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Come promuovere il proprio libro nel mondo virtuale

Buongiorno amici lettori. Oggi voglio trattare un tema che riguarda perlopiù il mondo della scrittura. In questi giorni, infatti, ho avuto modo di parlare con alcuni autori self (o editi da piccole CE) che si stavano organizzando in gruppi Facebook per una sorta di sostegno reciproco. Visto il mio scetticismo in merito (e in seguito ne spiegherò anche i motivi) ho deciso di dire la mia su quali siano, secondo me, i metodi migliori per promuoversi in internet. Metto subito le mani avanti, però, dicendo chiaramente che non intendo presentarmi come un guru, ma voglio semplicemente mettere in gioco la mia esperienza, con tanto di errori commessi e strade buone intraprese. Veniamo a noi.

  1. Avere una trama accattivante e originale. Seppur sia scontato, non si può evitare i mettere questo punto in cima alla lista. Se la vostra trama risulterà banale e suonerà di “già sentito” allora sarà facile che si confonderà tra le migliaia di titoli che vengono sfornati ogni anno in Italia e la vostra lotta per farvi notare sarà tutta in salita. Siate originali, pensate a qualcosa che non sia stato ancora detto o trattato e fatene il vostro punto di forza. Quando sarà il momento di promuovervi diventerà la vostra carta vincente. Per quanto mi riguarda, per esempio, la scelta del tema piratesco mi ha permesso di trattare un’ambientazione non troppo abusata nel panorama letterario. In questo modo ho potuto stuzzicare in maniera particolare sia chi voleva trovare una storia che parlasse di bucanieri e sia chi voleva un romanzo d’avventura che fosse diverso da quello solitamente proposto;
  2. curate il testo e la copertina attraverso dei professionisti del settore. La grafica e l’editing sono degli aspetti fondamentali. La prima spingerà il lettore a dare una possibilità al vostro libro, il secondo, invece, glielo farà apprezzare e faciliterà il passaparola. Purtroppo, nel mondo del self, ci sono ancora molti autori che non investono in questi due campi e questo porta i lettori non solo a sconsigliare il loro romanzo ma anche a essere prevenuti riguardo all’autopubblicazione in generale;
  3. mettete il libro in una categoria specifica. Quest’aspetto l’ho scoperto a Gennaio. Prima, la saga era inserita, in Amazon, nella categoria “Avventura”. Questo mi portava a concorrere con tantissimi titoli, molti dei quali pilastri della letteratura. Era impossibile scalare la classifica. Così ho provato a metterlo in una categoria più piccola, ossia: Pirati, per ragazzi. Non che la saga fosse specifica per adolescenti, anzi, ma ho visto che anche quel pubblico ha saputo apprezzarlo nel corso del tempo. Il risultato? Che il pubblico adulto l’ho coltivato su Facebook, mentre quello giovane l’ho trovato direttamente da Amazon, con il primo volume della saga sempre in vetta alla classifica i categoria. In questo modo ho TRIPLICATO le vendite e i relativi guadagni;
  4. le promozioni gratuite. Lo so, molti storcono il naso nel sentire parlare di queste promozioni. Dicono che significhi svendere l’opera, svalutare il proprio lavoro ecc… Eppure, l’unico modo per competere con grandi titoli e autori noti è quello di lanciare il prodotto a un pubblico vasto, così da fomentare il passaparola. Questa tecnica viene usata anche dai grandi marchi, basti pensare ai prodotti omaggio che ci vengono regalati ai supermercati. Possiamo chiudere gli occhi e ostinarci a rifiutare questo tipo di strategia, ma rimarremo sempre con un libro venduto a caro prezzo e pochissimi lettori. Quindi, il mio consiglio è quello di sfruttare i cinque giorni trimestrali che Amazon mette a disposizione, usandoli sempre tutti insieme e mai separatamente. Questo perché con i download dei primi due giorni si può arrivare in cima alle classifiche di Amazon (soprattutto se avete agito seguendo il punto 3) e avrete ancor più acquisti nei tre giorni rimanenti. Ah, dimenticavo, quando fate queste promozioni pubblicizzatele sui vostri canali e create un evento su Facebook, soprattutto le prime volte;
  5. contattate blog e Booktubers per far sì che in un breve periodo escano tutte insieme diverse recensioni al vostro libro. In questo modo sembrerà che non si parli d’altro e raggiungerete un potenziale pubblico che ama leggere e che ama il vostro genere;
  6. partecipate attivamente ai gruppi Facebook. Fatelo, inizialmente, senza secondi fini. Condividete le vostre letture, date pareri sui libri menzionati e fatevi conoscere dai membri. Che avete scritto un libro sul genere specifico di cui tratta il gruppo, prima o poi, salterà fuori da solo. A quel punto, essendo una persona nota e apprezzata, le vendite verranno da sé. Alcuni gruppi organizzano anche giornate autore, giornate spam e letture condivise. Contattate gli admin per sapere come muovervi senza infastidire nessuno;
  7. coltivate il vostro pubblico sulle vostre pagine social. Questo significa curarle con attenzione. Proponete argomenti che stimolino l’interazione, i commenti e le condivisioni. Mantenete la pagina viva e investite con delle sponsorizzazioni mirate, sia verso dei target impostati da voi e sia verso chi già ha messo il like alla pagine e i loro amici.

Questi erano sette consigli con cui partire. Avevo però anche promesso di dire la mia sul perché non funzionano i gruppi di scrittori. Le ragioni sono semplici:

A) Purtroppo, la maggioranza degli scrittori, in Italia, legge molto poco. Ritengo sia molto difficile trovare dei potenziali lettori all’interno di questi gruppi. Lo potrete notare dalla bassa interazione che hanno i post di spam che vi vengono messi;

B) quando viene proposta una lettura incrociata, con tanto di recensione, sorgono i problemi dati dal conflitto di interesse. Se un altro scrittore legge il mio libro e mi recensisce con cinque stelle, quando io leggerò il suo, mi sentirò davvero libero di esprimere con sincerità la mia opinione? O sarò legato da una sorta di debito nei suoi confronti? Forse, qualcuno risponderà dicendo che sarà sempre e comunque obiettivo, ma sappiamo tutti che non potrà essere così. Ci sarà sempre quel timore che una stroncatura possa portare a ricevere pan per focaccia e di conseguenza si vedranno girare solo recensioni più che positive. La conseguenza? Che i lettori si sentiranno presi in giro da queste recensioni farlocche e aumenterà il pregiudizio verso i libri autopubblicati;

C) stesso problema con le segnalazioni. Ho visto scrittori condividere le opere altrui a mitraglia, senza badare al contenuto Questo per puro senso del dovere e per quel famoso “sostegno reciproco” menzionato all’inizio. In questo modo si rischia di pubblicizzare e conigliare opere che potrebbero non essere valevoli e tutto ciò comprometterebbe la vostra credibilità, davanti al vostro pubblico.

In ogni caso, nel corso degli anni, i risultati hanno sempre parlato da soli. Ho visto gruppi di questo genere nascere e morire, con i loro ideatori che impazzivano di crisi nervose tra autori che non collaboravano come volevano e risultati che non arrivavano. Con i primi sette punti elencati, invece, in questi quattro anno sono riuscito a vendere migliaia di copie della saga Jolly Roger, tutt’ora in cima alle cassifiche di categoria. Io ne ho trovato beneficio e spero lo possiate trovare anche voi.

Un caro saluto e alla prossima!

 

 

Ho letto “La luce dell’impero”, di Marco Buticchi

Buongiorno a tutti, amici lettori.

Di ritorno dalle vacanze, porto con me un bagaglio di recensioni sui libri che avevo deciso di leggere in spiaggia. Quello di cui voglio parlarvi oggi è: La luce dell’impero, di Marco Buticchi.

Prima di partire voglio fare una premessa: per quanto abbia amato scrivere dei romanzi d’avventura, non ne sono un affezionato lettore. L’unico romanzo di questo genere che mi è particolarmente piaciuto è stato “L’isola del tesoro” di Stevenson, oltre a quelli di Michael Crichton, sempre che si possano definire “d’avventura”. Tempo fa avevo provato, per esempio, ad approcciarmi a Clive Cussler, ma il personaggio di Dirk Pitt aveva subito spento il mio entusiasmo. In merito al perché ne parleremo in seguito, dato che ci sono molte cose che lo accomunano al romanzo di Buticchi. Veniamo alla trama:

XIX secolo. Austria e Francia sono acerrime nemiche sui campi di battaglia. Perché allora Massimiliano d’Asburgo, per volere dell’avversario di sempre Napoleone III, viene nominato imperatore del Messico, un paese oggetto da tempo di violentissime rivolte? Massimiliano è un sovrano illuminato, amante delle meraviglie della natura e desideroso d’apprendere. Perché, nei suoi diari di viaggio, non parla dell’acquisto di due diamanti considerati ancor oggi i più grandi e preziosi mai estratti nel nostro emisfero?
Ai giorni nostri. Una banale avaria costringe Oswald Breil e Sara Terracini, in crociera a bordo del loro yacht Williamsburg, a riparare in un porto appena a sud di Tijuana, Messico. A pochi metri di distanza dall’approdo, viene ucciso un giudice che aveva fatto parte del pool antinarcos messicano. Il giudice, scopriranno Oswald e Sara, stava cercando di comunicare proprio con loro prima di cadere vittima della criminalità organizzata. Ma i cartelli della droga, si sa, non perdonano e Oswald Breil è una pedina scomoda…
L’inestricabile matassa della storia spesso gioca incomprensibili scherzi, collegando fatti lontani nel tempo e nello spazio con un impercettibile filo. I diamanti di Massimiliano sono stati, secoli prima, le basi sulle quali costruire un impero all’apparenza legittimo, ma grondante di sangue innocente. L’unica luce che brilla sull’oscurità di uomini senza scrupoli è quella che un enorme diamante giallo di 33 carati – il Maximilian II – è capace di riflettere. Una pietra sulla quale grava un’antica maledizione e che emana bagliori sinistri, capaci di offuscare persino La luce dell’impero.

Di questo romanzo mi viene da menzionare, purtroppo, soltanto un pregio: l’accuratezza storica. Ciò che avviene in Messico, il dominio di Massimiliano e le varie manovre politiche dei francesi che l’appoggiano sono ben chiarite ed esposte da Buticchi, tanto da riuscire a insegnare qualcosa attraverso il racconto. Non posso che esserne uscito arricchito, da questo punto di vista.

I difetti, però, sono a mio avviso molteplici. Elencandoli:

  1. La storia si sviluppa su due linee temporali differenti. Una nel XIX secolo e una ai giorni nostri. Il lettore viene illuso per tutto il romanzo in merito a un consistente legame che porti queste due linee a incrociarsi e ciò che viene lasciato intendere è che questo punto d’incontro sia il diamante, la Luce dell’Impero, che fa da titolo perfino al romanzo. Vi assicuro, però, che sotto questo aspetto la storia diventa deludente e le due trame risultano slegate se non per una piccola forzatura che non aggiunge nulla alla storia.
  2. I personaggi stereotipati. Questo è stato il motivo principale per cui ho faticato a digerire il romanzo. I due principali cattivi, Lee Cole e Carlos Ruiz, sono privi di spessore. Non viene spiegato nulla della loro personalità e dei motivi che li hanno portati a determinate scelte. Vengono definiti semplicemente “malvagi” ed è lo scrittore, quindi, a suggerirti (se non importi) cosa devi pensare di loro. Credo che questa cosa, oltre a rendere grottesche certe scene, abbia violato apertamente la regola del “show don’t tell”, ossia mostrare senza raccontare. Anche i personaggi buoni soffrono della medesima cosa. Oswald Breil, protagonista seriale di Buticchi, viene presentato come uomo di successo, pieno di soldi, acclamato dal mondo intero come eroe internazionale. Tutti lo amano, tutti lo acclamano e tutti gli fanno la riverenza, in qualunque parte del pianeta si trovi. Non esistono elementi negativi in Breil né aspetti caratteriali che fungano da sfumature. Lui lo devi amare, per forza di cosa, e questa imposizione diventa un po’ nauseante nel corso del racconto. Anche sua moglie Sara è descritta come donna irresistibile, bellissima e intelligentissima e ogni membro dello staff di Breil gode delle migliori competenze che esistano, potendo fare qualsiasi cosa abbiano in mente. Tutto questo non rientra nei miei gusti, perché prediligo personaggi più controversi, interpretabili e difficili da collocare. Non capisco nemmeno perché creare un difetto fisico a Breil, ossia il nanismo, quando questo non ha il minimo impatto sul personaggio. Se non ci venisse ripetuto che Breil è un nano, non ce ne accorgeremmo nemmeno. Non esistono disagi per lui e questo manda a monte il tentativo di dargli questa peculiarità (se volete vedere un vero nano che trasforma il suo difetto in pregio e vive appieno la propria condizione, andate a leggervi qualche pagina su Tyrion Lannister, nella saga di George Martin).
  3. I “Deus ex machina”. Il romanzo ne è pieno. I personaggi “positivi” tendono a cavarsela in ogni situazione. Se non per il proprio ingegno, riescono grazie all’immancabile intervento di terzi. Buticchi ne fa un largo abuso in questa storia, tanto da risultare, alla fine, troppo prevedibile.
  4. Le forzature. Anche in questo caso ce ne sono molte. Tante di queste mi sono suonate come delle palesi prese in giro. Per fare un esempio che non rovini la lettura del romanzo, a un certo punto uno dei cattivi decide di fare un regalo all’imperatore Massimiliano, per rafforzare il proprio legame con lui. Decide di regalargli una spilla. Visto che la storia doveva orientarsi in una specifica direzione e veniva comodo che l’imperatore sospettasse dei piani “malvagi” del cattivo, viene detto che per Massimiliano le spille erano da sempre state sinonimo di tradimento e che quindi, quel gesto, aveva acceso i suoi sospetti. Anche le coincidenze sono eccessive. Seguiamo la storia di tre gruppi di persone (i cattivi, la famiglia olandese e la coppia brasiliana) che pur spostandosi per il mondo intero finiscono sempre per incontrarsi e intrecciare le proprie storie. A meno che Buticchi non volesse marcare molto sull’intervento del destino, questi intrecci risultano a lungo andare poco credibili.

Insomma, credo di aver detto abbastanza in merito ai motivi per cui non ho apprezzato questo libro. Ho fatto davvero fatica a finirlo e non soffrivo così tanto da quando ebbi la brillante idea di leggere Jules Verne. Purtroppo, Oswald Breil è diventato uno dei personaggi che più ho detestato, alla pari con Dirk Pitt. I motivi, alla fine, sono sempre gli stessi.

Chiaramente questo è solo il mio parere e so che da molte persone Buticchi è acclamato e i risultati parlano chiaro. Come si suol dire: de gustibus.

Aggiungo che il libro lo comprai in occasione della fiera Tempo di Libri, a Sestri Levante, a cui andai l’anno scorso. Buticchi fu molto gentile, mi fece una dedica e scattammo una foto. Purtroppo, per quanto sia una persona garbata e a modo, le sue storie non fanno per me. Una seconda possibilità, però, non si nega a nessuno. Staremo a vedere.

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Ho letto “Il buio dentro”, di Antonio Lanzetta.

Buongiorno amici lettori.

Come mi ero promesso, sto riuscendo a tenere un buon ritmo di lettura. Facendo un riepilogo dei romanzi letti e recensiti qui sul blog da Gennaio a oggi, ci troviamo fra le mani: Incubo (Wulf Dorn), Dannati (Glenn Cooper), La freccia nera (Louis Stevenson), Mosaico (Marco DeLuca), On Writing (Stephen King, anche se questo è più un manuale) e Misery (Stephen King). Considerando anche il libro di cui ora vi sto per parlare, siamo a quota sette libri in quattro mesi e viste le mie precedenti medie posso dire di aver fatto dei buoni passi in avanti.

Ma qual è l’ultimo romanzo letto? Si tratta de “Il buio dentro” di Antonio Lanzetta.cover-il-buio-dentro-top-ten

Ero venuto a conoscenza di questo libro a causa di una serie di fortunati eventi. Seguivo Alessia Coppola, autrice amica di una BookTuber che mi aveva recensito e che aveva appena firmato un contratto con La Corte Editore per pubblicare Wolfheart (da poco, Alessia ha pubblicato anche con Newton Compton Editore, con Il profumo del mosto e dei ricordi).

La Corte Editore è una CE di Torino che mi ha affascinato sin da subito. Osservandola anche alle fiere ho avuto un piacevole impatto con la sua veste grafica, sia nella gestione degli stand che nelle copertine e ho percepito una grande dose di coraggio e determinazione che, a mio avviso, la farà diventare presto una piacevole realtà inserita tra le big di casa nostra. Così, iniziando a sfogliare i suoi autori e i suoi titoli, mi sono imbattuto in Antonio Lanzetta, uno dei suoi scrittori di punta che ha iniziato a vendere anche all’estero con grande successo (in Francia, Belgio e Canada). Da lì ad acquistare una copia del suo romanzo il passo è stato breve. Veniamo alla trama:

Il corpo di una ragazza viene ritrovato appeso ai rami di un albero. Il filo spinato scava nei polsi e nella corteccia di un vecchio salice bianco. Le hanno tagliato la testa e l’hanno lasciata sul terreno solcato dalle radici, gli occhi vuoti ora fissano quelli di Damiano Valente. Lui è lo Sciacallo, un famoso scrittore specializzato nel ricostruire i casi di cronaca nera nelle pagine dei suoi libri. Nessuno conosce il suo aspetto, e per Damiano questa è una fortuna: il volto deturpato da cicatrici e quella gamba spezzata che si trascina dietro come un fardello non sono trofei che gli piace mettere in mostra. Lo Sciacallo è un cacciatore che insegue nella morte le tracce lasciate dall’assassino della sua amica Claudia. Un omicidio avvenuto nell’estate del 1985, quando lui era solo un ragazzino con la passione per la corsa e amici in cui credere. Un omicidio che gli ha cambiato la vita.Trentuno anni dopo, Damiano ritorna ai piedi di quel maledetto salice bianco, per dare una risposta a quella sua ossessione che come una ferita pulsante gli impedisce di andare avanti. Con lui ci sono gli amici di sempre, Stefano e Flavio, le cui esistenze si intrecciano inesorabilmente nella dura e cruda scoperta della verità, riportandoli a rivivere le emozioni di una folle estate che ha segnato le loro vite per sempre.

Il romanzo, come abbiamo appena visto, si divide in due linee temporali: una ambientata ai giorni nostri e l’altra nel 1985. Questo ci permette sia di seguire le indagini relative all’omicidio di Elina che di approfondire la vita della persona chiamata ad aiutare la polizia nella cattura dell’assassino, Damiano Valente.

Damiano, Stefano e Flavio sono infatti tre uomini la cui infanzia è stata profondamente segnata dalla morte della loro amica Claudia, avvenuta nello stesso modo in cui è morta Elina.

Ho trovato molto interessante il fatto che le due linee temporali in questione siano state narrate da due punti di vista differenti. Ai giorni nostri veniamo catapultati nei panni di Damiano, segnato sul volto da brutte cicatrici e con una gamba malridotta. Nel passato, invece, ci ritroviamo in quelli di Flavio, così da poter conoscere meglio anche questo secondo protagonista della vicenda. Questo stratagemma aiuta moltissimo a stimolare l’empatia nel lettore, anche se l’unico difetto è quello di trascurare il terzo elemento, Stefano, con cui si fa fatica a entrare in sintonia (probabilmente è voluto, data la secondaria importanza del personaggio, anche se mi sarebbe piaciuto condividerne maggiormente i sentimenti).

Le atmosfere potrebbero ricordare inizialmente It di Stephen King, con Damiano e Stefano che sulla tomba di Claudia ricordano la promessa fatta da bambini, ma ho riscontrato molti più richiami a Mystic River di Dennis Lehane. In ogni caso, emerge come siano stati, probabilmente, questi due autori ad aver influenzato profondamente Lanzetta.

I protagonisti sono tutti quanti perfettamente disegnati, anche Claudia, per cui sono arrivato a provare una terribile sofferenza e angoscia al momento della morte, sentimenti che non provavo, credo, da quando lessi “Nel bosco” di Tana French.

Direi, quindi, che l’aspetto emotivo sia il punto forte di questo autore nostrano, ben dimostrato in un romanzo dove i rapporti interpersonali prendono il sopravvento su quella che l’indagine vera e propria. Difatti, lo svolgersi di questa avviene in maniera molto rapida e semplice, senza i complicati rompicapo a cui siamo abituati nei classici gialli e thriller. Forse, qualche amante del genere potrebbe risultarne deluso ma, per quanto mi riguarda, l’evoluzione dei personaggi mi ha così tanto preso da rimanerne comunque appagato e soddisfatto.

L’unica nota dolente è che sono riuscito a capire chi fosse l’assassino fin troppo in anticipo. Gli indizi disseminati lungo il percorso mi sono sembrati troppo espliciti e questo ha tolto un po’ di gusto alla lettura.

Per il resto, non posso che consigliare assolutamente questo libro e a tenere d’occhio un autore che avrà ancora molto da dire non solo nel nostro paese, ma anche a livello internazionale.

Voto: 8,5

Ps. Da poco è uscito il suo secondo romanzo: “I figli del male”, sempre edito da La Corte Editore.

 

Ho letto Misery, di Stephen King.

Buongiorno amici lettori.

Come preannunciato, dopo averlo acquistato a Tempo di Libri, mi sono finalmente messo a leggere il mio primo romanzo di Stephen King: Misery. L’ho fatto con una certa preparazione mentale, dato che il libro precedente a questo, che era sul mio comodino, è stato On Writing, manuale di scrittura dello stesso autore.

Abbinare queste due letture è stata una mossa vincente. Ho potuto apprezzare per prima cosa la TEORIA di King su come scrivere, per poi vederne la PRATICA con Misery. Sembrava di essere a lezione e la sua maestria è stata, senza dubbio, affascinante.

Per prima cosa, però, ecco la trama:s-l300

“Paul Sheldon, un celebre scrittore, viene sequestrato in una casa isolata del Colorado da una sua fanatica ammiratrice. Affetta da gravi turbe psichiche, la donna non gli perdona di aver “eliminato” Misery, il suo personaggio preferito, e gli impone tra terribili sevizie di “resuscitarla” in un nuovo romanzo. Paul non ha scelta, pur rendendosi conto che in certi casi la salvezza può essere peggio della morte…”

Come si può vedere, l’idea di partenza è tanto semplice quanto interessante. Prendi uno scrittore, mettilo tra le mani di un’ammiratrice psicopatica e cerca di farlo uscire da quella situazione sano e salvo. Nel suo stesso manuale, On Writing, King afferma che molte sue trame si sviluppano in questo modo, senza seguire un vero e proprio canovaccio. L’autore si diverte a creare delle circostanze surreali e a vedere di persona come i suoi personaggi possono venirne fuori. Anche in Misery, Paul Sheldon spiega questo meccanismo attraverso il gioco del “Puoi?”, ossia quel meccanismo (a suo modo divertente) con cui lo scrittore prova a districare la trama con l’ingegno di azioni possibili e al contempo credibili.

Facendo questo, Stephen King riesce a tenerci incollati alla storia e gli va una lode per esserci riuscito mostrando, in 380 pagine circa, soltanto un unico spazio ristretto: la casa di Annie Wilkes. Non viene mostrato il paese, non vengono descritte situazioni esterne o altro. Abbiamo soltanto Paul, il suo punto di vista e la casa della sua rapitrice. Niente di più e niente di meno.

Eppure viviamo la sua angoscia, il suo dolore dato dalla rottura delle gambe, il suo conseguente bisogno di farmaci che gli allevino le sofferenze e la paura verso un’aguzzina disturbata che non ci viene disegnata con parole chiare ed esplicite, piuttosto, viene mostrata lentamente, con i suoi comportamenti singolari, gli sbalzi di umore e i gesti folli.

Sia Paul (approfondito grazie al fatto che è il narratore) che Annie (svelata pian piano agli occhi dello scrittore imprigionato) lasciano il segno, affondando nella mente e nel cuore del lettore.

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Mi è piaciuta anche la trasformazione inesorabile del protagonista, non solo sempre più succube della donna, ma anche del suo stesso manoscritto.

Insomma, un romanzo da divorare (con due parti un po’ macabre che potrebbero disgustare chi è particolarmente sensibile) che si potrebbe porre su un sottile confine tra l’horror e il thriller.

Interessanti anche alcuni metodi di scrittura che abbandonano completamente le regole grammaticali (tra punteggiatura e ripetizioni) per far provare al lettore l’ansia e il panico di alcune situazioni.

Allo stesso modo ho notato un’incredibile capacità narrativa nel cambiare stile di scrittura quando Paul batte a macchina la storia di Misery, facendoci leggere un testo che, credibilmente, non sembra davvero scritto da King ma dal protagonista.

Voto: 9

Ho letto: I nuovissimi X-Men #1

Buongiorno amici lettori.

Come già detto in passato, ho iniziato a leggere i fumetti della collana “Marvel Now“, creata apposta per chi, come me, è alle prime armi con questo mondo in formato disegno.

Per chi volesse dare un’occhiata alla mia recensione dei tre volumi degli “Avengers” e a quello di Thor, ecco i relativi link: qui e qui.

Passiamo ora al volume che tratterò in questo articolo: I nuovissimi X-Men, gli eroi di domani.

Ci troviamo in una situazione complicata ma che, attraverso i dialoghi, si dipana davanti anche ai nuovi lettori. Per capirla appieno, però, credo sia necessaria almeno un’infarinatura attraverso le pellicole cinematografiche, che ci permettono di capire chi siano determinati personaggi, citati ma che non compaiono.

La scuola degli X-Men (la Xavier School) è diretta, dopo la morte del Professore, da tre mutanti di spicco: Kitty Pride, Wolverine e Tempesta. Il trio cerca di portare avanti gli ideali del Professore e di mantenere la pace tra umani e mutanti. Essendo la scuola rimessa a nuovo, soprattutto nel suo organico, il gruppo si fa chiamare, perlappunto: i Nuovissimi X-Men.

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Sorgono però dei problemi. Ciclope, che un tempo era un altro membro di spicco della scuola, si è rivoltato ai suoi vecchi amici creando uno scisma (di cui si parla in un altro volume che straordinariamente ho in casa e che non fa parte del ciclo Marvel Now). Ciclope vuole reagire ai soprusi che gli umani stanno attuando ai danni dei mutanti e agli arresti che stanno svolgendo. Molti ragazzi, inconsapevoli dei propri poteri, infatti, stanno finendo dentro le sbarre. Insieme a Magneto, Eva Frost e Illyana, Ciclope compie degli attacchi per liberare alcuni ragazzi dalle grinfie dell’esercito. Attacchi che finiscono per creare degli scontri e intensificare la tensione tra le due razze.

Bestia (alias Henk), uno dei Nuovissimi X-Men più anziani, decide di sfruttare una macchina del tempo di sua invenzione, così da portare nel presente il Ciclope del passato. Il suo scopo è quello di mettere Ciclope davanti a ciò che era prima di diventare un terrorista e riprendere il controllo di sé.

Il mutante riesce nel suo intento, ma insieme al Ciclope del passato, porterà anche il giovane sé stesso, il mutante chiamato Angelo, Bobby (l’uomo ghiaccio) e Jean Grey. Quest’ultima è stata una vecchia fiamma sia di Wolverine che di Ciclope e rivederla porterà scompiglio in entrambi.

Il Ciclope del passato riesce così a incontrare quello del presente, ma l’incontro porterà a un’inevitabile battaglia.

Passiamo ora alla mia opinione.

La storia è ben fatta. Per quanto inizialmente ci si possa sentire un po’ disorientati, non conoscendo bene gli eventi che abbiano portato alla situazione attuale, lo stratagemma di portare al presente gli X-Men del passato è un ottimo modo per permettere ai nuovi lettori di cominciare da capo la saga dei mutanti, leggendo le loro avventure di quando erano giovani, pur non perdendo il filone canonico.

I due personaggi di spicco di questo volume sono sicuramente Bestia e Ciclope. Il primo è colui che muove la trama e il suo svolgimento, ideando il piano e portandolo all’attuazione. Il secondo è quello che si può definire “protagonista” approfondito e sviscerato, così che non appaia come un semplice villain senza spessore ma come un personaggio a tutto tondo con le sue motivazioni e i suoi perché. Al primo darei un bell’8 (avrei dato di più ma il suo regredire alla prima mutazione gli ha fatto perdere il fascino che aveva con quella nuova, molto più leonina), mentre al secondo un bel 9 (il 10 se l’è perso dopo la figura da fesso che ha fatto quando Magneto ha fatto cilecca, rischiando di farsi schiacciare da un auto).

Tutti gli altri fanno da sfondo. Di Angelo non sappiamo ancora niente ed è quello più insipido (5). Bobby ottiene più visibilità, invece, con le sue battute e devo ammettere che mi sono piaciute, strappandomi anche qualche risata (7). Jean Grey ci concede un breve riassunto di tutto ciò che ci siamo persi nei suoi confronti, grazie a Bestia che entra nella sua testa e che ci propone diverse immagini di ciò che ha compiuto fino alla morte (eh sì, perché nel presente Jean è morta). Per lei voto 6. Anche la Frost e Illyana hanno ben poco da dire (5) e Wolverine fa ancora poco e niente. Quest’ultimo l’avevamo già trovato nei volumi di Avengers e sto aspettando pazientemente che entri in azione e faccia qualcosa di concreto (5). Infine, diamo il voto a Magneto, di cui è rimasto ben poco da temere. Appare come un vecchietto che vuole essere minaccioso ma che in mancanza dei suoi poteri fa delle magre figure e soccombe davanti alla figura predominante di Ciclope (5 anche per lui).

Nonostante la marea di voti insufficienti, ritengo che lo spessore del personaggio di Scott Summers (Ciclope) regga l’intera storia, rendendola intrigante e suggestiva. Non posso, quindi, che dare un bell’8 al fumetto, aspettando di leggere la continuazione.

A presto!

Stephen King e i suoi consigli di scrittura.

Buonasera amici lettori.

Questo mese mi sono approcciato a una lettura diversa dal solito, recuperata all’ultima fiera di Tempo di Libri. Sto parlando del manuale di scrittura di Stephen King, ossia “On Writing, autobiografia di un mestiere”.

Diverse persone che lavorano come editor mi avevano parlato di questo libro e me lo avevano consigliato, dal momento che sto cercando di entrare a piccoli passi nel mondo della scrittura. Sembra che sia uno dei manuali fondamentali, nella libreria di un autore, insieme a “Elementi di stile nella scrittura”, di William Strunk, consigliato dallo stesso King (che intendo presto recuperare).

Veniamo al libro. A chi può interessare? Secondo me a due categorie di persone:

1) fan di King, che vogliono vedere i retroscena delle sue opere storiche e di come abbia trovato ispirazione a certi passaggi divenuti molto popolari (come la porta distrutta dall’accetta in Shining o la diga costruita dai bambini in It);

2) gli scrittori o aspiranti tali, che vogliono ricevere consigli per migliorarsi.

Non mi dilungherò su tutto ciò che possa interessare la prima categoria e che riguarda il primo terzo del libro. Qui, King parla della sua vita, dall’infanzia fino ai primi racconti autopubblicati con suo fratello e distribuiti all’interno della scuola (ebbene sì, anche King è stato per poco tempo un Self Publisher). Questa parte non è solo interessante per ciò che viene raccontato, ma anche per come viene fatto. Essendo King l’autore della sua biografia, infatti, ha modo di mostrare anche attraverso la propria storia le sue capacità narrative, interessando così anche il secondo gruppo di lettori.

Veniamo ora ai suoi consigli. Vi mostro alcune cose che ho appuntato:

  1. La prima stesura deve avvenire a porta chiusa. La seconda a porta aperta. Questo non in senso letterale, ovviamente, ma in senso simbolico. La prima bozza deve essere fatta per te stesso. Deve esprimere tutto ciò che hai dentro, renderti felice e gratificarti. La seconda deve essere pensata, invece, per far arrivare l’emozione, il pensiero e la storia al lettore, facendo i dovuti aggiustamenti;
  2. la vita non deve essere a sostegno dell’arte, ma l’arte alla vita. Per questo motivo, la scrivania non deve mai essere al centro della stanza, ma di lato;
  3. l’arte è telepatia. Permette a chi la pratica di far giungere pensieri, emozioni e immagini alla mente di altre persone, percorrendo lo spazio e il tempo. Questo pensiero è stato il mio preferito dell’intero libro;
  4. secondo King, il vocabolario di uno scrittore deve essere spontaneo. Quando una parola stona e va sostituita, l’autore non deve ricercare parole che non userebbe mai nella vita quotidiana, ma mettere su carta le prime che gli vengono in mente. Questo per mantenere il rapporto di onestà tra scrittore e lettore, oltre che a risultare credibile. Ciò non toglie che il vocabolario possa essere arricchito nel tempo;
  5. King detesta le forme passive, prediligendo quelle attive. Al posto di dire “la riunione sarà tenuta alle sette”, sarebbe meglio dire “la riunione sarà alle sette”. Secondo lui risulterà più incisivo e piacevole;
  6. per quanto sia facile abusare degli avverbi (anche King ammette di cadere nella trappola), sarebbe buono evitarli, dove possibile. Usare parole come “disse scetticamente” può risultare odioso a lungo andare. Il semplice “lui disse” o “lei disse”, secondo King, è perfetto così com’è. Sarà il contesto, se ben fatto, a far capire al lettore in che modo la voce uscirà dalla bocca del personaggio;
  7. chi non ha tempo per leggere, non ha nemmeno tempo per scrivere. La lettura forgia lo scrittore, aumentando la sua capacità di capire cosa funzioni nella narrazione e cosa no, così come tutte le altre sfaccettature del mestiere;
  8. se non c’è gioia nello scrivere, allora è tutto inutile;
  9. la prima stesura non dovrebbe superare i tre mesi, con circa mille o duemila battute al giorno. Questo per battere il ferro dell’ispirazione finché è caldo;
  10. le storie e i loro simboli sono come reperti archeologici da disseppellire. Bisogna farlo con calma e cautela, lasciandosi trasportare dalla scrittura e dalle azioni dei personaggi stessi. King non ama le trame, infatti, sostiene che la vita vera non può essere progettata e di conseguenza nemmeno i suoi romanzi lo sono. Si fissa un traguardo, questo è certo, ma non sempre viene raggiunto. A volte ci vede giusto, altre volte la storia prende un’altra piega sorprendendolo. Secondo lui, però, l’essenza di un romanzo deve essere percepibile già dalla prima stesura, seppur nulla venga prestabilito.

 

Spero vi sia stato utile questa sorta di riassunto delle parti salienti di “On Writing”. Ve ne consiglio comunque l’acquisto perché ne vale davvero la pena.

A presto e iscriviti al blog per leggere anche i prossimi articoli!

 

Editori come funghi.

Buongiorno a tutti.

Oggi vi scrivo in merito a un’esperienza che ho avuto di recente e che risulta significativa all’interno del mondo editoriale. Difatti si sente spesso parlare di come in Italia, negli ultimi anni, ci sia stata un’impennata incredibile del numero di scrittori (o scriventi, come ama dire qualcuno), in rapporto a quello dei lettori.

Non lo si può negare. Migliaia di titoli vengono sfornati ogni anno e non solo dalle piccole/medio/grandi case editrici, ma anche (e soprattutto) dal Self Publishing. Quest’incremento ha portato con sé anche la crescita di altre attività legate a questo mondo. In alcuni casi, si tratta di professionisti capaci, mentre in altri di “volponi” che hanno fiutato l’affare. Tutto ciò riguarda agenzie letterarie, editor e case editrici. Se i lettori, in questo marasma, devono prestare la massima attenzione nella scelta dei titoli da portarsi a casa per evitare brutte sorprese, anche gli autori non devono essere da meno nel valutare a quale persona affidare la propria opera.

Proprio a questo riguardo ho avuto modo di riflettere negli ultimi giorni. Ho visto spesso, su Facebook, persone che si propongono agli autori con offerte (a loro dire) imperdibili.

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Casa editrice cerca titoli. Mandateli a tiziocaio@sempronio.it Accettiamo racconti, saggistica, fumetti, liste della spesa, diari di sQuola, tesi di laura scritte durante la sbronza di fine anno e istruzioni Ikea! Lettura manoscritto e proposta editoriale entro tre quarti d’ora!

Eccetera, eccetera. Ovviamente mi sono lasciato prendere la mano nel rendere la caricatura di quanto accade, ma non sono nemmeno andato troppo lontano dalla realtà.

Per quanto riguarda il primo caso, adotto sempre un buon metodo per smascherare i ciarlatani: guardare in che posizione della classifica di Amazon si è piazzato il loro manuale. Se tu, che vuoi aiutarmi a vendere un romanzo attraverso corsi da centinaia di euro o tramite segreti pari solo al Sacro Graal, non sei in grado di vendere il tuo manuale, facendomelo ritrovare alla posizione 678 451, beh… forse hai davvero poco da insegnare.

In merito al secondo caso, invece, l’argomento sarebbe molto ampio da trattare, se non, forse, anche soggettivo. Voglio però raccontarvi cosa mi è successo di preciso l’altro giorno, tanto da ispirarmi per questo articolo.

Navigando su Facebook, sono incappato in uno dei tanti gruppi che ospitano aspiranti scrittori. Era un gruppo che bene o male già conoscevo e a cui mi ero iscritto mesi fa, se non addirittura un anno. Avevo notato che, oltre al consueto spam selvaggio senza senso, c’erano anche dei post costruttivi, dove gli scrittori si consultavano e consigliavano l’un l’altro. I membri erano più di 8000. Ad un certo punto, arriva un post dove si chiedono manoscritti da inviare. Non era la prima volta che vedevo in rete annunci del genere e come altre volte ho visto le medesime mancanze:

  1. Non veniva indicato in alcun modo il nome della casa editrice, se non in seguito, nei commenti, su insistenza dei membri del gruppo;
  2. l’editore non aveva un sito, ma solo un post situato in un blog dove parlava delle proprie attività;
  3. il blog in questione era un semplice blogspot senza dominio, indice di scarsa volontà nell’investire sul proprio progetto, anche nelle piccole cose;
  4. l’articolo di presentazione aveva diversi refusi e questo lasciava immaginare la cura che avrebbero avuto dei testi;
  5. la grafica del blog era penosa e basilare, come avrebbero curato, quindi, le copertine?;
  6. si leggeva a chiare lettere che, in realtà, erano un’associazione culturale e non una casa editrice.

Diversi utenti hanno fatto presente queste pecche, tra cui il sottoscritto, ma essendo l’autore del post anche l’amministratore del gruppo, sono stati tutti quanti rimossi e bloccati. Tutto ciò ha solo indicato la malafede di chi stava avviando questo progetto, con una incapacità di accettare la critica e di fare il mestiere.

Purtroppo, immagino che qualche autore sia cascato nella rete. Per questo ci tengo a mettere in guardia chiunque voglia approdare nel mondo editoriale.

Dicevamo che chi non sa vendere il proprio libro non può aiutarvi a vendere il vostro e, anche qui, chi non sa curare il proprio sito di sicuro non saprà curare la vostra opera. Chi scrive sgrammaticato sul proprio blog o su Facebook, probabilmente non saprà fare un editing adeguato al testo che gli mandate e chi non sa comunicare sui social non saprà approcciarsi ai vostri lettori.

Quindi indagate, indagate e indagate. Non fermatevi mai alle apparenze e non cedete alla semplice voglia di avere il vostro libro fra le mani. Il lavoro, il tempo e il sudore che ci avete messo per mettere la vostra storia nero su bianco sono troppo preziosi per venderli (o regalarli) al primo ciarlatano che passa.

 

Ho letto “Mosaico” di Marco De Luca.

Buonasera a tutti.

Oggi torno con la rubrica “Ho letto” con un libro di un autore esordiente che sta riscontrando un discreto successo. Sto parlando di Mosaico, di Marco De Luca.

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Marco ha autopubblicato il suo romanzo a Febbraio di quest’anno attraverso la piattaforma Amazon, sia in e-book che in cartaceo. In soli due mesi ha venduto ben 500 copie del suo libro, scalando le classifiche del sito nella categoria “Narrativa Storica” e “Azione e Avventura”. Conoscendolo già da prima della pubblicazione del romanzo, ero molto curioso di tuffarmi nelle trame di Venezia da lui costruite e non vedevo l’ora di dirvi la mia personale opinione. Veniamo alla quarta di copertina:

Anno Domini 1583. Venezia è la città dei Dogi, la regina del Mediterraneo, centro nevralgico di tutti i commerci. Il capitano Iñacio Cortés, avventuriero portoghese, intraprendente e senza scrupoli, cercherà di farsi strada dai bassifondi della città di San Marco fino a raggiungere, forse, i vertici della piramide. Attraversando calli e sottoporteghi, districandosi tra intrighi e inganni, il portoghese verrà catapultato in una Spalato leggendaria, dove su suggerimento di un geniale ebreo, si è deciso di fare della città adriatica un fiorente scalo commerciale per favorire l’amicizia tra Venezia e i Turchi. Iñacio cadrà, si rialzerà e imparerà a proprie spese che nella vita ci sono tre tipi di persone: quelli che stanno fermi, quelli che muovono e quelli che sono mossi.
La vera protagonista di Mosaico è però la Serenissima Repubblica, e più ancora gli uomini e le donne che la animano come tessere di un mosaico: uomini di stato, cortigiane deliziose, sicari, avidi mercanti, nobili decaduti, eroi di guerra, corsari rinnegati e cospiratori visionari.

«Venezia è così, fatevelo dire da chi la conosce da sempre. Lo imparerete presto. È come un mosaico dove ogni tessera serve per tenere incollata l’altra. Prese per sé, sono poche le tessere che non siano brutte alla vista, che non sembrino sgradevoli o il cui senso non è chiaro: ma se tutto ricade secondo un disegno, ognuna di loro acquista scopo nel tutto.»

Come si può notare, oltre a Cortés, la vera protagonista della vicenda è Venezia. Ci si immerge totalmente nella città salmastra, tra i suoi viottoli, i canali e le abitudini del 1500. Marco De Luca dimostra una preparazione invidiabile e un lavoro certosino che, oltre a raccontare, permettono al lettore di imparare cose nuove, come in qualsiasi romanzo storico che si rispetti.

Il protagonista è, inoltre, ben caratterizzato, con le sue espressioni, i suoi vizi e le sue passioni. Oltre a Cortez mi sono molto piaciuti i personaggi di Cliff Hume e di Don Bruno Vasquez, compagni di missione che creeranno simpatici siparietti e dialoghi coinvolgenti.

Sugli altri personaggi, invece, c’è una nota dolente. Sono tanti e hanno poco spazio. Alcuni compaiono soltanto per poche pagine, seppur di loro, oltre al nome, si abbia una visione di tutto il loro passato e del loro ruolo all’interno della città. A mio avviso questo genera un po’ di confusione e a volte si poteva fare a meno di caratterizzarli così a fondo, vista la loro scarsa importanza, tratteggiandoli soltanto.

Anche lo stile è ancora un po’ acerbo ma è al contempo promettente e come libro d’esordio si mantiene a un livello molto alto, appassionando sia chi è amante di Venezia e sia chi ha piacere di immergersi nel XVI secolo. Le stesse recensioni avute dal romanzo dimostrano questo apprezzamento.

Sono molto fiducioso in merito all’universo narrativo che Marco sta mettendo in piedi e attendo con ansia il sequel.

Nel frattempo, non mi resta che invitarvi a dare una possibilità a questo libro che oltre a essere un’ottima storia è una delle prove viventi che anche il Self Publishing può sfornare prodotti veramente meritevoli.

Voto: 7,5.

Fumetti: Thor. Il macellatore di déi.

Buongiorno amici lettori.

Come scrissi in un altro post, mi sono messo da poco a collezionare i fumetti della Marvel Now, una nuova serie Marvel che si propone di avvicinare i nuovi lettori a storie vecchie di decenni. Ero partito con i numeri di Mondo Avengers, di cui ho parlato qui, ma mi sono poi reso conto, attraverso un affidabile sito, che non erano i primi volumi della collana.

Dopo una breve ricerca, ho capito che il numero di Thor, Il macellatore di déi, era quello che cercavo. Ve ne parlo subito qui sotto.

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Facciamo un passo indietro, rispetto ai fumetti Avengers. Troviamo un Thor, nello spazio, alle prese con un’entità che riemerge dal suo passato: Gorr, il Macellatore di Dei.

Questo nemico, conosciuto da Thor già nel IX secolo D.C. semina morte tra le divinità, uccidendole in maniera crudele nel corso dei secoli. Queste divinità vengono catalogate come “divinità scomparse” e nessuno si è mai preso la briga di verificare cosa gli fosse successo veramente. Thor, però, trovando collegamenti a ciò che aveva visto secoli prima, decide di recarsi sui pianeti di questi déi, trovando uno scenario spaventoso. Inizia così la sua ricerca di Gorr e il disperato tentativo di fermarlo.

Consideriamo ora alcuni aspetti nel dettaglio:

  1. La sceneggiatura: ottima dal mio punto di vista. Questo, in primis, perchè a differenza del caotico Mondo Avenger, fa sentire il neofita lettore a suo agio, grazie a tre strisce temporali (Passato, presente e futuro) che danno spessore al personaggio, rendendo chiara la sua psiche e diversi aspetti della personalità di Thor, oltre a chi è, da dove viene ecc… Molto chiara e comprensibile mi ha molto coinvolto;
  2. Il protagonista: come dicevo, Thor è stato ben tratteggiato. Lo troviamo nel passato, arrogante e presuntuoso, nel presente con i suoi carichi di responsabilità e il suo senso del dovere, così come nel futuro, amareggiato e vecchio per ciò che il suo nemico è riuscito a fare. Oltre a questi collocamenti temporali abbiamo anche dei viaggi nel tempo che permettono di non dare nulla per scontato. Se in Mondo Avenger avevo dato 8 a Thor, penso di confermare il mio voto anche in questo volume;23_13772121855554
  3. L’antagonista: che dire di Gorr? Mi è piaciuto parecchio. Questo sia per la sua potenza, mettendo davvero in difficoltà l’eroe di Asgard, e sia per il suo background, appena tratteggiato ma subito comprensibile, con un astio verso tutte le divinità, troppo impegnate nelle proprie faccende da non aver aiutato il suo popolo sofferente. L’unica cosa che non viene resa nota è l’acquisizione dei suoi poteri. Chissà se verrà spiegato in seguito.23_13827889922846

In questo volume c’è anche una comparsata di Iron Man, che aiuta Thor nel raggiungere un obbiettivo. Poca cosa, poche battute, ma veniamo a sapere che Tony Stark è impegnato in alcuni viaggi sulla luna.

Che dire quindi? Se ho dato 8 al personaggio, mi sento di dare 9 alla storia. Finalmente inizio a sentirmi a mio agio nel mondo Marvel Now.

A presto ciurma!

 

Sono stato a Tempo di Libri.

Buonasera ragazzi.

Oggi comincia una nuova settimana, dopo essere stato reduce da una Week-End milanese.

Sabato ho avuto modo di sperimentare insieme a degli amici una Escape Room ed è stata un’esperienza unica. Per chi non sa di cosa si tratta, consiglio di visitare la pagina di Trap Milano a questo link. Il gioco consiste in una stanza in cui dovrete risolvere diversi enigmi per poter passare a quella successiva e giungere alla soluzione finale. Nel nostro caso, l’ambientazione scelta era quella di una base in Antartide, invasa da un virus. Lo scopo era di trovare l’antidoto e riuscire ad andarsene via in meno di un’ora. Ci abbiamo messo un’ora e dieci, grazie alla misericordia dei gestori e ci siamo divertiti un sacco. Ve lo consiglio.

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Passando alla Domenica e al tema portante di questo post, ho visitato per la prima volta la fiera Tempo di Libri. L’anno scorso non avevo avuto modo di esserci e avevo ripiegato per il Cartoomics, ma questa volta sono riuscito a non mancare.

Tra l’altro, piccola parentesi, mi chiedo ancora il motivo per cui quest’anno abbiano messo le due fiere in contemporanea, cosa che, a mio avviso, le ha penalizzate entrambe.

L’afflusso mi è sembrato molto minore rispetto a Torino (che vanta un padiglione in più e molti più stand per le CE) ma a sentire alcuni presenti c’è stato progresso dall’anno scorso.

Mi sono concentrato molto sullo shopping, a differenza delle mie passate esperienze al Salone di Torino. Ho comprato il fumetto di Zero Calcare “Kobane Calling” (BAO), perché dopo numerose volte in cui ho letto le sue strisce dalla rete, non potevo perdermi un suo volume e iniziare a collezionarlo. A questo aggiungiamo “Il piccolo principe”, in versione economica della Newton Compton, dal momento che l’avevo letto grazie a un prestito e mancava dalla mia libreria, “Il buio dentro” di Antonio Lanzetta, autore promettente della scuderia “La corte editore” e ben due libri del maestro Stephen King (di cui non avevo ancora letto nulla). Il primo è “On Writing”, manuale con i suoi consigli di scrittura, mentre il secondo è “Misery”.

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Passando agli eventi, ho assistito a due di questi. Uno mi interessava quanto scrittore, presentato da Maria Grazia Cocchetti, autrice del libro “L’autore in cerca di editore”, coadiuvata da Alberto Gelsomini, selezionatore Mondadori, e da Alessandra Selmi, responsabile della Lorem Ipsum, agenzia letteraria. Si è parlato dei criteri di selezione sia delle case editrici che delle agenzie e ho potuto anche fare una domanda in merito ai requisiti che deve avere un libro autopubblicato per essere preso in considerazione. Ne sono uscito, quindi, molto soddisfatto.

Il secondo evento è stato, invece, quello di Nino Frassica, che ha parlato dell’umorismo no-sense. Devo ammettere che quest’uomo è davvero uno dei migliori comici in circolazione. Non è volgare, piace ai giovani e riesce a far ridere con molta semplicità.

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In sintesi, una fiera discreta, senza troppe pretese, con poche CE piccole/medie a parteciparvi e un’affluenza contenuta. Mi è comunque piaciuta e credo proprio di tornarci anche il prossimo anno.

E voi? Ci siete stati? Raccontate la vostra esperienza in un commento.

Alla prossima!