre più succube della donna, ma anche del suo stesso manoscritto.

Insomma, un romanzo da divorare (con due parti un po’ macabre che potrebbero disgustare chi è particolarmente sensibile) che si potrebbe porre su un sottile confine tra l’horror e il thriller.

Interessanti anche alcuni metodi di scrittura che abbandonano completamente le regole grammaticali (tra punteggiatura e ripetizioni) per far provare al lettore l’ansia e il panico di alcune situazioni.

Allo stesso modo ho notato un’incredibile capacità narrativa nel cambiare stile di scrittura quando Paul batte a macchina la storia di Misery, facendoci leggere un testo che, credibilmente, non sembra davvero scritto da King ma dal protagonista.

Voto: 9

Stephen King e i suoi consigli di scrittura.

Buonasera amici lettori.

Questo mese mi sono approcciato a una lettura diversa dal solito, recuperata all’ultima fiera di Tempo di Libri. Sto parlando del manuale di scrittura di Stephen King, ossia “On Writing, autobiografia di un mestiere”.

Diverse persone che lavorano come editor mi avevano parlato di questo libro e me lo avevano consigliato, dal momento che sto cercando di entrare a piccoli passi nel mondo della scrittura. Sembra che sia uno dei manuali fondamentali, nella libreria di un autore, insieme a “Elementi di stile nella scrittura”, di William Strunk, consigliato dallo stesso King (che intendo presto recuperare).

Veniamo al libro. A chi può interessare? Secondo me a due categorie di persone:

1) fan di King, che vogliono vedere i retroscena delle sue opere storiche e di come abbia trovato ispirazione a certi passaggi divenuti molto popolari (come la porta distrutta dall’accetta in Shining o la diga costruita dai bambini in It);

2) gli scrittori o aspiranti tali, che vogliono ricevere consigli per migliorarsi.

Non mi dilungherò su tutto ciò che possa interessare la prima categoria e che riguarda il primo terzo del libro. Qui, King parla della sua vita, dall’infanzia fino ai primi racconti autopubblicati con suo fratello e distribuiti all’interno della scuola (ebbene sì, anche King è stato per poco tempo un Self Publisher). Questa parte non è solo interessante per ciò che viene raccontato, ma anche per come viene fatto. Essendo King l’autore della sua biografia, infatti, ha modo di mostrare anche attraverso la propria storia le sue capacità narrative, interessando così anche il secondo gruppo di lettori.

Veniamo ora ai suoi consigli. Vi mostro alcune cose che ho appuntato:

  1. La prima stesura deve avvenire a porta chiusa. La seconda a porta aperta. Questo non in senso letterale, ovviamente, ma in senso simbolico. La prima bozza deve essere fatta per te stesso. Deve esprimere tutto ciò che hai dentro, renderti felice e gratificarti. La seconda deve essere pensata, invece, per far arrivare l’emozione, il pensiero e la storia al lettore, facendo i dovuti aggiustamenti;
  2. la vita non deve essere a sostegno dell’arte, ma l’arte alla vita. Per questo motivo, la scrivania non deve mai essere al centro della stanza, ma di lato;
  3. l’arte è telepatia. Permette a chi la pratica di far giungere pensieri, emozioni e immagini alla mente di altre persone, percorrendo lo spazio e il tempo. Questo pensiero è stato il mio preferito dell’intero libro;
  4. secondo King, il vocabolario di uno scrittore deve essere spontaneo. Quando una parola stona e va sostituita, l’autore non deve ricercare parole che non userebbe mai nella vita quotidiana, ma mettere su carta le prime che gli vengono in mente. Questo per mantenere il rapporto di onestà tra scrittore e lettore, oltre che a risultare credibile. Ciò non toglie che il vocabolario possa essere arricchito nel tempo;
  5. King detesta le forme passive, prediligendo quelle attive. Al posto di dire “la riunione sarà tenuta alle sette”, sarebbe meglio dire “la riunione sarà alle sette”. Secondo lui risulterà più incisivo e piacevole;
  6. per quanto sia facile abusare degli avverbi (anche King ammette di cadere nella trappola), sarebbe buono evitarli, dove possibile. Usare parole come “disse scetticamente” può risultare odioso a lungo andare. Il semplice “lui disse” o “lei disse”, secondo King, è perfetto così com’è. Sarà il contesto, se ben fatto, a far capire al lettore in che modo la voce uscirà dalla bocca del personaggio;
  7. chi non ha tempo per leggere, non ha nemmeno tempo per scrivere. La lettura forgia lo scrittore, aumentando la sua capacità di capire cosa funzioni nella narrazione e cosa no, così come tutte le altre sfaccettature del mestiere;
  8. se non c’è gioia nello scrivere, allora è tutto inutile;
  9. la prima stesura non dovrebbe superare i tre mesi, con circa mille o duemila battute al giorno. Questo per battere il ferro dell’ispirazione finché è caldo;
  10. le storie e i loro simboli sono come reperti archeologici da disseppellire. Bisogna farlo con calma e cautela, lasciandosi trasportare dalla scrittura e dalle azioni dei personaggi stessi. King non ama le trame, infatti, sostiene che la vita vera non può essere progettata e di conseguenza nemmeno i suoi romanzi lo sono. Si fissa un traguardo, questo è certo, ma non sempre viene raggiunto. A volte ci vede giusto, altre volte la storia prende un’altra piega sorprendendolo. Secondo lui, però, l’essenza di un romanzo deve essere percepibile già dalla prima stesura, seppur nulla venga prestabilito.

 

Spero vi sia stato utile questa sorta di riassunto delle parti salienti di “On Writing”. Ve ne consiglio comunque l’acquisto perché ne vale davvero la pena.

A presto e iscriviti al blog per leggere anche i prossimi articoli!

 

Ho letto “Mosaico” di Marco De Luca.

Buonasera a tutti.

Oggi torno con la rubrica “Ho letto” con un libro di un autore esordiente che sta riscontrando un discreto successo. Sto parlando di Mosaico, di Marco De Luca.

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Marco ha autopubblicato il suo romanzo a Febbraio di quest’anno attraverso la piattaforma Amazon, sia in e-book che in cartaceo. In soli due mesi ha venduto ben 500 copie del suo libro, scalando le classifiche del sito nella categoria “Narrativa Storica” e “Azione e Avventura”. Conoscendolo già da prima della pubblicazione del romanzo, ero molto curioso di tuffarmi nelle trame di Venezia da lui costruite e non vedevo l’ora di dirvi la mia personale opinione. Veniamo alla quarta di copertina:

Anno Domini 1583. Venezia è la città dei Dogi, la regina del Mediterraneo, centro nevralgico di tutti i commerci. Il capitano Iñacio Cortés, avventuriero portoghese, intraprendente e senza scrupoli, cercherà di farsi strada dai bassifondi della città di San Marco fino a raggiungere, forse, i vertici della piramide. Attraversando calli e sottoporteghi, districandosi tra intrighi e inganni, il portoghese verrà catapultato in una Spalato leggendaria, dove su suggerimento di un geniale ebreo, si è deciso di fare della città adriatica un fiorente scalo commerciale per favorire l’amicizia tra Venezia e i Turchi. Iñacio cadrà, si rialzerà e imparerà a proprie spese che nella vita ci sono tre tipi di persone: quelli che stanno fermi, quelli che muovono e quelli che sono mossi.
La vera protagonista di Mosaico è però la Serenissima Repubblica, e più ancora gli uomini e le donne che la animano come tessere di un mosaico: uomini di stato, cortigiane deliziose, sicari, avidi mercanti, nobili decaduti, eroi di guerra, corsari rinnegati e cospiratori visionari.

«Venezia è così, fatevelo dire da chi la conosce da sempre. Lo imparerete presto. È come un mosaico dove ogni tessera serve per tenere incollata l’altra. Prese per sé, sono poche le tessere che non siano brutte alla vista, che non sembrino sgradevoli o il cui senso non è chiaro: ma se tutto ricade secondo un disegno, ognuna di loro acquista scopo nel tutto.»

Come si può notare, oltre a Cortés, la vera protagonista della vicenda è Venezia. Ci si immerge totalmente nella città salmastra, tra i suoi viottoli, i canali e le abitudini del 1500. Marco De Luca dimostra una preparazione invidiabile e un lavoro certosino che, oltre a raccontare, permettono al lettore di imparare cose nuove, come in qualsiasi romanzo storico che si rispetti.

Il protagonista è, inoltre, ben caratterizzato, con le sue espressioni, i suoi vizi e le sue passioni. Oltre a Cortez mi sono molto piaciuti i personaggi di Cliff Hume e di Don Bruno Vasquez, compagni di missione che creeranno simpatici siparietti e dialoghi coinvolgenti.

Sugli altri personaggi, invece, c’è una nota dolente. Sono tanti e hanno poco spazio. Alcuni compaiono soltanto per poche pagine, seppur di loro, oltre al nome, si abbia una visione di tutto il loro passato e del loro ruolo all’interno della città. A mio avviso questo genera un po’ di confusione e a volte si poteva fare a meno di caratterizzarli così a fondo, vista la loro scarsa importanza, tratteggiandoli soltanto.

Anche lo stile è ancora un po’ acerbo ma è al contempo promettente e come libro d’esordio si mantiene a un livello molto alto, appassionando sia chi è amante di Venezia e sia chi ha piacere di immergersi nel XVI secolo. Le stesse recensioni avute dal romanzo dimostrano questo apprezzamento.

Sono molto fiducioso in merito all’universo narrativo che Marco sta mettendo in piedi e attendo con ansia il sequel.

Nel frattempo, non mi resta che invitarvi a dare una possibilità a questo libro che oltre a essere un’ottima storia è una delle prove viventi che anche il Self Publishing può sfornare prodotti veramente meritevoli.

Voto: 7,5.

Ho letto “La freccia nera” di Stevenson.

Buongiorno amici lettori.

Dopo aver concluso il mese di Gennaio con le letture di “Incubo” di Wulf Dorn e “Dannati” di Glenn Cooper (di cui vi lascio le recensioni qui e qui) ho iniziato Febbraio con altri due nuovi propositi. Il primo, appena concluso, è un’altra opera di Robert Louis Stevenson, che già mi aveva stregato con “L’isola del tesoro” (qui la recensione). In questo caso, il romanzo che ho scelto è stato “La freccia nera”.

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Stevenson abbandona le ambientazioni caraibiche immergendoci nell’Inghilterra del 1400, in un periodo che viene chiamato “Guerra delle due rose” che vede contrapposto il casato degli York a quello dei Lancaster per impossessarsi del trono.

Il protagonista, Richard Shelton (detto Dick o Dicky), è un giovane orfano che è stato preso sotto l’ala protettrice di lord Daniel Brackley, un nobile voltagabbana che a seconda della convenienza passa facilmente dal sostenere un casato all’allearsi con l’altro. Lord Brackley intende far sposare Richard con Joanna Sedley, una ricca ereditiera la cui dote può fruttare molto all’uomo. Ma ci saranno numerosi imprevisti.

La storia intreccia quindi tre filoni narrativi principali che sono:

  1. La classica impresa dell’eroe (Richard) che cerca di liberare l’amata (Joanna) dalle mani del nemico per poterla sposare;
  2. l’indagine del protagonista, che vuole scoprire chi uccise suo padre per poi vendicarsi;
  3. la guerra tra gli York e i Lancaster.

Oltre a questi ultimi due fronti citati, nel corso della storia si farà conoscenza anche dei banditi della “Freccia Nera” (che danno il nome al romanzo) che oltre a mettere i bastoni tra le ruote a lord Daniel Brackely saranno fonte di pericolo anche per Richard.

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Robert Louis Stevenson

Passiamo ai pregi e ai difetti del romanzo.

Pregi:

Stevenson ha la meravigliosa capacità di far immergere il lettore nell’ambientazione da lui scelta. Se ne “L’isola del tesoro” si poteva sentire l’odore della salsedine e del rum, i rumori dell’isola deserta e il carisma delle figure piratesche (Long John Silver su tutti), in questo romanzo si può avvertire il suono dell’acciaio durante la battaglia, il nitrito dei cavalli, il sibilare delle frecce, facendoti sentire parte integrante di un’epoca cavalleresca di tutt’altro genere. Anche qui non mancano personaggi interessanti, alcuni solo menzionati (John Vendicatorti) mentre altri sono più approfonditi (il bandito Senzalegge). Mi sono piaciute anche alcune scelte morali del protagonista, molto in linea con la sua personalità, così come il fatto che Stevenson abbia fatto sì che Richard compisse anche alcuni errori che, per quanto fosse sua volontà riparare, lasciano nella storia il segno di danni permanenti con cui convivere. Mi è parso un ottimo spaccato di realtà che può dare molti insegnamenti.

Difetti:

Il libro, al contrario de “L’isola del tesoro” non ha una trama così complessa e imprevedibile, anzi. Ha una linea molto semplice e chiara, fin troppo scontata, ma credo che bisogna tenere da conto che fu scritto per ragazzi, alla pari dell’altro romanzo, uscendo a sua volta a puntate prima di essere raccolto in un unico volume. Posso quindi dire che è abbastanza comprensibile la scelta di sceneggiarlo in questo modo, anche se agli occhi di un adulto può risultare facilmente come qualcosa di già visto e sentito.

Anche l’amore tra Joanna e Richard sembra sbocciare troppo facilmente e ho avuto l’impressione che la protagonista femminile fosse troppo frivola e predisposta ai facili sentimenti, ma anche in questo caso, forse, è dovuto all’atmosfera leggera e superficiale che Stevenson ha voluto tratteggiare per favorire una lettura ai più giovani. Perfino il conflitto tra York e Lancaster non viene minimamente spiegato, ma ne conosciamo l’esistenza soltanto per la domanda frequente che troviamo nella storia: “Sei degli York o dei Lancaster?”.

In conclusione, il libro è un ottimo intrattenimento, soprattutto per i giovani. Subisce, però, le aspettative derivanti dall’altra opera di Stevenson, che purtroppo lo schiaccia continuando a mantenere il primato. Non posso dire sia un romanzo che lasci il segno e vista la scontatezza ho faticato un po’ a finirlo, per quanto si leggesse in maniera molto scorrevole.

Voto: 6.5

Voi che ne pensate? Avete avuto modo di leggerlo?

Alla prossima.

Ps. Esistono anche alcuni sceneggiati che hanno portato l’opera in televisione. Per quanto riguarda l’Italia, negli anni 60 ne uscì uno con Loretta Goggi, mentre nel 2006 una trasposizione ambientata in Trentino vedeva come protagonisti Riccardo Scamarcio e Martina Stella.

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Ho letto: Dannati, di Glenn Cooper.

Buonasera ragazzi.

Sono contento di esser riuscito a terminare la seconda lettura che mi ero prefisso per il mese di Gennaio, perché in questo modo mi sono tenuto in pista verso l’obbiettivo che mi ero fissato per il 2018, ossia 20 letture.

Dopo “Incubo” di Wulf Dorn, mi sono così tuffato sul primo libro della trilogia “Dannati” di Glenn Cooper, che porta il medesimo titolo.

Veniamo alla trama:

“Lo chiamano Oltre. Alcuni sono appena arrivati in quel mondo così simile al nostro eppure così diverso. Altr9788842924654_0_0_1533_75i invece sono lì da secoli e sono ormai indifferenti alla perenne coltre di nubi che nasconde il sole e all’atmosfera cupa che li circonda. Ma ognuno di loro condivide lo stesso destino: dopo essere morti, sono stati condannati per l’eternità. Sia che abbiano scritto a caratteri di fuoco il loro nome nel grande libro della Storia – tiranni sanguinari, sovrani spietati, criminali di guerra – sia che nel corso della loro oscura esistenza si siano macchiati di colpe incancellabili, adesso sono tutti relegati in quel luogo maledetto. Tutti, tranne John Camp. Lui è “vivo”, ed è lì per sua scelta. Perché ha giurato di salvare la donna che ama. Durante un audace esperimento di fisica delle particelle, la dottoressa Emily Loughty è scomparsa nel nulla e, quando si è deciso di ripetere il procedimento per capire cosa fosse successo, John si è posizionato nel punto esatto in cui lei era sparita e… in un attimo è stato catapultato nel mondo chiamato Oltre. E ora deve affrontare il male assoluto per ritrovare Emily e riportarla indietro. Ma il tempo a sua disposizione è poco, e tutti e due rischiano di rimanere per sempre prigionieri nella terra dei Dannati…”

Dannati si preannuncia, quindi, una sorta di Divina Commedia moderna, dove John Camp, ex Berretto Verde reduce dall’Afghanistan, deve percorrere in lungo e in largo gli inferi alla ricerca della sua Beatrice, Emily Loughty, dottoressa responsabile del MAAC, progetto che mira a concorrere con il CERN nella ricerca dei “gravitoni”. L’inferno disegnato da Glenn Cooper non ha però nulla di dantesco. Anziché il classico ambiente a gironi a cui l’immaginario ci ha abituati, ci ritroviamo, invece, di fronte a un pianeta completamente identico al nostro, dove Inghilterra, Francia, Italia e Germania continuano a trovarsi nei rispettivi luoghi. Soltanto il progresso scientifico e tecnologico viene a decadere, lasciando posto ad un clima medievale dove la fanno più da padrone le spade rispetto alle sporadiche vecchie pistole a pietra focaia.

Inizialmente si potrebbe avere una piccola sensazione di deja-vu, poichè lo schema ricorda quasi quello di Time Line di Michael Crichton, con il personaggio che attraverso un portale si ritrova catapultato in pieno Medio Evo per ritrovare una determinata persona e riportarla indietro. Anche la procedura di rientro è molto simile, ossia recarsi nel punto di ritorno a un orario prestabilito. C’è però da dire che tutto il contorno trova il suo spazio e la sua originalità, facendoci dimenticare presto di queste similitudini.glenncooper1

Ho comunque gradito lo stile di Glenn Cooper, con cui mi sono approcciato per la prima volta. Posso considerarlo un degno erede di Crichton per il suo modo di approcciarsi tanto alla storia quanto ad argomenti scentifici, facendoci percepire la sua preparazione senza farcela pesare.

I personaggi storici che Camp trova all’Inferno sono ciò che intrattiene maggiormente il lettore. Enrico VIII, Cesare Borgia, Robespierre e Barbarossa sono ben caratterizzati e risultato estremamente interessanti, forse anche più del protagonista, che a mio personale parere risulta fin troppo perfetto per rientrare nelle mie corde. Tempo addietro avevo già scartato il personaggio di Dirk Pitt di Clive Clusser per lo stesso motivo, poiché ho una predilizione per i personaggi complessi, tormentati e con tanti pregi quanto difetti. John Camp è bello, tutte le donne cadono ai suoi piedi, ha sempre la battuta pronta in grado di umiliare il gradasso di turno e conosce mosse che sanno stendere otto avversari armati anche quando si trova a fronteggiarli a mani nude. Insomma, le diverse situazioni, col tempo, diventano un pochino noiose e monotone e prive di patos a causa di questo, ma il romanzo, comunque, scorre molto bene e, come dicevo, sono gli stessi incontri di John con personaggi di ogni epoca a vivacizzare il tutto.

Una piccola nota che mi ha lasciato perplesso riguarda le distanze. La vicenda si svolge in tre settimane, durante il quale il protagonista riesce a passare dall’Inghilterra alla Francia, per poi arrivare fino in Italia, tornare in Francia e poi ancora in Inghilterra. Tutto quanto a piedi, a cavallo e con una macchina che va a 30/50 Km/h, con le relative pause, tappe e battaglie. Anche i soldati marciano negli stessi tragitti e abbiamo uomini che percorrono la Russia intera per andare a piedi in Germania, giungendo a destinazione. Insomma, questa cosa mi ha fatto storcere un pochino il naso, sembrandomi irrealistica, ma è stata l’unica cosa.

Il libro non è autoconclusivo e la trilogia necessita di esser letta per completo per godere appieno della storia.

Il mio voto? Direi 7.5. Mi ha intrattenuto e mi ha divertito. Sicuramente proseguirò con gli altri due libri.

Alla prossima!

Ho letto “Incubo” di Wulf Dorn.

Buongiorno amici lettori.

Oggi vi propongo un nuovo articolo per la rubrica “Ho letto…”, che spero quest’anno sia più ricca, dato che mi sono proposto di aumentare sensibilmente le mie letture rispetto a quelle del 2017.

Come primo libro di questo nuovo proposito, mi sono approcciato a un autore tedesco divenuto noto con “La psichiatra”, best-seller uscito nel 2009 e tradotto in diverse lingue, che ha raggiunto le centomila copie vendute: Wulf Dorn.wulf-dorn

Classe 1969, Dorn ha poi prodotto altri 6 romanzi (Il superstite, Follia profonda, Il mio cuore cattivo, Phobia, Incubo e Gli eredi). Il suo genere viene catalogato nel thriller psicologico, ambiente in cui l’autore si sente a suo agio, avendo lavorato per vent’anni come logopedista in una clinica psichiatrica.

Non avevo mai letto niente di suo e non sapevo cosa aspettarmi di preciso quando mi è capitato tra le mani il suo romanzo “Incubo”. Veniamo alla trama:

“Dalla morte dei genitori in un terribile incidente d’auto dal quale è uscito miracolosamente illeso, Simon soffre di incubi spaventosi. Dopo essere stato ricoverato in un ospedale psichiatrico in seguito allo shock, Simon si è stabilito dalla zia insieme con suo fratello maggiore, ma adattarsi alla nuova vita è un compito durissimo, soprattutto da quando Simon è perseguitato da una presenza malvagia che lo spia nel buio, proprio come nei suoi sogni più spaventosi. E forse è proprio questa presenza la responsabile della scomparsa di una ragazza, la stessa che Simon decide di cercare aiutato dalla sua unica amica.”wepcs8x

La trama è accattivante, anche se qui voglio aprire una parentesi. La sinossi proposta da Amazon è diversa da quella che ho trovato sull’aletta del libro cartaceo. Su quest’ultima, ritengo che la casa editrice (forse la Corbaccio che è l’editore ufficiale o la Mondadori che ha preso la licenza per questa edizione) abbia fatto un grosso danno al lettore, perchè viene fatta menzione di un avvenimento che si leggerà a pagina 200 (circa) su 350. Un avvenimento molto importante ai fini della trama e che è da considerarsi un grosso spoiler. Ma a parte questo…

Nella lettura ho notato più aspetti negativi che positivi. Nel dettaglio, tra i primi:

  1. trovo che l’autore abbia grande difficoltà a rappresentare l’universo fanciullesco. Non credo che sia una cosa facile da fare. I bambini hanno un linguaggio proprio, una mentalità semplice e aperta, molto diversa da quella degli adulti. Narrare il loro universo immedesimandosi in questo mondo è spesso un’impresa e richiede una grande capacità da parte dello scrittore. Su questo punto, ho trovato Wulf Dorn molto mancante. Già nel prologo troviamo due bambini che di fronte alla morte di un uccellino si mettono a filosofeggiare sulla vita e sulla morte, parlando perfino di significati simbolici in merito alla favola di Cappuccetto Rosso e all’identità del Lupo. La situazione appare surreale a chi legge e questo è un problema che si ripercuote anche più avanti. Il protagonista, Simon, viene descritto come gracile, bullizzato. Suo fratello più grande lo chiama con l’appellativo “piccolo”. Fino a metà romanzo, noi lettori non sappiamo quanti anni abbia Simon. Tutti gli elementi in nostro possesso ci fanno credere che sia effettivamente un bambino, ma anche qui troviamo contrasti tra comportamenti infantili e tratti filosofeggianti che cozzano l’un con l’altro e lasciano spaesati fino a quando non viene chiaramente detto che Simon ha sedici anni. Anche a quel punto si rimane basiti, seppur si lasci intendere che il ragazzo soffra di comportamenti autistici;
  2. la figura del Lupo. Fa parte di un simbolismo che all’interno del romanzo risulta un po’ innaturale. Si fa fatica ad inserirla all’interno del contesto e sembra continuamente che l’autore voglia spingere con forza nella nostra mente questa figura. La si trova ovunque. Frasi come “ho una fame da lupi” o metafore sparate a random dai personaggi che riguardano questi animali, ce li fanno sempre comparire davanti ma per tutto il romanzo ci chiediamo il perché. Pur comprendendo la morale finale del libro ho avuto la sensazione di qualcosa di artefatto e poco convincente da quel punto di vista.
  3. Il protagonista antipatico. Difficile farsi andare a genio Simon, con le sue fisse e le sue uscite. Non sono riuscito a provare empatia per lui e questo mi ha fatto leggere le vicende sempre con un po’ di distacco.

L’aspetto positivo:

  1. La scena dell’albergo abbandonato. Ecco, questa scena è stata spettacolare e Wulf Dorn l’ha descritta con grande maestria. Il pericolo nascosto nell’ombra e quella sensazione di essere osservati era vivida e credibile e mi ha trasmesso il senso di angoscia che l’autore si era proposto. Se dovrò ricordare Incubo tra qualche anno, probabilmente sarà più che altro per quelle pagine.

L’aspetti “Ni”:

  1. il finale. Dico “nì” per una semplice ragione. Inizialmente il racconto mi sembrava molto piatto, con una linea narrativa priva di alcun imprevisto e mirava ad andare a un porto di cui tutti conoscevano il nome. L’autore ha saputo però giocare bene sul colpo di scena e questo gli renderebbe merito. Il problema è che anche quel colpo di scena è facilmente intuibile già da metà romanzo circa. Il pensiero che mi ero fatto, in sostanza, è stato: “Ok, la trama rischia di essere piatta. Se finisce in questo modo il romanzo è totalmente da bocciare. Se, però, la giochi nel modo che ho intuito, allora la sufficienza ce l’hai, salvandoti in corner. Ecco, quella svolta di trama c’è stata. Merito di averla inserita, demerito per non averla nascosta bene.

In sintesi, il voto che mi sento di dare a questo romanzo è 6/10. Non mi sento comunque di escludere Dorn dalle mie future letture. Molti hanno parlato bene de La psichiatra e forse, un giorno, gli darò una seconda possibilità. Comunque, vale sempre il detto: “de gustibus”.

Alla prossima.