Ho letto “Chimera” di Eleonora Rossetti

Si conclude il secondo mese dell’anno e la quota di libri letti sta mantenendo il passo giusto per raggiungere quella annuale che mi ero prefissato (30 libri).

Per chi si fosse perso le mie letture di gennaio, ecco il link all’articolo, dove si parla di: Moby Dick, Mary Read e Non si uccide per amore.

Venendo a febbraio, ho avuto modo di scoprire un’autrice valtellinese, Eleonora Rossetti, e di leggere un classico della letteratura (di cui vi parlerò in un altro post). Andiamo per ordine, parlando di “Chimera”, di Eleonora Rossetti, edito da La Corte Editore.

Tempo fa lessi un post di Dario Tonani, autore di Naila di Mondo 9, che ho letto l’anno scorso (dimenticandomi di metterlo nel post di riepilogo delle letture del 2018, insieme a un paio di altri romanzi, ahimé), dove si diceva che la fantascienza odierna stia trascurando troppo l’aspetto dell’intrattenimento, perdendo così interesse del grande pubblico. Nel caso del romanzo di Eleonora non è così. Viene trattata una tematica molto interessante e che può essere oggetto di riflessione, ossia la simbiosi tra tecnologia e cervello, il tutto senza tralasciare l’azione vera e propria, che coinvolge dalla prima all’ultima pagina.

Credo che l’argomento del cervello stia prendendo sempre più piede in questo genere di romanzi, così come nella cinematografia. Se un tempo ci si concentrava molto di più sulla robotica nel senso ampio del termine, oggi l’argomento di punta sembra stia diventando proprio questo: il cervello. Basti pensare a serie televisive come Altered Carbon o Travelers. Io stesso, nel progetto Backup, insieme ad altri tre autori, stiamo toccando questo tema che ha ancora tanto da dire.

Passando a Chimera, ecco la trama:

Jonathan Sniper è sempre stato alla ricerca dello scoop del secolo, ma non avrebbe mai immaginato di finirci in mezzo. Tutto precipita una notte, quando si ritrova in mezzo alla strada con una pistola in tasca e i vestiti sporchi di sangue non suo. Non sa come sia arrivato lì: l’ultima cosa che ricorda è che stava aiutando uno sconosciuto a sfuggire a dei malviventi. Un uomo che, nei suoi ultimi istanti, gli ha inoculato qualcosa. Da quel momento, il buio. Adesso è lui a ritrovarsi braccato, non solo dalla polizia, ma anche da misteriosi individui che cercano di catturarlo con ogni mezzo per recuperare ciò che gli è stato affidato senza il suo consenso. Qualcosa che ora gli sussurra nella testa, a volte consigliandolo, a volte ostacolandolo, ma addirittura prendendo il comando del suo corpo: una coscienza estranea, artificiale, che rivendica la sua presenza, ripetendo “io sono Jonathan”. Tra vuoti di memoria, inseguimenti, inganni e alleati insperati, Jonathan dovrà capire cosa nasconde dentro di sé prima ancora di svelare i misteri che lo circondano. E scoprirà a sue spese che, se da un lato un’intelligenza artificiale non conosce le emozioni, dall’altro la natura umana, sotto la patina dell’etica e della morale, è la più brutale che esista al mondo. “

Ho trovato il libro molto appassionante. La preparazione di Eleonora Rossetti sulle tematiche trattate è notevole. Si parla di droni, di mondo digitale, di cervello, di armi e molto altro e in ognuno di questi campi non si ha la sensazione di terminologie buttate a caso ma di una precisione che rafforza la fiducia del lettore verso la scrittrice. Questa fiducia porta la storia a essere credibile, pur essendo in un’ambientazione futuristica e di fantasia. Mi ha ricordato tanto i romanzi del compianto Michael Crichton che, come dissi in un vecchio post, è stato il primo autore a cui mi sono affezionato.

Eleonora Rossetti

Il romanzo, in conclusione, mi è piaciuto molto. Si divora in poco tempo proprio a causa del ritmo sempre alto (forse anche troppo, lasciando pochi momenti di respiro). Il protagonista è molto ben caratterizzato anche se la soluzione del suo dramma interiore mi è parsa molto telefonata e non ho avuto l’effetto sorpresa al momento della rivelazione che metteva tutti i tasselli al loro posto. Anche i personaggi secondari sono molto interessanti e la trama è gestita magistralmente.

Lo straconsiglio sia agli appassionati di fantascienza ma anche a quelli di avventura e di azione. Spero che Eleonora Rossetti continui a scrivere questo genere letterario perché è in gamba ed è un’ottima penna che farà parlare di sé.

LE MIE LETTURE DI GENNAIO

Buongiorno amici lettori.

Come ricorderete, per il 2019 mi ero proposto di arrivare a leggere ben 30 romanzi (10 in più rispetto all’anno scorso). Devo dire che sono partito piuttosto bene e nel primo mese dell’anno ho già terminato tre letture, di cui sono estremamente soddisfatto. Ho deciso di fare un post unico in cui ve ne parlo in maniera riassuntiva. Eccole qui di seguito:

  1. MARY READ, LA DONNA PIRATA (di Michela Piazza). Conosco Michela da molto tempo, un’autrice in gamba che ha voluto mettere su carta la biografia di questa famosa piratessa vissuta nei primi decenni del ‘700. Inizialmente l’opera era divisa in due volumi, perché la vita di Mary Read è così piena di avvenimenti che è davvero difficile racchiudere il tutto in poche pagine. Mary Read, infatti, finge di essere suo fratellastro morto, Mark, travestendosi da maschio. Lo fa sin da bambina, così da farsi mantenere dalla nonna di quest’ultimo. Negli anni, però, questi panni le permettono anche di fare una vita diversa da quella di tutte le altre donne. Diventa marinaio, soldato e perfino pirata. Unendo i due volumi in uno solo, Michela Piazza crea un’opera degna di essere conosciuta, dove le sue ricerche durate ben dieci anni, portano a descrivere con accuratezza la guerra tra Inghilterra e Francia oltre che la vita di mare. A questo aggiungiamo la capacità di farci immedesimare nei personaggi, di farci affezionare a loro e di soffrire, in più momenti, di fronte a situazioni drammatiche. Troveremo pirati come Calico Jack, Charles Vane, Barbanera, Anne Bonnie, Israel Hands e molti altri. Ammetto e ribadisco che è uno dei più bei romanzi che abbia mai letto;
  2. MOBY DICK, di Herman Melville. Che dire di questo classico? Non si può dire nulla che non sia già stato detto. Di certo un capolavoro della letteratura dell’800. Sicuramente non è un romanzo di facile lettura. Un po’ per la prosa molto antica e un po’ le continue parentesi che Melville apre nel descrivere, come in un saggio, la balena e tutte le sue parti, ho dovuto accantonarlo più volte per concedermi lo svago di letture più rilassanti. In circa tre mesi, alla fine, sono riuscito a terminarlo con grande soddisfazione. Una delle caratteristiche incredibili che ho notato del suo modo di scrivere, è quello di creare aspettativa. Lo fa con tutti i personaggi chiave, in particolar modo con tre. Il primo è Quiqueg, il ramponiere indigeno. Quando Ismaele trova alloggio in una locanda, prima di imbarcarsi, gli viene detto che non c’è posto, se non in un letto da condividere con questo strano personaggio. Quiqueg, però, non è presente in locanda e Ismaele mette assieme le più svariate voci sul suo conto, prima di poterlo vedere con i suoi occhi. Questo porta il lettore a farsi stravaganti idee e di non vedere l’ora che compaia tra le pagine. Lo stesso avviene con Achab, che non appare sul ponte della nave se non a viaggio inoltrato (e anche su di lui ne vengono dette di tutti i colori, contribuendo alla sua fama leggendaria) e con Moby Dick, la balena bianca, di cui se ne parla per tutto il romanzo ma che comparirà solo alla fine. Una tecnica eccezionale, tanto quanto la poetica dello scrittore;
  3. NON SI UCCIDE PER AMORE, di Rosa Teruzzi. Si tratta del terzo romanzo di una serie (di cui uscirà quest’anno il quarto). Segue infatti a “La sposa scomparsa” e a “La fioraia del Giambellino”. Si può leggere, però, anche da solo, non essendo strettamente legati agli altri libri. Libera è una fioraia che viene coinvolta spesso nei fatti di cronaca, risolvendo casi lasciati insoluti. Vive in un casello ferroviario, ha una figlia poliziotta di nome Vittoria e una mamma hippy di nome Iole. In questo romanzo, il trio dovrà indagare in merito alla morte del marito di Libera, avvenuta parecchi anni prima, in cui sembra sia coinvolta la ‘Ndrangheta. Più che il caso in sé, che viene risolto in maniera piuttosto semplice, quello che attira di questo romanzo riguarda le dinamiche familiari e i rapporti sentimentali e affettivi di queste tre donne sole. Libera, infatti, si contende il collega del defunto marito, Gabriele, con una donna molto più giovane di lei, Vittoria frequenta un uomo che pare sia un pregiudicato e Iole condisce la storia con la sua eccentricità e la sua ironia. Il tutto rende il romanzo molto frizzante e piacevole, da leggere in pochi giorni.

E voi? Quali sono state le vostre letture di gennaio?

I romanzi che ho letto nel 2018

Buongiorno a tutti.

Ci lasciamo alle spalle il 2018 e, come tanti, uso questo pretesto per tirare un po’ le somme e disegnare i propositi per il prossimo anno.

Nel 2018 ho raggiunto risultati importanti. A gennaio ho concluso la saga Jolly Roger con l’ultimo volume, il quinto, intitolato: Il piano di Archer.

Ho anche partecipato al torneo IoScrittore per la prima volta, con un altro romanzo che avevo scritto questa primavera. Anche se non sono riuscito a vincere, ho lavorato duramente su questo manoscritto insieme a un editor molto professionale e ora vorrei provare a cercare un editore. Vedremo.

Ci sono stati anche diversi eventi che mi hanno visto partecipe. Per esempio ho partecipato al Novara in Bionda, sfidando altri 19 autori con in mano una birra, parlando cinque minuti a testa del proprio romanzo. Il pubblico ha votato e sono arrivato 9° su 20. Un risultato che mi ha soddisfatto parecchio, considerando che c’erano autori del calibro di Simone Sarasso, Paolo Roversi e Rosa Teruzzi, insieme a molti altri.

Ho anche avuto il piacere di sperimentare la prima bancarella a Sestri Levante, alla fiera di Libri in Baia, dove ho anche tenuto una conferenza sul Self Publishing insieme alla editor Sara Gavioli.

Insomma, una saga chiusa (e per me già questo vale tantissimo), un altro romanzo concluso ed eventi nuovi, mai fatti prima. Questo mi fa sentire a un gradino più in alto, consapevole di aver raggiunto qualcosa, di aver fatto un passo in avanti.

Ho anche letto molto. Pure questo mi ha dato molte soddisfazioni. Qui vi metto l’elenco delle mie letture. Di alcune si possono trovare anche le recensioni qui sul sito.

Incubo (Wulf Dorn)

Dannati (Glenn Cooper)

Mosaico (Marco De Luca)

La freccia nera (Robert Louis Stevenson)

Misery (Stephen King)

Il buio dentro (Antonio Lanzetta)

La luce dell’impero (Marco Buticchi)

L’atlante dell’invisibile (Alessandro Barbaglia)

La torre nera (Stephen King)

Il rumore del pallone sul cemento (Dario Santonico)

Citizen Band (Gianni Marchetti)

Fiori sopra l’inferno (Ilaria Tuti)

La cattiva strada (Simone Sarasso)

Il bacio del lago (Sunny Valerio)

Il ritratto di Dorian Gray (Oscar Wilde)

La vera storia del pirata Long John Silver (Bjorn Larsson)

Alice nel paese delle meraviglie (Lewis Carroll)

On writing (Stephen King)

Lo strano caso del dottor Jackiel e Mr Hyde (Stevenson)

Allegra! (Emanuele Martinelli)

Il mistero dell’isola di ghiaccio (Miriam Briotti)

Il tutto, per un totale di 21 romanzi. Mi ero promesso di arrivare a 20, quindi sono felice del risultato.

E per l’anno prossimo? Beh, spero di arrivare a 30 romanzi letti, di pubblicare il libro che ho nel cassetto, di terminare la stesura di un romanzo di fantascienza che sto scrivendo ed essere più attivo sul blog. E voi? Quali mete vi siete posti per il 2019?

Ho letto “Il rumore del pallone sul cemento”

Buongiorno amici lettori.

Torno dopo un po’ di tempo per raccontarvi qualcosa delle mie letture. Oggi vi parlo de “Il rumore del pallone sul cemento” di Dario Santonico.

Ho conosciuto Dario all’evento “Novara in Bionda” e proprio quel giorno, scoprendo che non abitava nemmeno troppo distante da casa mia, ho deciso di acquistare il suo libro. Dario ha pubblicato con Book a Book, una casa editrice che si basa sul sistema del crowdfunding. In pratica, il progetto del romanzo viene esposto ai lettori e, se si giunge a un determinato numero di copie prenotate, la CE promette di investirvi con tutti i mezzi a sua disposizione, portando il romanzo fino agli scaffali delle librerie.

Dario ha raggiunto la quota massima di prenotazioni e così è iniziata la sua avventura. Nei giorni che sono seguiti alla pubblicazione ho visto un fioccare di recensioni, foto dei lettori e articoli che parlavano della sua opera. Qui vi metto la trama:

“Domenico e Giulio si conoscono da quando hanno dieci anni. Più precisamente da quando, nelle campagne della provincia romana, un pallone calciato male da Giulio unì le loro vite per gli anni a venire. Ormai adulto, Domenico ripercorre con la memoria il tortuoso percorso della loro amicizia. Dalle giornate passate a costruire casette sugli alberi alle prime gite scolastiche. Dai primi amori alle scazzottate. Dalle fughe improvvise ai ritorni inattesi. Nonostante le loro evidenti diversità, i due si ostinano a mettere in gioco la loro costante e incessante forza per tentare di colmare l’uno le rugosità dell’altro, ritrovandosi, infine, entrambi completati. Una storia che parla di una profonda amicizia, dell’evoluzione dei sogni e della riscoperta di quelle strade che sembravano dimenticate per sempre.”

 

santonico_2bis_noabb-180x280Come letto dalla trama, il romanzo parla di amicizia, quella vera, che lega due persone per un’intera vita. Il punto di partenza è un “Mikasa”, il pallone calciato male da Giulio. Già questa marca ci fa capire come si parli tanto degli anni ’90, atmosfera nostalgica per gran parte di noi, così come lo è per l’autore, cresciuto proprio in quegli anni. Per chi fa parte della stessa generazione, quindi, è un libro che si apprezza soprattutto per ciò che rievoca, dalle abitudini ai comportamenti che non si ritrovano più nei giovani che fanno parte di una categoria ormai appartenente al nuovo millennio e le sue tecnologie.

Il viaggio che il lettore intraprende, però, non si ferma a quegli anni, poiché viene percorsa la vita dei due amici per qualche decennio, facendogli affrontare cambiamenti e situazioni che li portano lontano l’uno dall’altro. Il punto di vista, però, rimane sempre quello di Domenico, ragazzo normale in cui è facile rispecchiarsi, al contrario di Giulio che appare più sopra le righe.

Questa normalità fa sì che la trama abbia un andamento piuttosto lineare, senza troppi colpi di scena, se non un paio, che potrebbero allontanare coloro che cercadsjuzn_w0aaevivno una certa tensione narrativa nelle storie. Al contrario, però, il romanzo può soddisfare quei lettori alla ricerca della profondità, perché in questa storia non mancano le riflessioni, le tematiche sentimentali e introspezioni in merito alle decisioni che Domenico deve prendere. Questo è un romanzo semplice, ma che stimola l’empatia e contribuisce a farci meditare sui legami che abbiamo costruito e sulle persone di cui ci siamo circondati.

Un buon esordio per Dario Santonico. Vi invito a leggere il suo libro mentre attendiamo i suoi prossimi progetti letterari. La sua penna ha un ottimo potenziale e sono sicuro che sfornerà tante altre belle storie.

Alla prossima. Vi lascio il link per l’acquisto.

 

Ho letto “L’Atlante dell’Invisibile”, di Alessandro Barbaglia

Buongiorno, amici lettori.

Sono finalmente tornato dalle vacanze e posso dirmi davvero soddisfatto delle letture che ho affrontato in questi giorni. Questo sia per il numero di romanzi letti (8 in due settimane) e sia per la bravura dei rispettivi autori. Nei prossimi giorni, quindi, scriverò degli articoli in cui metterò nero su bianco le mie impressioni. Partiamo dal primo romanzo: L’Atlante dell’Invisibile”, di Alessandro Barbaglia.

Conobbi di persona Alessandro alla fiera Libri In Baia a Sestri Levante, tenutasi l’Ottobre dell’anno scorso (se non ci siete ancora andati, fatelo quest’anno. 13 e 14 Ottobre!) e già lessi il suo primo romanzo: “La Locanda dell’Ultima Solitudine”, edito Mondadori e finalista al Premio Bancarella 2017. Se volete leggere anche cosa ne penso di quel libro cliccate qui.

Non potevo perdermi anche questa sua seconda opera e il caso ha voluto che finissi per sfogliarne le pagine nello stesso posto in cui avevo letto “La Locanda dell’Ultima Solitudine”, ossia in una baita in montagna.

Ecco la trama:

Ismaele, Dino e Sofia hanno quarantadue anni in tre quando nel 1989, in una sera di fine estate, rapiscono la luna in segno di protesta. Vivono a Santa Giustina, un lontanissimo paese fatto di baite di legno ai piedi delle Dolomiti che sta per essere sommerso da un lago artificiale, portandosi dietro tutti i loro ricordi, le gare con le lumache, il prato del castagno, i primi baci. Il progetto della diga risale al 1946. Ai tempi, gli abitanti di Santa Giustina non accettarono di abbandonare le loro case per trasferirsi al “paese nuovo” e rinunciarono ai benefici promessi nel caso di una resa immediata. Si avvicina però il momento dell’esproprio definitivo. Proprio negli anni Quaranta si sono conosciuti Elio e Teresa, e precisamente il 19 marzo 1946, in un bar Sport gremito di una folla accalcata per seguire la cronaca radiofonica della prima Milano-Sanremo del dopoguerra. Senza essersi mai visti né incontrati, Elio e Teresa – ormai anziani e da sempre innamorati l’uno dell’altra e del loro paese vicino a Milano – e i quattordicenni Dino, Ismaele e Sofia sono tormentati dalle stesse domande: “dove vanno a finire le cose infinite?”, “dove si nascondono l’infanzia, l’amore o il dolore quando di colpo svaniscono?”. E se Elio, per rispondere, costruisce mappamondi dalle geografie tutte inventate e sbagliate – descrivendo così la terra magica dove abita l’invisibile e costringendo Teresa a correggere tutto con puntiglioso realismo -, i bimbi di Santa Giustina via via che crescono si allenano a non smettere di scorgere l’invisibile tra le pieghe del reale e a conservarlo a modo loro, in una sorta di gioco segreto. In una danza fatta di immaginazione, ricordo ed elaborazione del lutto, Teresa incontrerà i bambini diventati adulti nella notte più incredibile delle loro vite: quella durante la quale, per pochi istanti di eternità, riemergerà il paese sommerso di Santa Giustina. E con lui l’amore, il dolore, l’infanzia e tutta la meraviglia che si nasconde nell’invisibile.

Come il precedete libro di Barbaglia, anche l’Atlante ci pone davanti una prosa molto poetica e fiabesca, con giochi di parole e personalità bizzarre che ci conducono a situazioni surreali, o meglio: a vivere la realtà con gli occhi di un bambino. Perchè, come i bambini sanno scorgere le cose al di là di ciò che è tangibile e reale, anche i tre giovani protagonisti si ritrovano a fare lo stesso, appuntando sul loro Atlante ciò che sfugge agli occhi. E il fulcro della vicenda è proprio quella vallata sepolta dall’acqua della diga, che ha portato via con sé le case, i prati, i luoghi in cui Sofia, Ismaele e Dino giocavano e tutti i loro ricordi. Ma dove vanno a finire le cose, quando non si vedono più? L’incanto dell’intangibile, che racchiude l’amore, il vento, il respiro, le idee, i desideri e molto altro, viene riportato a galla, collegando la trama dei tre con quella di Elio e Teresa. Anche i due costruttori di mappamondi ci mostrano una storia piacevole e divertente e, seppur inizialmente distaccata, va a intrecciarsi benissimo con la trama parallela della diga. Il tutto verso un finale carico di sentimento e di una bella morale, non risparmiandoci, però, un paio di pugni nello stomaco.

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Ho trovato questo libro molto più riflessivo rispetto al primo. Nel romanzo della Locanda c’era un obiettivo da raggiungere, dal momento che Libero aveva prenotato un tavolo per due per un futuro lontano e il lettore era da subito spinto a voler risolvere il mistero della vicenda, ossia come ci sarebbe arrivato e con chi.

In questo caso, invece, ci troviamo a seguire le vite dei protagonisti senza avere uno scopo ben preciso da raggiungere e questo potrebbe affaticarne, all’inizio, la lettura. Però, ammetto, che con lo scorrere delle pagine tutto ha preso una bella piega e, come sempre, arrivato alla fine ne sono rimasto parecchio soddisfatto.

Non mi resta che consigliarlo a tutti voi. Una storia che ha il fascino del sepolto, della nostalgia, della bellezza delle piccole cose, della fantasia, dell’amicizia, dell’amore e delle belle vallate del Trentino Alto Adige.

Al prossimo articolo!

Ho letto “La luce dell’impero”, di Marco Buticchi

Buongiorno a tutti, amici lettori.

Di ritorno dalle vacanze, porto con me un bagaglio di recensioni sui libri che avevo deciso di leggere in spiaggia. Quello di cui voglio parlarvi oggi è: La luce dell’impero, di Marco Buticchi.

Prima di partire voglio fare una premessa: per quanto abbia amato scrivere dei romanzi d’avventura, non ne sono un affezionato lettore. L’unico romanzo di questo genere che mi è particolarmente piaciuto è stato “L’isola del tesoro” di Stevenson, oltre a quelli di Michael Crichton, sempre che si possano definire “d’avventura”. Tempo fa avevo provato, per esempio, ad approcciarmi a Clive Cussler, ma il personaggio di Dirk Pitt aveva subito spento il mio entusiasmo. In merito al perché ne parleremo in seguito, dato che ci sono molte cose che lo accomunano al romanzo di Buticchi. Veniamo alla trama:

XIX secolo. Austria e Francia sono acerrime nemiche sui campi di battaglia. Perché allora Massimiliano d’Asburgo, per volere dell’avversario di sempre Napoleone III, viene nominato imperatore del Messico, un paese oggetto da tempo di violentissime rivolte? Massimiliano è un sovrano illuminato, amante delle meraviglie della natura e desideroso d’apprendere. Perché, nei suoi diari di viaggio, non parla dell’acquisto di due diamanti considerati ancor oggi i più grandi e preziosi mai estratti nel nostro emisfero?
Ai giorni nostri. Una banale avaria costringe Oswald Breil e Sara Terracini, in crociera a bordo del loro yacht Williamsburg, a riparare in un porto appena a sud di Tijuana, Messico. A pochi metri di distanza dall’approdo, viene ucciso un giudice che aveva fatto parte del pool antinarcos messicano. Il giudice, scopriranno Oswald e Sara, stava cercando di comunicare proprio con loro prima di cadere vittima della criminalità organizzata. Ma i cartelli della droga, si sa, non perdonano e Oswald Breil è una pedina scomoda…
L’inestricabile matassa della storia spesso gioca incomprensibili scherzi, collegando fatti lontani nel tempo e nello spazio con un impercettibile filo. I diamanti di Massimiliano sono stati, secoli prima, le basi sulle quali costruire un impero all’apparenza legittimo, ma grondante di sangue innocente. L’unica luce che brilla sull’oscurità di uomini senza scrupoli è quella che un enorme diamante giallo di 33 carati – il Maximilian II – è capace di riflettere. Una pietra sulla quale grava un’antica maledizione e che emana bagliori sinistri, capaci di offuscare persino La luce dell’impero.

Di questo romanzo mi viene da menzionare, purtroppo, soltanto un pregio: l’accuratezza storica. Ciò che avviene in Messico, il dominio di Massimiliano e le varie manovre politiche dei francesi che l’appoggiano sono ben chiarite ed esposte da Buticchi, tanto da riuscire a insegnare qualcosa attraverso il racconto. Non posso che esserne uscito arricchito, da questo punto di vista.

I difetti, però, sono a mio avviso molteplici. Elencandoli:

  1. La storia si sviluppa su due linee temporali differenti. Una nel XIX secolo e una ai giorni nostri. Il lettore viene illuso per tutto il romanzo in merito a un consistente legame che porti queste due linee a incrociarsi e ciò che viene lasciato intendere è che questo punto d’incontro sia il diamante, la Luce dell’Impero, che fa da titolo perfino al romanzo. Vi assicuro, però, che sotto questo aspetto la storia diventa deludente e le due trame risultano slegate se non per una piccola forzatura che non aggiunge nulla alla storia.
  2. I personaggi stereotipati. Questo è stato il motivo principale per cui ho faticato a digerire il romanzo. I due principali cattivi, Lee Cole e Carlos Ruiz, sono privi di spessore. Non viene spiegato nulla della loro personalità e dei motivi che li hanno portati a determinate scelte. Vengono definiti semplicemente “malvagi” ed è lo scrittore, quindi, a suggerirti (se non importi) cosa devi pensare di loro. Credo che questa cosa, oltre a rendere grottesche certe scene, abbia violato apertamente la regola del “show don’t tell”, ossia mostrare senza raccontare. Anche i personaggi buoni soffrono della medesima cosa. Oswald Breil, protagonista seriale di Buticchi, viene presentato come uomo di successo, pieno di soldi, acclamato dal mondo intero come eroe internazionale. Tutti lo amano, tutti lo acclamano e tutti gli fanno la riverenza, in qualunque parte del pianeta si trovi. Non esistono elementi negativi in Breil né aspetti caratteriali che fungano da sfumature. Lui lo devi amare, per forza di cosa, e questa imposizione diventa un po’ nauseante nel corso del racconto. Anche sua moglie Sara è descritta come donna irresistibile, bellissima e intelligentissima e ogni membro dello staff di Breil gode delle migliori competenze che esistano, potendo fare qualsiasi cosa abbiano in mente. Tutto questo non rientra nei miei gusti, perché prediligo personaggi più controversi, interpretabili e difficili da collocare. Non capisco nemmeno perché creare un difetto fisico a Breil, ossia il nanismo, quando questo non ha il minimo impatto sul personaggio. Se non ci venisse ripetuto che Breil è un nano, non ce ne accorgeremmo nemmeno. Non esistono disagi per lui e questo manda a monte il tentativo di dargli questa peculiarità (se volete vedere un vero nano che trasforma il suo difetto in pregio e vive appieno la propria condizione, andate a leggervi qualche pagina su Tyrion Lannister, nella saga di George Martin).
  3. I “Deus ex machina”. Il romanzo ne è pieno. I personaggi “positivi” tendono a cavarsela in ogni situazione. Se non per il proprio ingegno, riescono grazie all’immancabile intervento di terzi. Buticchi ne fa un largo abuso in questa storia, tanto da risultare, alla fine, troppo prevedibile.
  4. Le forzature. Anche in questo caso ce ne sono molte. Tante di queste mi sono suonate come delle palesi prese in giro. Per fare un esempio che non rovini la lettura del romanzo, a un certo punto uno dei cattivi decide di fare un regalo all’imperatore Massimiliano, per rafforzare il proprio legame con lui. Decide di regalargli una spilla. Visto che la storia doveva orientarsi in una specifica direzione e veniva comodo che l’imperatore sospettasse dei piani “malvagi” del cattivo, viene detto che per Massimiliano le spille erano da sempre state sinonimo di tradimento e che quindi, quel gesto, aveva acceso i suoi sospetti. Anche le coincidenze sono eccessive. Seguiamo la storia di tre gruppi di persone (i cattivi, la famiglia olandese e la coppia brasiliana) che pur spostandosi per il mondo intero finiscono sempre per incontrarsi e intrecciare le proprie storie. A meno che Buticchi non volesse marcare molto sull’intervento del destino, questi intrecci risultano a lungo andare poco credibili.

Insomma, credo di aver detto abbastanza in merito ai motivi per cui non ho apprezzato questo libro. Ho fatto davvero fatica a finirlo e non soffrivo così tanto da quando ebbi la brillante idea di leggere Jules Verne. Purtroppo, Oswald Breil è diventato uno dei personaggi che più ho detestato, alla pari con Dirk Pitt. I motivi, alla fine, sono sempre gli stessi.

Chiaramente questo è solo il mio parere e so che da molte persone Buticchi è acclamato e i risultati parlano chiaro. Come si suol dire: de gustibus.

Aggiungo che il libro lo comprai in occasione della fiera Tempo di Libri, a Sestri Levante, a cui andai l’anno scorso. Buticchi fu molto gentile, mi fece una dedica e scattammo una foto. Purtroppo, per quanto sia una persona garbata e a modo, le sue storie non fanno per me. Una seconda possibilità, però, non si nega a nessuno. Staremo a vedere.

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Ho letto “Il buio dentro”, di Antonio Lanzetta.

Buongiorno amici lettori.

Come mi ero promesso, sto riuscendo a tenere un buon ritmo di lettura. Facendo un riepilogo dei romanzi letti e recensiti qui sul blog da Gennaio a oggi, ci troviamo fra le mani: Incubo (Wulf Dorn), Dannati (Glenn Cooper), La freccia nera (Louis Stevenson), Mosaico (Marco DeLuca), On Writing (Stephen King, anche se questo è più un manuale) e Misery (Stephen King). Considerando anche il libro di cui ora vi sto per parlare, siamo a quota sette libri in quattro mesi e viste le mie precedenti medie posso dire di aver fatto dei buoni passi in avanti.

Ma qual è l’ultimo romanzo letto? Si tratta de “Il buio dentro” di Antonio Lanzetta.cover-il-buio-dentro-top-ten

Ero venuto a conoscenza di questo libro a causa di una serie di fortunati eventi. Seguivo Alessia Coppola, autrice amica di una BookTuber che mi aveva recensito e che aveva appena firmato un contratto con La Corte Editore per pubblicare Wolfheart (da poco, Alessia ha pubblicato anche con Newton Compton Editore, con Il profumo del mosto e dei ricordi).

La Corte Editore è una CE di Torino che mi ha affascinato sin da subito. Osservandola anche alle fiere ho avuto un piacevole impatto con la sua veste grafica, sia nella gestione degli stand che nelle copertine e ho percepito una grande dose di coraggio e determinazione che, a mio avviso, la farà diventare presto una piacevole realtà inserita tra le big di casa nostra. Così, iniziando a sfogliare i suoi autori e i suoi titoli, mi sono imbattuto in Antonio Lanzetta, uno dei suoi scrittori di punta che ha iniziato a vendere anche all’estero con grande successo (in Francia, Belgio e Canada). Da lì ad acquistare una copia del suo romanzo il passo è stato breve. Veniamo alla trama:

Il corpo di una ragazza viene ritrovato appeso ai rami di un albero. Il filo spinato scava nei polsi e nella corteccia di un vecchio salice bianco. Le hanno tagliato la testa e l’hanno lasciata sul terreno solcato dalle radici, gli occhi vuoti ora fissano quelli di Damiano Valente. Lui è lo Sciacallo, un famoso scrittore specializzato nel ricostruire i casi di cronaca nera nelle pagine dei suoi libri. Nessuno conosce il suo aspetto, e per Damiano questa è una fortuna: il volto deturpato da cicatrici e quella gamba spezzata che si trascina dietro come un fardello non sono trofei che gli piace mettere in mostra. Lo Sciacallo è un cacciatore che insegue nella morte le tracce lasciate dall’assassino della sua amica Claudia. Un omicidio avvenuto nell’estate del 1985, quando lui era solo un ragazzino con la passione per la corsa e amici in cui credere. Un omicidio che gli ha cambiato la vita.Trentuno anni dopo, Damiano ritorna ai piedi di quel maledetto salice bianco, per dare una risposta a quella sua ossessione che come una ferita pulsante gli impedisce di andare avanti. Con lui ci sono gli amici di sempre, Stefano e Flavio, le cui esistenze si intrecciano inesorabilmente nella dura e cruda scoperta della verità, riportandoli a rivivere le emozioni di una folle estate che ha segnato le loro vite per sempre.

Il romanzo, come abbiamo appena visto, si divide in due linee temporali: una ambientata ai giorni nostri e l’altra nel 1985. Questo ci permette sia di seguire le indagini relative all’omicidio di Elina che di approfondire la vita della persona chiamata ad aiutare la polizia nella cattura dell’assassino, Damiano Valente.

Damiano, Stefano e Flavio sono infatti tre uomini la cui infanzia è stata profondamente segnata dalla morte della loro amica Claudia, avvenuta nello stesso modo in cui è morta Elina.

Ho trovato molto interessante il fatto che le due linee temporali in questione siano state narrate da due punti di vista differenti. Ai giorni nostri veniamo catapultati nei panni di Damiano, segnato sul volto da brutte cicatrici e con una gamba malridotta. Nel passato, invece, ci ritroviamo in quelli di Flavio, così da poter conoscere meglio anche questo secondo protagonista della vicenda. Questo stratagemma aiuta moltissimo a stimolare l’empatia nel lettore, anche se l’unico difetto è quello di trascurare il terzo elemento, Stefano, con cui si fa fatica a entrare in sintonia (probabilmente è voluto, data la secondaria importanza del personaggio, anche se mi sarebbe piaciuto condividerne maggiormente i sentimenti).

Le atmosfere potrebbero ricordare inizialmente It di Stephen King, con Damiano e Stefano che sulla tomba di Claudia ricordano la promessa fatta da bambini, ma ho riscontrato molti più richiami a Mystic River di Dennis Lehane. In ogni caso, emerge come siano stati, probabilmente, questi due autori ad aver influenzato profondamente Lanzetta.

I protagonisti sono tutti quanti perfettamente disegnati, anche Claudia, per cui sono arrivato a provare una terribile sofferenza e angoscia al momento della morte, sentimenti che non provavo, credo, da quando lessi “Nel bosco” di Tana French.

Direi, quindi, che l’aspetto emotivo sia il punto forte di questo autore nostrano, ben dimostrato in un romanzo dove i rapporti interpersonali prendono il sopravvento su quella che l’indagine vera e propria. Difatti, lo svolgersi di questa avviene in maniera molto rapida e semplice, senza i complicati rompicapo a cui siamo abituati nei classici gialli e thriller. Forse, qualche amante del genere potrebbe risultarne deluso ma, per quanto mi riguarda, l’evoluzione dei personaggi mi ha così tanto preso da rimanerne comunque appagato e soddisfatto.

L’unica nota dolente è che sono riuscito a capire chi fosse l’assassino fin troppo in anticipo. Gli indizi disseminati lungo il percorso mi sono sembrati troppo espliciti e questo ha tolto un po’ di gusto alla lettura.

Per il resto, non posso che consigliare assolutamente questo libro e a tenere d’occhio un autore che avrà ancora molto da dire non solo nel nostro paese, ma anche a livello internazionale.

Voto: 8,5

Ps. Da poco è uscito il suo secondo romanzo: “I figli del male”, sempre edito da La Corte Editore.

 

Ho letto Misery, di Stephen King.

Buongiorno amici lettori.

Come preannunciato, dopo averlo acquistato a Tempo di Libri, mi sono finalmente messo a leggere il mio primo romanzo di Stephen King: Misery. L’ho fatto con una certa preparazione mentale, dato che il libro precedente a questo, che era sul mio comodino, è stato On Writing, manuale di scrittura dello stesso autore.

Abbinare queste due letture è stata una mossa vincente. Ho potuto apprezzare per prima cosa la TEORIA di King su come scrivere, per poi vederne la PRATICA con Misery. Sembrava di essere a lezione e la sua maestria è stata, senza dubbio, affascinante.

Per prima cosa, però, ecco la trama:s-l300

“Paul Sheldon, un celebre scrittore, viene sequestrato in una casa isolata del Colorado da una sua fanatica ammiratrice. Affetta da gravi turbe psichiche, la donna non gli perdona di aver “eliminato” Misery, il suo personaggio preferito, e gli impone tra terribili sevizie di “resuscitarla” in un nuovo romanzo. Paul non ha scelta, pur rendendosi conto che in certi casi la salvezza può essere peggio della morte…”

Come si può vedere, l’idea di partenza è tanto semplice quanto interessante. Prendi uno scrittore, mettilo tra le mani di un’ammiratrice psicopatica e cerca di farlo uscire da quella situazione sano e salvo. Nel suo stesso manuale, On Writing, King afferma che molte sue trame si sviluppano in questo modo, senza seguire un vero e proprio canovaccio. L’autore si diverte a creare delle circostanze surreali e a vedere di persona come i suoi personaggi possono venirne fuori. Anche in Misery, Paul Sheldon spiega questo meccanismo attraverso il gioco del “Puoi?”, ossia quel meccanismo (a suo modo divertente) con cui lo scrittore prova a districare la trama con l’ingegno di azioni possibili e al contempo credibili.

Facendo questo, Stephen King riesce a tenerci incollati alla storia e gli va una lode per esserci riuscito mostrando, in 380 pagine circa, soltanto un unico spazio ristretto: la casa di Annie Wilkes. Non viene mostrato il paese, non vengono descritte situazioni esterne o altro. Abbiamo soltanto Paul, il suo punto di vista e la casa della sua rapitrice. Niente di più e niente di meno.

Eppure viviamo la sua angoscia, il suo dolore dato dalla rottura delle gambe, il suo conseguente bisogno di farmaci che gli allevino le sofferenze e la paura verso un’aguzzina disturbata che non ci viene disegnata con parole chiare ed esplicite, piuttosto, viene mostrata lentamente, con i suoi comportamenti singolari, gli sbalzi di umore e i gesti folli.

Sia Paul (approfondito grazie al fatto che è il narratore) che Annie (svelata pian piano agli occhi dello scrittore imprigionato) lasciano il segno, affondando nella mente e nel cuore del lettore.

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Mi è piaciuta anche la trasformazione inesorabile del protagonista, non solo sempre più succube della donna, ma anche del suo stesso manoscritto.

Insomma, un romanzo da divorare (con due parti un po’ macabre che potrebbero disgustare chi è particolarmente sensibile) che si potrebbe porre su un sottile confine tra l’horror e il thriller.

Interessanti anche alcuni metodi di scrittura che abbandonano completamente le regole grammaticali (tra punteggiatura e ripetizioni) per far provare al lettore l’ansia e il panico di alcune situazioni.

Allo stesso modo ho notato un’incredibile capacità narrativa nel cambiare stile di scrittura quando Paul batte a macchina la storia di Misery, facendoci leggere un testo che, credibilmente, non sembra davvero scritto da King ma dal protagonista.

Voto: 9

Stephen King e i suoi consigli di scrittura.

Buonasera amici lettori.

Questo mese mi sono approcciato a una lettura diversa dal solito, recuperata all’ultima fiera di Tempo di Libri. Sto parlando del manuale di scrittura di Stephen King, ossia “On Writing, autobiografia di un mestiere”.

Diverse persone che lavorano come editor mi avevano parlato di questo libro e me lo avevano consigliato, dal momento che sto cercando di entrare a piccoli passi nel mondo della scrittura. Sembra che sia uno dei manuali fondamentali, nella libreria di un autore, insieme a “Elementi di stile nella scrittura”, di William Strunk, consigliato dallo stesso King (che intendo presto recuperare).

Veniamo al libro. A chi può interessare? Secondo me a due categorie di persone:

1) fan di King, che vogliono vedere i retroscena delle sue opere storiche e di come abbia trovato ispirazione a certi passaggi divenuti molto popolari (come la porta distrutta dall’accetta in Shining o la diga costruita dai bambini in It);

2) gli scrittori o aspiranti tali, che vogliono ricevere consigli per migliorarsi.

Non mi dilungherò su tutto ciò che possa interessare la prima categoria e che riguarda il primo terzo del libro. Qui, King parla della sua vita, dall’infanzia fino ai primi racconti autopubblicati con suo fratello e distribuiti all’interno della scuola (ebbene sì, anche King è stato per poco tempo un Self Publisher). Questa parte non è solo interessante per ciò che viene raccontato, ma anche per come viene fatto. Essendo King l’autore della sua biografia, infatti, ha modo di mostrare anche attraverso la propria storia le sue capacità narrative, interessando così anche il secondo gruppo di lettori.

Veniamo ora ai suoi consigli. Vi mostro alcune cose che ho appuntato:

  1. La prima stesura deve avvenire a porta chiusa. La seconda a porta aperta. Questo non in senso letterale, ovviamente, ma in senso simbolico. La prima bozza deve essere fatta per te stesso. Deve esprimere tutto ciò che hai dentro, renderti felice e gratificarti. La seconda deve essere pensata, invece, per far arrivare l’emozione, il pensiero e la storia al lettore, facendo i dovuti aggiustamenti;
  2. la vita non deve essere a sostegno dell’arte, ma l’arte alla vita. Per questo motivo, la scrivania non deve mai essere al centro della stanza, ma di lato;
  3. l’arte è telepatia. Permette a chi la pratica di far giungere pensieri, emozioni e immagini alla mente di altre persone, percorrendo lo spazio e il tempo. Questo pensiero è stato il mio preferito dell’intero libro;
  4. secondo King, il vocabolario di uno scrittore deve essere spontaneo. Quando una parola stona e va sostituita, l’autore non deve ricercare parole che non userebbe mai nella vita quotidiana, ma mettere su carta le prime che gli vengono in mente. Questo per mantenere il rapporto di onestà tra scrittore e lettore, oltre che a risultare credibile. Ciò non toglie che il vocabolario possa essere arricchito nel tempo;
  5. King detesta le forme passive, prediligendo quelle attive. Al posto di dire “la riunione sarà tenuta alle sette”, sarebbe meglio dire “la riunione sarà alle sette”. Secondo lui risulterà più incisivo e piacevole;
  6. per quanto sia facile abusare degli avverbi (anche King ammette di cadere nella trappola), sarebbe buono evitarli, dove possibile. Usare parole come “disse scetticamente” può risultare odioso a lungo andare. Il semplice “lui disse” o “lei disse”, secondo King, è perfetto così com’è. Sarà il contesto, se ben fatto, a far capire al lettore in che modo la voce uscirà dalla bocca del personaggio;
  7. chi non ha tempo per leggere, non ha nemmeno tempo per scrivere. La lettura forgia lo scrittore, aumentando la sua capacità di capire cosa funzioni nella narrazione e cosa no, così come tutte le altre sfaccettature del mestiere;
  8. se non c’è gioia nello scrivere, allora è tutto inutile;
  9. la prima stesura non dovrebbe superare i tre mesi, con circa mille o duemila battute al giorno. Questo per battere il ferro dell’ispirazione finché è caldo;
  10. le storie e i loro simboli sono come reperti archeologici da disseppellire. Bisogna farlo con calma e cautela, lasciandosi trasportare dalla scrittura e dalle azioni dei personaggi stessi. King non ama le trame, infatti, sostiene che la vita vera non può essere progettata e di conseguenza nemmeno i suoi romanzi lo sono. Si fissa un traguardo, questo è certo, ma non sempre viene raggiunto. A volte ci vede giusto, altre volte la storia prende un’altra piega sorprendendolo. Secondo lui, però, l’essenza di un romanzo deve essere percepibile già dalla prima stesura, seppur nulla venga prestabilito.

 

Spero vi sia stato utile questa sorta di riassunto delle parti salienti di “On Writing”. Ve ne consiglio comunque l’acquisto perché ne vale davvero la pena.

A presto e iscriviti al blog per leggere anche i prossimi articoli!

 

Ho letto “Mosaico” di Marco De Luca.

Buonasera a tutti.

Oggi torno con la rubrica “Ho letto” con un libro di un autore esordiente che sta riscontrando un discreto successo. Sto parlando di Mosaico, di Marco De Luca.

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Marco ha autopubblicato il suo romanzo a Febbraio di quest’anno attraverso la piattaforma Amazon, sia in e-book che in cartaceo. In soli due mesi ha venduto ben 500 copie del suo libro, scalando le classifiche del sito nella categoria “Narrativa Storica” e “Azione e Avventura”. Conoscendolo già da prima della pubblicazione del romanzo, ero molto curioso di tuffarmi nelle trame di Venezia da lui costruite e non vedevo l’ora di dirvi la mia personale opinione. Veniamo alla quarta di copertina:

Anno Domini 1583. Venezia è la città dei Dogi, la regina del Mediterraneo, centro nevralgico di tutti i commerci. Il capitano Iñacio Cortés, avventuriero portoghese, intraprendente e senza scrupoli, cercherà di farsi strada dai bassifondi della città di San Marco fino a raggiungere, forse, i vertici della piramide. Attraversando calli e sottoporteghi, districandosi tra intrighi e inganni, il portoghese verrà catapultato in una Spalato leggendaria, dove su suggerimento di un geniale ebreo, si è deciso di fare della città adriatica un fiorente scalo commerciale per favorire l’amicizia tra Venezia e i Turchi. Iñacio cadrà, si rialzerà e imparerà a proprie spese che nella vita ci sono tre tipi di persone: quelli che stanno fermi, quelli che muovono e quelli che sono mossi.
La vera protagonista di Mosaico è però la Serenissima Repubblica, e più ancora gli uomini e le donne che la animano come tessere di un mosaico: uomini di stato, cortigiane deliziose, sicari, avidi mercanti, nobili decaduti, eroi di guerra, corsari rinnegati e cospiratori visionari.

«Venezia è così, fatevelo dire da chi la conosce da sempre. Lo imparerete presto. È come un mosaico dove ogni tessera serve per tenere incollata l’altra. Prese per sé, sono poche le tessere che non siano brutte alla vista, che non sembrino sgradevoli o il cui senso non è chiaro: ma se tutto ricade secondo un disegno, ognuna di loro acquista scopo nel tutto.»

Come si può notare, oltre a Cortés, la vera protagonista della vicenda è Venezia. Ci si immerge totalmente nella città salmastra, tra i suoi viottoli, i canali e le abitudini del 1500. Marco De Luca dimostra una preparazione invidiabile e un lavoro certosino che, oltre a raccontare, permettono al lettore di imparare cose nuove, come in qualsiasi romanzo storico che si rispetti.

Il protagonista è, inoltre, ben caratterizzato, con le sue espressioni, i suoi vizi e le sue passioni. Oltre a Cortez mi sono molto piaciuti i personaggi di Cliff Hume e di Don Bruno Vasquez, compagni di missione che creeranno simpatici siparietti e dialoghi coinvolgenti.

Sugli altri personaggi, invece, c’è una nota dolente. Sono tanti e hanno poco spazio. Alcuni compaiono soltanto per poche pagine, seppur di loro, oltre al nome, si abbia una visione di tutto il loro passato e del loro ruolo all’interno della città. A mio avviso questo genera un po’ di confusione e a volte si poteva fare a meno di caratterizzarli così a fondo, vista la loro scarsa importanza, tratteggiandoli soltanto.

Anche lo stile è ancora un po’ acerbo ma è al contempo promettente e come libro d’esordio si mantiene a un livello molto alto, appassionando sia chi è amante di Venezia e sia chi ha piacere di immergersi nel XVI secolo. Le stesse recensioni avute dal romanzo dimostrano questo apprezzamento.

Sono molto fiducioso in merito all’universo narrativo che Marco sta mettendo in piedi e attendo con ansia il sequel.

Nel frattempo, non mi resta che invitarvi a dare una possibilità a questo libro che oltre a essere un’ottima storia è una delle prove viventi che anche il Self Publishing può sfornare prodotti veramente meritevoli.

Voto: 7,5.