Nightflyers: il lato fantascientifico di George Martin

All’inizio di febbraio ho voluto buttarmi sulla piattaforma che ormai ha preso piede anche nel nostro paese: Netflix. Devo dire di esserne davvero soddisfatto e un amante delle serie televisive come me non può che considerarlo un paradiso. Ce ne sono così tante che è difficile capire da dove iniziare. Fortunatamente, Netflix calcola, attraverso gli algoritmi, quelli che potrebbero essere i miei interessi e in poco tempo mi ha consigliato Nightflyers.

Di che cosa parliamo? Trattasi, in poche parole, di una serie fantascientifica basata su un racconto di George Martin, lo scrittore de “Le cronache del ghiaccio e del fuoco” altrimenti note come “Il trono di spade”.

Partiamo dal presupposto che ho molto apprezzato la saga fantasy di Martin, non solo per il modo innovativo con cui ha spodestato i canoni del genere, ma anche per come ha tessuto una storia corale senza stabilire dogmaticamente chi fossero i buoni e i cattivi (anche se questo aspetto sta venendo meno nelle ultime stagioni della serie televisiva, dopo l’abbandono alla sceneggiatura da parte dello scrittore).

Tempo addietro, entusiasta del suo stile narrativo, tentai la sorte con Wild Cards, una saga che si sposta sulla fantascienza, in cui Martin, insieme ad altri scrittori e amici, prova a fare la stessa cosa: più personaggi e più storie intrecciate. Questa volta, però, l’esperimento, a mio avviso, non è affatto riuscito e gli aspetti surreali e confusionari mi hanno fatto abbandonare la storia al secondo volume.

Potete immaginare, dunque, il mio scetticismo di fronte a questa nuova serie, pur non avendo mai letto il racconto in questione. Di che cosa parla, questa volta?

Ci troviamo nel futuro e sulla terra una pandemia sta uccidendo tutti gli esseri umani. Uno scienziato di nome Karl D’Branin sale a bordo della Nightflyers, capitanata da Roy Eris, per raggiungere delle forme di vita aliene che potrebbero salvare l’umanità con la loro conoscenza. Sulla nave, viaggia con loro Thale, un L1, ossia una persona in grado di leggere nel pensiero e di mostrare alla mente di altre persone ciò che vuole. Lo scopo di Karl è di utilizzarlo nel comunicare con le sconosciute forme di vita.

I presupposti rischiavano di essere interessanti, considerando che di viaggi spaziali ne abbiamo visti di tutti i colori. Purtroppo, però, bastano pochi episodi per vedere svanire tutta la speranza di originalità. Abbiamo un pericolo a bordo, morti che si susseguono e un pericolo da debellare. L’abbiamo visto nella serie di Alien, in Life e in molti altri prodotti cinematografici e televisivi. Il ritmo è lento e i personaggi, tanti, sono poco approfonditi. L’unico di cui andiamo a scoprire il passato è Karl. Gli altri sono solo sagome che interpretano un ruolo e di cui non si sa nulla (solo vaghi accenni a Roy Eris e a Lommie Thorne).

Gli episodi sono 10 e personalmente sono andato avanti solo perché non è mia abitudine lasciare le cose a metà. Qualcuno, inoltre, mi aveva spronato a proseguire, parlando di un accenno di risalita dopo l’episodio 5, cosa che non ho visto. Il ritmo è salito, piuttosto, solo all’episodio 8, trovando la sua impennata nel 9 e calando leggermente nel 10.

Ho trovato, inoltre, in questi ultimi episodi, una forte incoerenza nella gestione del personaggio di Rowan che, come si può vedere dalla intro al primo episodio, è fondamentale nello sviluppo della trama. Questo mi ha fatto storcere il naso.

L’unica nota positiva è la drammaticità del finale che, lo ammetto, è stato commovente. Non mi è bastato, però, ad alimentare la mia curiosità su una seconda stagione e credo di non essere l’unico, dato che la Syfy ha deciso di cancellarla e di non produrla. Il motivo? Solo 420000 spettatori negli USA per la puntata finale. Troppo pochi visti i costi di produzione.

Questa seconda esperienza negativa con il buon George mi ha spinto a non dargli altre possibilità in merito a questo genere. Che debba dedicarsi solo al fantasy? Voi che ne pensate? Avete letto qualcosa di suo che potrebbe farmi ricredere?


Ho visto: Thor Ragnarok.

Buonasera ciurma.

Torno in superficie per dirvi la mia su quello che è il diciassettesimo film del Marvel Cinematic Universe: Thor Ragnarok.

Non che avessi grandi aspettative per questo film, forse perché sia il primo della trilogia (Thor, 2011) che il secondo (Thor, the Dark World, 2013) non mi avevano del tutto convinto, difatti non hanno lasciato una grande traccia nella mia già debole memoria.

Ho affrontato questa pellicola, quindi, più con la voglia di ricevere determinate spiegazioni, piuttosto che con il forte desiderio di rivedere l’eroe della mitologia germanica. Per esempio, mi interessava sapere che fine avessero fatto sia lui che Hulk, dopo gli eventi di Avengers, Age of Ultron.thor-ragnarok-taika-waititi-un-buon-80-del-film-improvvisato-v4-299757

Che dire quindi? Beh, posso dire che nonostante i pareri fortemente negativi che ho visto in giro per la rete, non ho trovato che il film sia da catalogare tra i peggiori dell’universo condiviso (Iron Man 3 continua a rimanere sul podio imbattuto). Mi ha intrattenuto ed è riuscito a farlo anche con mia moglie, che non è una grande appassionata del genere e che lo stampino Marvel stava iniziando col tempo a stufarla. Secondo me, dunque, la sufficienza riesce a raggiungerla, pur lasciandomi diverse perplessità che qui sotto vado a elencare:

  1. il regista si è palesemente ispirato all’atmosfera ricreata nei due film de “I Guardiani della Galassia”. Questo lo si vede sia dagli accenni agli anni 80 e sia per l’umorismo molto più sopra le righe rispetto agli altri film Marvel. Questa volontà la si può in un certo modo comprendere, dato che i precedenti film di Thor, molto più cupi e Shakespeariane, non avevano avuto grande successo, a differenza da quanto portato sullo schermo da James Gunn nelle pellicole sui Guardiani. Forse, la Marvel voleva rilanciare l’immagine di Thor attraverso questo stile collaudato, approfittando della medesima ambientazione spaziale, ma il punto è che i Guardiani della Galassia si sono presentati sin da subito con questo stile e agli occhi dello spettatore essi vi si identificano come con un marchio di fabbrica. Thor, invece, esce da due film totalmente diversi e non credo che si possa permettere il lusso di cambiare le proprie caratteristiche così drasticamente senza far storcere il naso al grande pubblico;
  2. oltre alle atmosfere, abbiamo accennato all’umorismo. Al di là del fatto che questo possa essere in qualche modo soggettivo (in diversi hanno parlato di battute che non facevano ridere, ma in sala ho sentito diverse persone divertirsi), credo che comunque vi sia stata calcata un po’ troppo la mano. Se un 80% delle frasi umoristiche potevano anche starci, forse per adattarlo ancor di più a quella fetta di pubblico sotto ai 10 anni che più di tutte riempie le tasche del brand, un 20% era chiaramente di troppo. Thor che lancia una palla contro il vetro per poi riceverla in faccia su rimbalzo o il portale che viene chiamato “ano del Diavolo” sembrano quasi più ricalcare “Una pallottola spuntata”, “Hot Shot” o “Austin Powers” che un film appartenente al filone dei supereroi;
  3. Hulk parla improvvisamente. Considerate il fatto che Hulk non ha praticamente MAI parlato in tutti i film Marvel che ci sono stati fino ad ora. Ha sempre e solo grugnito, se non per qualche parola appena accennata. In questo film intavola dialoghi molto lunghi, per quanto siano sgrammaticati. Il tutto per sostenere dei semplici sketch. Anche questo, credo che porti lo spettatore a rimanere spaesato, stravolgendo un personaggio e premendo l’acceleratore sulla sua “evoluzione”. A questo aggiungiamo una stonatura che ho notato e che riguarda il motivo stesso per cui Hulk si trova nello spazio. Da quello che avevo capito, con il finale di Age of Ultron, Hulk fuggiva dalla terra per timore di poter fare del male alle persone che ama (come Vedova Nera). In questo film viene fatto passare che l’eroe verde se ne è andato per il semplice fatto che non si sentisse amato dai terrestri. Possibile?
  4. certi personaggi vengono tolti di mezzo senza alcuna ripercussione sul protagonista. Capisco che si doveva trovare un modo per giustificare l’assenza di Natalie Portman, che non ha più voluto continuare col progetto, ma accennare alla sua scomparsa con un semplice “ci siamo lasciati” detto davanti a due ragazzine che volevano un selfie sembra un modo davvero superficiale per farlo. Oltre a lei, possiamo fare menzione anche degli amici di Thor (SPOILER, attenzione, se non avete ancora visto il film saltate questa parte fino alla fine del punto), Fandral, Hogun e Volstagg. Essi vengono uccisi da Hela in modo brutale e di loro non se ne parla più per tutto il film. Thor non chiede di loro, pur notandone inevitabilmente l’assenza, e nemmeno ne piange la morte. Eppure li abbiamo visti al suo fianco per due film e il loro rapporto era sempre stato descritto come fraterno. Per quale ragione Thor si dimentica improvvisamente di loro?

Insomma, queste sono le quattro cose che non mi hanno affatto convinto. Per il resto, per quanto le sparatorie stonassero anch’esse con il mondo asgardiano, ne sono uscito intrattenuto e divertito. Lo scontro tra Thor e Hulk all’interno dell’arena vale da solo tutto il film ed è uno dei più belli che ho visti all’interno di questo universo, ancor più di quelli avvenuti in Civil War.

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Ora, non ci resta che attendere l’uscita di Pantera Nera a Febbraio del 2018, prima di giungere al capitolo tanto atteso: Infinity War.

Fatemi sapere la vostra opinione, se avete visto il film di Thor e iscrivetevi al blog!

Alla prossima ciurma!

An se vì!

 

Infinity War: cosa mi aspetto dalla Marvel.

Buongiorno amici lettori e bentornato a me.

Spero di essere più presente da questo mese in avanti e chiedo scusa per la mia prolungata assenza estiva.

Come ben sapete, oltre che di libri, in questo blog mi piace parlare anche di cinema, serie televisive e altre mie passioni. In questo caso vi parlerò della Marvel e dell’inoltrarsi alla fase 3 dopo il tanto atteso film spartiacque Infinity War.

Ho notato di recente molte ipotesi e teorie su quello che ci attenderà e vorrei fare anche io qualche ipotesi, giusto per fare qualche scommessa e poter vedere in seguito quanto ci ho azzeccato (sicuramente nemmeno mezza). Veniamo al dunque:

  1. La morte di Tony Stark. Robert Downey Junior ha ormai 52 anni. All’epoca del primo Iron Man (2008) ne aveva 43. L’età avanza e anche se il suo personaggio è rinchiuso dentro2cbb04e7ef9266e1e57a9b0e75bc555f-iron-man-avengers-marvel-iron-man a un’armatura, senza dover agire grazie al suo fisico (e quindi non dovendo essere sottoposto ad allenamenti estenuanti) ho avuto l’impressione che l’attore non abbia più molta voglia di proseguire l’avventura. Consideriamo anche il fatto che il suo cerchio narrativo si è praticamente chiuso, con il matrimonio con Pepper e l’evoluzione del personaggio fino al suo cambiamento in Civil War, così come il fatto che, facendo da mentore a Spiderman in Homecoming, ha praticamente passato la staffetta. Circolano anche voci che Ironman 4 si farà, ma che non sarà lui a vestire i panni dell’eroe. Possiamo quindi dire che è alta la possibilità di una sua dipartita o di un suo mettersi da parte in favore di un/una giovane sostituto/a.
  2. La sostituzione di Capitan America. Chris Evans ha ormai onorato il suo contratto e dalle sue ultime interviste non sembra avere progetcapitan-americati con la Marvel in una continuazione delle avventure dell’eroe-soldato. Dopo Civil War il pubblico ha preso coscienza del fatto che quello scudo potrebbe portarlo anche un’altra persona diposta a vestirne i panni e i fumetti già hanno abituato i fan al fatto che ci siano stati altri “capitani” oltre a Steve Rogers. Facile, dunque, che questi lasci il posto a qualcun altro (senza dover morire) come il Cavaliere d’Inverno, il più papabile.
  3. Hulk più che mai. Molti dicono che i costi della computer grafica potrebbero portare la Marvel ad abbandonare l’idea di tenere Hulk a lungo andare e che quindi è tra gli eliminabili nei prossimi film. Io personalmente non sono d’accomaxresdefaultrdo. Per quanto costi molto e non abbia avuto molta fortuna nei suoi film singoli, Hulk è tra i personaggi preferiti dei bambini e da un punto di vista di marketing tira molto. A questo aggiungiamo il fatto che essendo un eroe in gran parte rappresentato a computer, Ruffalo ha ben poche scene da girare e il suo invecchiamento e il suo stipendio non graverebbero sulle riprese. Sono quindi convinto che lo vedremo sul grande schermo ancora a lungo.
  4. Thor sarà confinato da qualche parte. Molto probabile, considerando il fatto che Chris Hemsworth ha finito a sua volta il contratto ed è in ballo con tantissimi progetti cinematografici. Non si parla da nessuna parte4526898-3400932-1thor della possibilità di un Thor 4 e vista la sempre più numerosa presenza di nuovi eroi, quelli vecchi devono inevitabilmente essere messi da parte. Non penso che debba morire, perché se morirà Ironman sarà già una dura perdita da sopportare e la Marvel non girerà troppo il dito nella piaga. Piuttosto, vista anche la giovane età dell’attore, prevedo un esilio che permetterà in futuro di farlo tornare affiancando qualcuno dei nuovi eroi.
  5. La morte di Visione. Questa è inevitabile se pensiamo che la sua esistenza è dovuta essenzialmente da una delle pietre a cui ambisce Tamaxresdefault1nos. Per poterle possedere tutte, il nemico dovrà per forza di cose porre fine all’esistenza di questo personaggio.
  6. Nuovi eroi di punta: Spiderman, Pantera Nera, Doctor Strange, Capitan Marvel, Antman e Guardiani della Galassia. I film in programma riguardano questi personaggi e saranno loro a divenire il nuovo fulcro delle prossime trame. Prevedo una esclusione di Occhio di Falco, in qualche modo, e la presenza confermata di Vedova Nera, Scarlet Witch e Falcon.
  7. Secondo me, la Marvel si darà molto da fare nei prossimi anni per acquisire i diritti degli X-Men, introducendo un nuovo Wolverine nell’MCU.

Questo è tutto. Voi cosa prevedete?

A presto.

Divertirsi con gli easter egg.

Buongiorno amici lettori.

Come state? L’altro giorno sono andato a vedere al cinema il film Marvel “I guardiani della galassia vol.2”. Non sto a raccontarvi in questo post le mie impressioni sulla pellicola, ma voglio concentrarmi su una cosa che ha catturato la mia attenzione.

Oltre al solito cameo di Stan Lee, che si diverte ad apparire in tutti i film della saga di supereroi, ho potuto notare in una scena l’apparizione di un personaggio fumettistico/cinematografico che, come comparsa, conversava amabilmente con altre persone sullo sfondo. Di chi si trattava? Di Howard il Papero. Forse non tutti se lo ricorderanno, ma nel 1986 George Lucas e Gloria Katz produssero un film ispirato a questo strambo personaggio dei fumetti. All’epoca fu un flop, ma col tempo divenne un cult, tanto che anche chi, come me, è nato qualche anno dopo ha potuto vederne la riproduzione in tv (si tratta del papero nella foto principale dell’articolo).

Perché far apparire Howard, slegato alla serie di film attualmente in circolo seppur sempre appartenente all’universo Marvel? E soprattutto, perché farlo comparire se non ha nulla a che vedere con la trama e non influisce minimamente sulla storia?

La risposta sta in una semplice parola: easter egg. Ma che cos’è un easter egg? Letteralmente significa “uovo di pasqua” e rappresenta l’idea di una sorpresa nascosta all’interno del film, della serie tv o del romanzo. Sono dettagli o rimandi creati appositamente per i fan più accaniti o, a volte, per un semplice sfizio dell’autore. Ce ne possono essere di diversa natura. Ve ne elenco alcuni:

  1. quelli che fungono da citazioni a opere a cui il regista/scrittore è affezionato;
  2. quelli che rimandano ad altri film/libri dell’autore stesso;
  3. quelli che si collegano ad aspetti secondari dello stesso film/libro.

Per poter fare degli esempi concreti, voglio mostrarvi alcuni easter egg presenti nella saga Jolly Roger, dove sono presenti tutte e tre le categorie.

  1. Riferimenti a opere esterne, soprattutto di genere piratesco.

«Potrei risolverla io con il loro capitano. Come si chiama? Threepwood?» Yan accennò una risata. «Vuoi chiarire con un uomo che dice di aver visto una scimmia a tre teste? Non ne caveresti nulla. Preferisco sbrigarmela da me. (Jolly Roger vol.3 “I fratelli della costa”)

In questo caso la citazione è della saga videoludica “Monkey Island” in cui il capitano Guybrush Threepwood riusciva a fuggire dagli avversari fingendo di vedere alle loro spalle una scimmia a tre teste.

«Come hai detto che ti chiami?» «John McKenzie, signore» rispose il barbuto con fierezza. «John» ripeté il pirata annuendo. Si volse verso il suo quartiermastro facendo una smorfia. «Monsieur Stevenson, vi ho chiesto un cuoco. Il massimo che sapete propormi è uno zoppo dalla gamba di legno? Ci avete messo più impegno quando mi avete procurato quel pappagallo che chiedeva pezzi da otto!» (Jolly Roger vol.4 “La torre del ribelle”)

Qui il riferimento è al romanzo di Robert Louis Stevenson “L’isola del tesoro”. Il pirata Long John Silver, nel libro, si fa arruolare come cuoco sulla nave del protagonista ai fini di impossessarsi del tesoro che questi intende trovare. Silver è un personaggio noto per la sua gamba di legno e ha con sé un pappagallo appartenuto al capitano Flint che aveva l’abitudine di dire “pezzi da otto!”

Troviamo anche il nome della nave di lord Archer, l’Arkadia, che omaggia la serie animata Capitan Harlock, e la frase pronunciata dal pirata Quentin Ember, in due occasioni, “temi la morte?”, che ricalca quella di Davy Jones nei “Pirati dei Caraibi”.

2) Quelli che rimandano a libri dello stesso autore.

Anche sotto questo aspetto mi sono sbizzarrito. Si tratta di dettagli che non è sempre facile cogliere a una prima lettura, ma che mi è piaciuto creare per formare un universo compatto e circolare. Ad esempio, nel primo volume, Sid, John ed Elisabeth arrivano in piazza e tre uomini stanno per essere impiccati. Si tratta di John Smallwood, Henry Sullivan e Santiago Ramirez.

Nel prologo del terzo volume, in un flashback, troviamo Mendoza, in una locanda di Tortuga, che viene provocato proprio da questi tre uomini. Jorge Ximenez, discutendo con questi, si augura di poter assistere, un giorno, alla loro esecuzione pubblica.

3) Quelli che si collegano ad aspetti secondari dello stesso libro.

Anche in questo caso ho creato diversi dettagli che, se colti, possono svelare ulteriori misteri in merito al racconto. Non menziono quelli più importanti così da non spoilerarvi nulla, nel caso non abbiate ancora iniziato a leggere la saga. Piuttosto, vi menziono soltanto un easter egg minore, come il fatto che, nel primo romanzo, nello spettacolo di burattini della compagnia dei Gatti di Strada vengano rappresentati un pirata dalle folte sopracciglia e una donna con l’uncino al posto della mano. Questi, altro non sono che Miguel Mendoza e la piratessa Saph.

Insomma, gli easter egg sono qualcosa di estramente divertenti per chi ama scrivere. E voi? Li amate? Ne fate uso?

Al prossimo post, ciurmaglia!

Black Sails: tiriamo le somme.

Buongiorno a tutti, amici lettori.

Oggi chiacchieriamo di una serie televisiva che, seppur di nicchia, ha saputo avere negli ultimi anni un discreto seguito. Stiamo parlando di Black Sails, serie della Starz, composta da quattro stagioni e ultimata poche settimane fa.

Visto l’argomento della pirateria, di cui ho trattato nella saga letteraria Jolly Roger, mi sembra giusto parlarvi anche di questa serie. Difatti, Black Sails parla proprio di pirati, ambientando la trama agli inizi del 1700 nell’isola delle Bahamas, più precisamente nella cittadina di Nassau.

Il filone centrale, su cui si basano tutti gli episodi, è il ritrovamento di un ricco carico d’oro su un galeone spagnolo e la conseguente contesa fra i pirati per il suo possesso. Attorno a questo fulcro ruotano le storie di pirati famosi (Barbanera, Charles Vane, Calico Jack e Anna Bonnie) ben miscelate a quelle di pirati di fantasia, estratti dal romanzo “L’isola del tesoro” di Stevenson (Long John Silver, Billy Bones e il capitano Flint). Queste quattro stagioni, infatti, fanno da prequel al romanzo appena citato.

Devo dire che non era facile trattare dal punto di vista televisivo questa tematica. Difatti, l’ambientazione piratesca è vittima del peso ingombrante della saga Disney dei “Pirati dei Caraibi” che ormai ha reso stereotipata la figura del bucaniere, facendola associare nelle menti delle persone a quella di Jack Sparrow.

Black Sails, però, riesce bene nell’impresa e punta sul realismo di ciò che racconta, rispetto alle avventure rocambolesche e fantasiose della ciurma della Perla Nera, tra fantasmi, uomini pesce ed elisir della vita eterna. Qui abbiamo uomini che combattono per la libertà, per la sopravvivenza, in un clima crudo e violento, dove ambizione e orgoglio sono gli elementi dominanti.

L’unico punto a sfavore, che mi sento di dare a questa serie, è l’eccessivo uso di scene sessualmente esplicite, in gran parte gratuite, che sembrano avere l’unica intenzione di far parlare di sé e spiccare, destando l’attenzione di tutti con qualcosa di forte, al limite del pornografico (Il Trono di Spade insegna).

Al di là di questo e di alcuni episodi dove i dialoghi sono risultati un po’ troppo meccanici e arzigogolati, la serie dimostra ottima qualità, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi e nella loro evoluzione. Tra tutte, quella del giovane John Silver, inizialmente cuoco di un mercantile, che si ritrova invischiato in faccende più grandi di lui che col tempo impara a gestire, facendosi influenzare dalla personalità oscura di Flint fino a diventare il famoso pirata dalla gamba di legno, capace di azioni crudeli e prive di alcuno scrupolo.black-sails-finale-flint-ending-theory

In conclusione, non posso che ritenermi appagato, al termine di questa serie. L’ho trovata notevolmente realistica e a tratti perfino istruttiva. Rispecchia molto bene gli usi e i costumi dell’epoca e il fatto stesso che, una volta terminata, non ho potuto resistere alla tentazione di comprarmi il romanzo de “L’isola del tesoro”, significa che il suo scopo l’ha pienamente raggiunto.

Al prossimo post!

Passengers: quando il protagonista divide il pubblico.

Ben ritrovati, amici lettori.

La settimana scorsa ho avuto modo di vedere uno dei film più attesi dell’anno scorso, ossia Passengers. Perché parlare di film in un blog che tratta essenzialmente di libri? Beh, perché i film e i telefilm sono rappresentazioni di sceneggiature e queste possono essere sempre fonte di spunto e ispirazione anche per chi scribacchia.

Prima di discutere in merito al punto che volevo portare alla vostra attenzione, però, spendiamo due righe sul film e sulla trama.

Passengers è un film, come dicevamo, del 2016, diretto dal norvegese Morten Tyldum (sì lo so, sembra il nome di un personaggio del Signore degli Anelli), già reso noto dalla pellicola che lo candidò all’Oscar nel 2014: The Imitation Game.

La sceneggiatura è invece di Jon Spaihts, che la scrisse già dieci anni fa. Spaihts è stato già in passato molto legato al mondo della fantascienza, avendo scritto i due prequel della saga di Alien (tra cui Prometheus). C’è la sua mano anche dietro la sceneggiatura del film della Marvel “Dottor Strange” e del rilancio, in prossima uscita, de “La Mummia”.

In questo film si punta molto su due volti che sono sulla cresta dell’onda nel cinema Hollywoodiano, ossia Chris Pratt (I Guardiani della Galassia e Jurassik World) e Jennifer Lawrence (Hunger Games).

La trama parla di una nave spaziale con a bordo 5000 umani ibernati, diretta alla colonia Homestead II. Il viaggio ha una durata prevista di 120 anni e il risveglio dei passeggeri è programmato per avvenire pochi mesi prima dell’arrivo. L’obbiettivo è quello di popolare la colonia, a causa del sovappopolamento della terra.

Fino a qui tutto tranquillo, tranne che per un meteorite che colpisce l’astronave, causando alcuni problemi tecnici che portano una delle 5000 capsule di ibernazione a risvegliare il proprio occupante, il meccanico Jim Preston, dopo soli 30 anni dalla partenza.

Jim è inizialmente scosso e si lascia prendere dal panico. Sa bene di non potersi fare ibernare di nuovo e che la sua vita è condannata a essere vissuta nella più totale solitudine fino alla fine dei suoi giorni, senza poter mai vedere la colonia di destinazione.

Il nostro protagonista prova a distrarsi con tutti i comfort che la nave dispone, ma dopo solo un anno e mezzo inizia a rasentare la follia e a pensare al suicidio. Proprio quando sta toccando il fondo della disperazione, nota, in una delle capsule, una giovane ragazza di bell’aspetto. Inizia ad indagare su di lei, a guardare le interviste fatte dalla giovane prima della partenza e a contemplarla tutti i giorni. Se ne innamora e il desiderio di svegliarla e porre fine ai suoi tormenti dati dall’isolamento è sempre più forte.

A questo punto, il pubblico viene messo davanti a una difficile decisione, dal punto di vista morale: risvegliare la donna amata e vivere insieme a lei, pur condannandola a una vita di reclusione o concederle la possibilità di una vita migliore, nella colonia, rinunciando alla possibilità di vivere assieme? Questo problema etico e morale è una lama che taglia in due gli spettatori, stimolando i sentimenti e la coscienza e tirando fuori anche il concetto che ognuno di noi ha dell’amore.

Non voglio dire altro della trama, ma voglio soffermarmi sul fatto che simili aspetti narrativi sono molto potenti (pensate al finale di Sette Anime e delle discussioni che suscitò)  e riescono a lasciare il segno non solo negli spettatori, ma anche nei lettori. La maggiorparte dei romanzi, però, tende a usare un’etica del protagonista che rispecchia molto quella che dovrebbe avere il lettore, accompagnandolo in scelte condivisibili che rendono il personaggio un po’ stereotipato nella categoria dei “buoni”. Quando, però, si trovano questi meccanismi all’interno di una storia, non si può che riconoscerne un valore aggiuntivo. Pensiamo al finale del romanzo “Inferno” di Dan Brown, dove le scelte di Robert Langdon possono essere approvate oppure criticate dal lettore. Oppure alle decisioni che vengono prese dai personaggi del Trono di Spade di George Martin, anche qui in grado di creare divisioni e preferenze fra chi segue la saga.

Voi che ne pensate? Vi vengono in mente altri romanzi che hanno avuto questo impatto grazie a decisioni del protagonista che possono dividere il pubblico?

Al prossimo post!