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Il riassunto della seconda tappa di Libri in Valle

Ripetersi non è mai semplice né scontato. Così, dopo il pienone di Chiavenna e la soddisfazione di tutti i partecipanti, ci si chiedeva se questo clima si sarebbe protratto per tutto il festival oppure no.

Eppure, la magia si è ripetuta. Venerdì 3 maggio, alle 20:00, Libri in Valle ha fatto tappa ad Ardenno e il locale gentilmente concesso da Anna Rossi, alla Fondazione Ulisse, si è di nuovo riempito di lettori.

La moderazione era affidata a Rita Pezzola, che con la sua preparazione storica da archivista ha saputo andare in profondità in merito ai testi trattati, trovando un punto in comune: quello del legame con il passato.

L’ospite d’onore, infatti, era Alessandro Barbaglia, finalista al premio Bancarella nel 2017 con “La Locanda dell’Ultima Solitudine” (Mondadori). In quest’occasione ha presentato il suo secondo romanzo: “L’atlante dell’invisibile“. Una storia molto poetica e fiabesca, in pieno stile di Barbaglia, con protagonisti tre bambini che vedono seppellire la vallata in cui sono cresciuti, da un lago artificiale. Si parla di tutte le cose invisibili che ci tengono vivi: l’amore, il respiro, la felicità e molto altro. Cose che ci rimangono addosso, anche quando le cose materiali spariscono alla nostra vista. Ma si parla anche di Fausto Coppi e di una Milano-SanRemo che avrà una profonda influenza sulla vita di uno dei protagonisti.

Barbaglia non ha solo intrattenuto parlando del proprio romanzo, ma ha anche narrato degli aneddoti con una capacità oratoria che ha incantato il pubblico. Ci ha raccontato di quando ha ucciso il Re dei Ragni e di quando da piccolo è stato pizzicato dai Krampus, facendoci divertire ed appassionare alle sue storie.

L’intervallo musicale che ne è seguito, ha visto esibirsi due componenti della Scarlet Band: Simona Scarlet e Dino (Salvatore Fontana). La coincidenza ha voluto che Dino avesse lo stesso nome di uno dei bambini del romanzo di Barbaglia e che lavorasse in una centrale idroelettrica.

A seguire, abbiamo avuto modo di ascoltare la presentazione di “Allegra!“, il romanzo del giovane scrittore Emanuele Martinelli. Pur essendo un romanzo futuristico e distopico, ambientato nel ventiduesimo secolo, si parla anche qui di passato. Il protagonista, Brian, fugge da un mondo globalizzato e standardizzato, con persone isolate e collegate tra loro soltanto dai social e vittime della moda, partendo per una Bormio abbandonata. C’è un richiamo alle radici, alla propria cultura e un ritorno alle tradizioni e alla lingua d’origine, in questo caso l’engadinese, di cui “allegra” è il saluto più comune.

Abbiamo anche parlato de “La casa delle farfalle” (Rizzoli) di Silvia Montemurro, assente a causa di problemi di salute. Il romanzo meritava comunque il suo spazio ed è stato interessante parlare sia del modo di scrivere della scrittrice chiavennasca e sia dei riferimenti al periodo della seconda guerra mondiale.

Infine, in chiusura, c’è stata la mia presentazione della saga Jolly Roger. Ho avuto modo di spiegare il significato di questa parola, il suo utilizzo, e abbiamo parlato, oltre dei protagonisti dei cinque libri, anche di personaggi realmente esistiti, come l’Olonese e Barbanera

In conclusione, ancora una volta è stata una piacevole serata. Libri in Valle sta viaggiando a gonfie vele, raggruppando non solo i lettori della valle, ma anche scrittori che, venendo a conoscenza del successo di questa iniziativa, si stanno già prenotando per partecipare l’anno prossimo.

Al momento, però, ci concentreremo sulla terza tappa, che sarà a Sondrio, venerdì 17 maggio, al Nuovo Portico (zona Scarpatetti) sempre alle 20:00. Avremo come ospite Michele Gazo (Lorenzo il Magnifico, Mondadori), oltre che il sottoscritto, Eloisa Donadelli e Sara Pusterla, con le musiche di Sbizza.

Il riassunto della prima tappa di Libri in Valle

Sabato 27 aprile si è svolta la prima tappa del festival Libri in Valle. Mi sembra ieri quando al tavolo della Fondazione Ulisse, insieme a Paula e Roberto di Valtellinarte, mettevamo giù le basi di quello che ora si sta concretizzando sotto i nostri occhi.

L’emozione è stata tanta. Non sapevamo cosa aspettarci e come sarebbe stata la risposta del pubblico. Ero entusiasta, comunque, di aver unito una squadra formidabile di scrittori, locali e non, fatta di persone alla mano e ben disposte a costruire qualcosa insieme. Ero anche contento di poter iniziare nella mia valle, la Valchiavenna, e di portare avanti questo progetto con un’associazione a cui sono molto legato e che ai tempi in cui era gestita da Silvana Bassola, mi aveva sostenuto e seguito nei primi passi nel mondo della scrittura.

Posso dire che tutto è andato davvero come sperato, se non perfino di più. Dopo i primi minuti in cui sembrava non arrivasse nessuno e in cui mi sono scambiato qualche occhiata sfiduciata con Paula, ha iniziato ad arrivare talmente tanta gente da riempire l’intero locale.

Così la magia è iniziata. Manuel Cinque, autore, speaker e intrattenitore, ha dato il via a questa prima edizione con una conduzione magistrale, intervistando nella prima ora la nostra ospite d’onore: Rosa Teruzzi, caporedattrice della trasmissione Quarto Grado e autrice del romanzo “Non si uccide per amore”.

Avere Rosa in questa serata è stata per me fonte di felicità e orgoglio. La conobbi a Novara l’anno scorso, sfidandola insieme ad altri 18 autori al Novara in Bionda, evento organizzato daAlessandro Barbaglia e Paolo Roversi. In questa sorta di gara, gli scrittori dovevano presentare la propria opera al pubblico in soli cinque minuti, mentre bevevano un bicchiere di birra media. Alla fine vinse proprio Rosa.

La sua presenza frizzante è molto piaciuta al pubblico di Chiavenna e su questo non avevo alcun dubbio. Questo sia per la sua personalità e sia per i romanzi ambientati nella vicina Colico. Si è parlato anche molto di scrittura e di quanto sia importante essere tenaci, se si vuole raggiungere un obiettivo. La scrittrice ci ha anche confidato di aver avuto più di una trentina di rifiuti, prima di arrivare alla pubblicazione con Sonzogno.

Dopo di lei c’è stato un intervallo musicale da parte di Francesca dei Bleu Klein. Chitarra e microfono sono bastati per incantare il pubblico per ben 15 minuti e siamo rimasti tutti quanti affascinati nell’assaporare un talento nostrano di questo tipo (e che ho potuto gustare anche in seguito con il cd di quattro tracce che Francesca mi ha gentilmente regalato).

Nella seconda ora, Manuel ha intervistato una alla volta le tre autrici valtellinesi: Eloisa Donadelli, Miriam Briotti ed Eleonora Rossetti.

Il bello di queste presentazioni è stato il fatto di aver parlato anche di tematiche diverse, che hanno potuto rispecchiare la personalità delle scrittrici. Con Eloisa abbiamo chiacchierato del romanzo “Le voci delle betulle“, ma anche di giovani che hanno un grande potenziale, pur essendo molto fragili. Questo perché Eloisa insegna al Liceo Artistico di Morbegno.

Con Miriam Briotti, autrice de “Il mistero dell’isola di ghiaccio“, abbiamo parlato di viaggi e della bellezza dell’Islanda, mentre con Eleonora Rossetti abbiamo trattato le tematiche del suo romanzo di fantascienza, Chimera, e delle sue passioni, tra cui il gioco di ruolo dal vivo.

Gli applausi sono stati molteplici e fragorosi. Il divertimento era a mille, con la simpatia del conduttore e il figlio di Miriam di tre anni, Leonardo, che ci ha donato dei simpatici siparietti.

Una delle cose che ci stiamo portando tutti nel cuore, dopo questa serata, è stata l’alchimia che si è creata con il pubblico e fra gli stessi artisti. Libri in Valle nasce lì, a Chiavenna, tra sorrisi e passione, convinti di aver messo le basi a qualcosa di eccezionale e che speriamo di portare avanti ancora a lungo.

Adesso non ci resta che concentrarci sulla seconda data, venerdì 3 maggio, ad Ardenno, alla Fondazione Ulisse. Lo stesso posto dove tutto è nato. Questo insieme ad Alessandro Barbaglia, Silvia Montemurro, Emanuele Martinelli e Simona Scarlet.

Aggiornamenti

Ammetto che è da un po’ che non scrivo sul blog, questo per via dei tanti impegni che hanno avuto la meglio in questo periodo. Ho così deciso di fare un piccolo riepilogo delle attività che mi hanno coinvolto negli ultimi mesi, così da aggiornarvi su qualche news:

  1. il romanzo che aveva partecipato a IoScrittore è ancora fermo nel cassetto. Per me è molto difficile avere pazienza, perché è un romanzo che mi è molto caro e forse quello a cui mi sono più legato fino ad ora. Però è proprio per questo che voglio attenermi all’idea iniziale, quella di proporlo a una casa editrice anziché autopubblicarlo. Non credo, dunque, che esca nel 2019. Mi sono dato tempo tutto l’anno per vedere di trovare qualcuno interessato, altrimenti si passerà al piano B, che sono sicuro saprà darmi comunque molte soddisfazioni;
  2. ho terminato di scrivere anche il romanzo di fantascienza. Devo, però, sottoporlo ancora a dell’editing professionale e la data d’uscita dovrebbe essere questo Natale/Gennaio 2020. Sarà autopubblicato, vista la complessità del progetto. Trattasi, infatti, del primo volume di una serie che coinvolgerà altri tre autori che stimo e che collaboreranno in una sorta di universo condiviso. Ci sarà da divertirsi;
  3. oltre a essere stato un anno molto proficuo dal punto di vista della scrittura, ho letto molto. Sono quasi a quota nove libri in tre mesi e mezzo. Consapevole che d’estate ne divorerò una quantità sopra la media, credo che riuscirò a raggiungere tranquillamente la quota prefissata di 30 romanzi (superando quella di 20 dell’anno scorso);
  4. insieme a Valtellinarte abbiamo organizzato un incredibile festival letterario che coinvolgerà tutta la provincia di Sondrio: Libri in Valle. Giusto ieri c’è stata la presentazione ufficiale. Queste saranno le tappe: Chiavenna (27 aprile), Ardenno (3 maggio), Sondrio (17 maggio), Tirano (24 maggio), Valdidentro (1 giugno). Sono molto felice di come tutto stia riuscendo e di aver coinvolto scrittori in gamba come: Rosa Teruzzi, Alessandro Barbaglia, Michele Gazo, Dario Tonani, Alessia Coppola, Silvia Montemurro, Eloisa Donadelli, Miriam Briotti, Eleonora Rossetti, Emanuele Martinelli, Sara Pusterla e Lorenzo Gambetta;
  5. sarò per la prima volta al Salone Internazionale del Libro di Torino a uno stand con i miei libri. Di questo non posso che ringraziare i ragazzi del CSU (Collettivo Scrittori Uniti) per gli sforzi che fanno nell’organizzarsi per questi eventi;
  6. ho iniziato a collaborare con il giornalista Paolo Redaelli per il sito MusicLike. Lì potrete trovare diversi miei articoli. Vi metto il link di quelli pubblicati finora: Aspettando Il Trono di Spade, intervista ad Antonio Lanzetta, Love Death & Robots, intervista a La Silloge, La Bottega dei Traduttori e l’intervista a Maurizio Vicedomini.

Sicuramente ci sentiremo ancora, commentando tappa per tappa le date di Libri in Valle.

A presto!

La polemica inutile sulla pubblicità “libro-rifiuto”

Verso la fine di febbraio si è tanto discusso in merito a una pubblicità del comune di Corato, dove veniva mostrata l’immagine di un libro affiancata a quella di un lettore e-book con la scritta: “Preferisci i prodotti durevoli con minore impatto sull’ambiente. Produrre meno rifiuti è una tua scelta“.

Le reazioni sono state molteplici e in gran parte hanno gridato allo scandalo. Questo, riassumendo, per il fatto che i libri sarebbero stati paragonati a dei rifiuti e che la plastica dei lettori e-book risulterebbe più inquinante della carta.

Ora, da una parte capisco come un lettore o uno scrittore possa sentirsi punto sul vivo e che il comune non abbia scelto la linea più facile per trasmettere il concetto, però voglio spezzare una lancia a favore di quest’ultimo. Lo so, arrivo in ritardo rispetto alla polemica, ma ho preferito parlarne a toni più spenti e con la possibilità di avere più facilmente un tranquillo confronto. Analizziamo, dunque, questi due aspetti importanti:

  1. i libri possono ritenersi un “rifiuto”? Se sì, può danneggiare in qualche modo l’ambiente? Considerate il fatto che sono il primo a sentirsi male quando vede un libro buttato nel cassonetto e capisco anche chi propone idee come donarli alle biblioteche, agli ospedali o ad altri enti, piuttosto che gettarli nell’immondizia. Non si tiene da conto, però, ciò che si cela dietro al sipario. C’è un mondo, che molti di noi ignorano, fatto di tonnellate di libri portate in un luogo chiamato macero. Ogni editore produce e stampa una quantità di libri di cui riuscirà a venderne solo una parte. Gli invenduti, restituiti al mittente dalle librerie, vengono conservati nei magazzini solo per un certo periodo di tempo per poi essere distrutti. Quanti alberi vengono tagliati inutilmente per dei libri che non verranno mai letti e che compiono un breve percorso che li porta a essere dei rifiuti? Parecchi. E senza contare quelli tagliati per stampare i libri di Moccia, che è un’altra storia;
  2. la plastica è davvero più inquinante della carta? Spesso lo è, questo è chiaro, ma solo per quei prodotti che non sono progettati per durare a lungo. La plastica, infatti, è un materiale ideato per evitare gli sprechi, per avere prodotti durevoli, invece di altri che devono essere costantemente rimpiazzati per l’usura. Non è stata ideata, dunque, per cose usa e getta. C’è un video interessante, dell’attore Roberto Mercadini, che parla dell’argomento menzionando, per esempio, le cannucce (lo trovate a questo link). Nel caso menzionato nella pubblicità, il lettore e-book è un oggetto creato per durare nel tempo e, di conseguenza, non è da considerarsi come “inquinante”;
  3. se il mercato degli e-book dovesse soppiantare quello cartaceo, non esisterebbe più il problema dello smaltimento dell’invenduto e quindi del macero. Di conseguenza, ci sarebbero molti meno alberi tagliati per la produzione della carta e l’ambiente ne gioverebbe.

In conclusione, capisco la reazione emotiva di gran parte dei lettori, ma gridare allo scandalo per l’associazione libro-rifiuto non aveva, a mio avviso, molto senso.

Sspesso bisogna prendersi il tempo per analizzare al meglio un concetto, così da capire a fondo quanto si stia cercando di comunicare.

Fatemi sapere la vostra opinione sull’argomento.

Ho letto “Chimera” di Eleonora Rossetti

Si conclude il secondo mese dell’anno e la quota di libri letti sta mantenendo il passo giusto per raggiungere quella annuale che mi ero prefissato (30 libri).

Per chi si fosse perso le mie letture di gennaio, ecco il link all’articolo, dove si parla di: Moby Dick, Mary Read e Non si uccide per amore.

Venendo a febbraio, ho avuto modo di scoprire un’autrice valtellinese, Eleonora Rossetti, e di leggere un classico della letteratura (di cui vi parlerò in un altro post). Andiamo per ordine, parlando di “Chimera”, di Eleonora Rossetti, edito da La Corte Editore.

Tempo fa lessi un post di Dario Tonani, autore di Naila di Mondo 9, che ho letto l’anno scorso (dimenticandomi di metterlo nel post di riepilogo delle letture del 2018, insieme a un paio di altri romanzi, ahimé), dove si diceva che la fantascienza odierna stia trascurando troppo l’aspetto dell’intrattenimento, perdendo così interesse del grande pubblico. Nel caso del romanzo di Eleonora non è così. Viene trattata una tematica molto interessante e che può essere oggetto di riflessione, ossia la simbiosi tra tecnologia e cervello, il tutto senza tralasciare l’azione vera e propria, che coinvolge dalla prima all’ultima pagina.

Credo che l’argomento del cervello stia prendendo sempre più piede in questo genere di romanzi, così come nella cinematografia. Se un tempo ci si concentrava molto di più sulla robotica nel senso ampio del termine, oggi l’argomento di punta sembra stia diventando proprio questo: il cervello. Basti pensare a serie televisive come Altered Carbon o Travelers. Io stesso, nel progetto Backup, insieme ad altri tre autori, stiamo toccando questo tema che ha ancora tanto da dire.

Passando a Chimera, ecco la trama:

Jonathan Sniper è sempre stato alla ricerca dello scoop del secolo, ma non avrebbe mai immaginato di finirci in mezzo. Tutto precipita una notte, quando si ritrova in mezzo alla strada con una pistola in tasca e i vestiti sporchi di sangue non suo. Non sa come sia arrivato lì: l’ultima cosa che ricorda è che stava aiutando uno sconosciuto a sfuggire a dei malviventi. Un uomo che, nei suoi ultimi istanti, gli ha inoculato qualcosa. Da quel momento, il buio. Adesso è lui a ritrovarsi braccato, non solo dalla polizia, ma anche da misteriosi individui che cercano di catturarlo con ogni mezzo per recuperare ciò che gli è stato affidato senza il suo consenso. Qualcosa che ora gli sussurra nella testa, a volte consigliandolo, a volte ostacolandolo, ma addirittura prendendo il comando del suo corpo: una coscienza estranea, artificiale, che rivendica la sua presenza, ripetendo “io sono Jonathan”. Tra vuoti di memoria, inseguimenti, inganni e alleati insperati, Jonathan dovrà capire cosa nasconde dentro di sé prima ancora di svelare i misteri che lo circondano. E scoprirà a sue spese che, se da un lato un’intelligenza artificiale non conosce le emozioni, dall’altro la natura umana, sotto la patina dell’etica e della morale, è la più brutale che esista al mondo. “

Ho trovato il libro molto appassionante. La preparazione di Eleonora Rossetti sulle tematiche trattate è notevole. Si parla di droni, di mondo digitale, di cervello, di armi e molto altro e in ognuno di questi campi non si ha la sensazione di terminologie buttate a caso ma di una precisione che rafforza la fiducia del lettore verso la scrittrice. Questa fiducia porta la storia a essere credibile, pur essendo in un’ambientazione futuristica e di fantasia. Mi ha ricordato tanto i romanzi del compianto Michael Crichton che, come dissi in un vecchio post, è stato il primo autore a cui mi sono affezionato.

Eleonora Rossetti

Il romanzo, in conclusione, mi è piaciuto molto. Si divora in poco tempo proprio a causa del ritmo sempre alto (forse anche troppo, lasciando pochi momenti di respiro). Il protagonista è molto ben caratterizzato anche se la soluzione del suo dramma interiore mi è parsa molto telefonata e non ho avuto l’effetto sorpresa al momento della rivelazione che metteva tutti i tasselli al loro posto. Anche i personaggi secondari sono molto interessanti e la trama è gestita magistralmente.

Lo straconsiglio sia agli appassionati di fantascienza ma anche a quelli di avventura e di azione. Spero che Eleonora Rossetti continui a scrivere questo genere letterario perché è in gamba ed è un’ottima penna che farà parlare di sé.

Nightflyers: il lato fantascientifico di George Martin

All’inizio di febbraio ho voluto buttarmi sulla piattaforma che ormai ha preso piede anche nel nostro paese: Netflix. Devo dire di esserne davvero soddisfatto e un amante delle serie televisive come me non può che considerarlo un paradiso. Ce ne sono così tante che è difficile capire da dove iniziare. Fortunatamente, Netflix calcola, attraverso gli algoritmi, quelli che potrebbero essere i miei interessi e in poco tempo mi ha consigliato Nightflyers.

Di che cosa parliamo? Trattasi, in poche parole, di una serie fantascientifica basata su un racconto di George Martin, lo scrittore de “Le cronache del ghiaccio e del fuoco” altrimenti note come “Il trono di spade”.

Partiamo dal presupposto che ho molto apprezzato la saga fantasy di Martin, non solo per il modo innovativo con cui ha spodestato i canoni del genere, ma anche per come ha tessuto una storia corale senza stabilire dogmaticamente chi fossero i buoni e i cattivi (anche se questo aspetto sta venendo meno nelle ultime stagioni della serie televisiva, dopo l’abbandono alla sceneggiatura da parte dello scrittore).

Tempo addietro, entusiasta del suo stile narrativo, tentai la sorte con Wild Cards, una saga che si sposta sulla fantascienza, in cui Martin, insieme ad altri scrittori e amici, prova a fare la stessa cosa: più personaggi e più storie intrecciate. Questa volta, però, l’esperimento, a mio avviso, non è affatto riuscito e gli aspetti surreali e confusionari mi hanno fatto abbandonare la storia al secondo volume.

Potete immaginare, dunque, il mio scetticismo di fronte a questa nuova serie, pur non avendo mai letto il racconto in questione. Di che cosa parla, questa volta?

Ci troviamo nel futuro e sulla terra una pandemia sta uccidendo tutti gli esseri umani. Uno scienziato di nome Karl D’Branin sale a bordo della Nightflyers, capitanata da Roy Eris, per raggiungere delle forme di vita aliene che potrebbero salvare l’umanità con la loro conoscenza. Sulla nave, viaggia con loro Thale, un L1, ossia una persona in grado di leggere nel pensiero e di mostrare alla mente di altre persone ciò che vuole. Lo scopo di Karl è di utilizzarlo nel comunicare con le sconosciute forme di vita.

I presupposti rischiavano di essere interessanti, considerando che di viaggi spaziali ne abbiamo visti di tutti i colori. Purtroppo, però, bastano pochi episodi per vedere svanire tutta la speranza di originalità. Abbiamo un pericolo a bordo, morti che si susseguono e un pericolo da debellare. L’abbiamo visto nella serie di Alien, in Life e in molti altri prodotti cinematografici e televisivi. Il ritmo è lento e i personaggi, tanti, sono poco approfonditi. L’unico di cui andiamo a scoprire il passato è Karl. Gli altri sono solo sagome che interpretano un ruolo e di cui non si sa nulla (solo vaghi accenni a Roy Eris e a Lommie Thorne).

Gli episodi sono 10 e personalmente sono andato avanti solo perché non è mia abitudine lasciare le cose a metà. Qualcuno, inoltre, mi aveva spronato a proseguire, parlando di un accenno di risalita dopo l’episodio 5, cosa che non ho visto. Il ritmo è salito, piuttosto, solo all’episodio 8, trovando la sua impennata nel 9 e calando leggermente nel 10.

Ho trovato, inoltre, in questi ultimi episodi, una forte incoerenza nella gestione del personaggio di Rowan che, come si può vedere dalla intro al primo episodio, è fondamentale nello sviluppo della trama. Questo mi ha fatto storcere il naso.

L’unica nota positiva è la drammaticità del finale che, lo ammetto, è stato commovente. Non mi è bastato, però, ad alimentare la mia curiosità su una seconda stagione e credo di non essere l’unico, dato che la Syfy ha deciso di cancellarla e di non produrla. Il motivo? Solo 420000 spettatori negli USA per la puntata finale. Troppo pochi visti i costi di produzione.

Questa seconda esperienza negativa con il buon George mi ha spinto a non dargli altre possibilità in merito a questo genere. Che debba dedicarsi solo al fantasy? Voi che ne pensate? Avete letto qualcosa di suo che potrebbe farmi ricredere?


Ispirazione VS Tracce imposte

Una delle difficoltà che ho sempre avuto nello scrivere è quella di imporre alla mia mente una certa tematica, una storia o perfino un obiettivo. Me ne sono reso conto nel corso del tempo.

Mi è capitato che alcune persone associassero l’essere scrittore alla capacità di esserlo in qualunque ambito e circostanza. Le frasi erano le seguenti:

“Ah, beh, tu che sai scrivere non dovresti aver problemi ad abbozzarmi il testo di questa pubblicità.”

Oppure:

“Tu che sei scrittore, fammi una bella dedica sul libro.”

O ancora:

“La traccia del racconto è la seguente…”

Esatto, che si parli di aspetti lavorativi, dediche o racconti a tema imposto, la mia mente rischia spesso di andare in corto circuito. Non riesce in alcun modo a seguire dei binari, viaggia per conto suo e solo raramente ottengo la benevola coincidenza in cui ciò che devo fare corrisponda alla mia ispirazione.

La saga Jolly Roger è nata da questo e la fortuna ha voluto che questa ispirazione mi accompagnasse per ben cinque anni, fino a concluderla (da questo potrete immaginare la mia emozione quando ho scritto l’ultima riga).

In tutto questo tempo, però, pur seguendo costantemente le nuove uscite in merito ai concorsi letterari, sono riuscito a sfornare solamente otto racconti. Molto pochi, considerando che la loro lunghezza, nell’insieme, non raggiunge le cento pagine.

Ancora devo capire bene se questa cosa sia un bene o un male, se lavorarci su oppure assecondare questa mia propensione. Al momento, anche quando devo scegliere una storia, pur avendo mille idee e mille cartelle aperte sul desktop (con già i titoli e le trame dei romanzi che intendo realizzare), mi tocca attendere, aspettare che una di queste spinga in particolar modo, portandomi a DESIDERARE di mettere giù qualche riga di prologo. Ci vogliono settimane, prima che capisca che quella è la storia giusta, maturata e pronta per essere colta.

Che dire? A ognuno il suo fardello. Intanto si prosegue con la realizzazione del mio primo romanzo di fantascienza.

Per uno scrittore, quali gruppi FB sono utili e quali no?

Uno dei drammi dell’autore esordiente o poco conosciuto è quello di farsi notare nella massa di titoli e scrittori che entrano nel mercato ogni anno.

Questo soprattutto tra gli autopubblicati e coloro che sono editi da piccole case editrici, essendo la loro presenza in libreria praticamente pari a zero. Amazon è un bel calderone e Facebook è l’unico luogo in cui si possono incontrare i lettori e avviare una fruttuosa linea di comunicazione. Questa, con il tempo, può generare anche dei passaparola. Ma come si può utilizzare la rete a questo fine?

In ben cinque anni di presenza come autore, ne ho viste di tutti i colori. In primo luogo i fallimentari gruppi SPAM, tristemente noti per essere spazi fini a sé stessi. Perché questi gruppi sono inutili? Per la semplice ragione che i libri self o di piccole CE vengono, generalmente, letti soltanto da un pubblico di lettori forti. La maggiorparte dei lettori, infatti, tende ad affidarsi ai grossi titoli pubblicizzati dalle big e proposti nelle librerie. Chi legge poco non rischia, punta sulla propria “confort zone”, su Ken Follett, Dan Brown, Donato Carrisi e via dicendo. Verrebbe da pensare che gli scrittori facciano parte della categoria dei lettori forti ma, ahimé, non è così. Molti scrittori (soprattutto self) sono lettori deboli o, tante volte (di nuovo ahimé) non sono nemmeno lettori. Quante possibilità ci sono, dunque, che uno scrittore compri il vostro testo dopo averlo visto in un gruppo SPAM? Quanti lettori frequentano questo tipo di gruppi? Anche questa seconda domanda è molto interessante, perché mettendovi nei panni di un lettore, capirete che è più bello e divertente iscriversi a un gruppo dove SI PARLA di libri, anziché in un gruppo in cui compaiono solamente pubblicità.

Non ne siete ancora convinti? Provate a mettere il vostro romanzo in promozione gratuita e a pubblicizzarlo solo in gruppi di questo tipo e vedrete con i vostri stessi occhi il risultato.

Fatta questa premessa, passiamo a un altro tipo di gruppo Facebook, quello degli Avengers letterari, della squadra di Vendicatori della Penna.

Difatti, con chiare buone intenzioni, ho visto nel tempo che molti autori hanno pensato di creare, in alternativa, degli spazi in cui si potesse dare maggior visibilità a sé stessi e ai propri colleghi. Si tratta di gruppi che concedono lo SPAM solo in pochi giorni e che vogliono approfondire certe tematiche e dare sostegno reciproco.

L’iniziativa l’ho sempre trovata lodevole ma allo stesso tempo utopica.

Questi gruppi sono sorti come funghi e ce ne sono così tanti che gli unici interessati a farne parte sono autori speranzosi di trovare più vetrine possibili alle loro opere. Vengono create giornate autore in cui intervistare gli scrittori, sfide tra cover, esposizione di sinossi ecc… La triste realtà, però, è che le interazioni sono davvero poche, spesso solo dei diretti interessati. Così, che succede? Che gli admin si scoraggiano e pure i partecipanti. I gruppi vengono chiusi o abbandonati.

Cosa fare dunque? Quali gruppi Facebook possono giovare alle vendite per uno scrittore poco noto?

Io, fino ad ora, ne ho trovati utili solo di tre tipi:

  1. gruppi di lettori specifici rispetto al genere trattato. Sei uno scrittore di urban fantasy? Cerca gruppi di LETTORI di quella categoria. Scrivi romanzi storici? Devi fare lo stesso, magari essendo ancor più specifico in merito al periodo storico di cui parli. Contatta gli amministratori di quei gruppi, proponiti per delle letture condivise, giornate d’intervista, blog tour o semplice segnalazione. Partecipa come lettore, diventa utente attivo e fatti conoscere come persona tra i membri. Solo così potrai costruirti un bacino di lettori e di followers;
  2. gruppi di scrittura. Si tratta di quei gruppi in cui partecipano editor, scrittori e gente del mestiere che vuole mettere in campo la propria competenza per dare consigli di stile, di costruzione narrativa e quant’altro. Sono gruppi che aiutano molto nella crescita personale e che possono farvi diventare ancor più consapevoli della potenza di uno strumento come la penna;
  3. gruppi di scambio di esperienza. Self Publishing Italia è uno di questi, ossia un gruppo in cui tutti gli autopubblicati possono partecipare, fare domande e ricevere risposte da chi, prima di loro, ha fatto certe scelte o seguito un determinato percorso.

E voi? Avete avuto esperienze negative o positive con i gruppi Facebook?

La sconosciuta differenza tra libri e gadget

Come in un mare mosso, a onde alterne si diffondono polemiche sui social da parte di autori risentiti e di lettori indignati. Questo, spesso, per il solito motivo: l’uscita del libro di un personaggio che tutto è tranne che uno scrittore.

A volte può essere un personaggio della televisione, altre volte un comico, un calciatore, un cantante, uno youtuber, un mafioso, un assassino che sta scontando la pena o, come negli ultimi giorni, un personaggio discutibile come Fabrizio Corona.

Le critiche che vengono mosse, per la maggiorparte, sono in difesa della cultura, delle buone opere, polemizzando sulla mancanza di qualità nei prodotti delle grosse case editrici, a vantaggio del guadagno economico.

Da frasi simili, però, emerge una distorta visione della realtà. Questo per tre ragioni:

  1. le grandi case editrici non pubblicano soltanto roba scadente. Importanti scrittori, colossi della letteratura contemporanea, sono editi da grandi marchi, così come tanti altri scrittori meno noti ma di grande qualità. Il fatto che siano presenti nei cataloghi anche pessime opere non pregiudica la massa;
  2. le case editrici non sono baluardi della buona scrittura. Sono delle aziende e queste, per funzionare, hanno bisogno di dipendenti stipendiati, di introiti e di piani di vendita. Immaginate di essere voi stessi a capo di una di queste case editrici e di investirvi tutti i vostri soldi. Se, attraverso la vostra esperienza, vedreste che “Uomini terrestri e la razionalità quotidiana” di Kevin Robinsky (non esiste, non andatelo a cercare), per quanto sia un papabile premio Nobel per la Letteratura, vende giusto dieci copie, mentre l’autobiografia di Anselmo, Tronista di Bulli e Pupe (non cercate nemmeno questo), ne vende mille, su quale puntereste? Forse, se amate la cultura, pubblicherete anche il primo, ma per far fronte alle spese dovrete, per forza di cose, pubblicare al contempo tre o quattro libri similari al secondo. Dunque, di chi è la responsabilità in merito a come gira il mercato? Esatto: dei lettori;
  3. i libri di questi personaggi non possono essere definiti romanzi e, spesso, nemmeno libri. Non è un’affermazione data dal pregiudizio o per semplice snobbismo. Si tratta semplicemente di realtà, perché lo scopo di gran parte di questi testi è molto differente rispetto alla normale letteratura. Vi siete mai chiesti perché questi libri vengono comprati soprattutto da persone che normalmente non leggono? Perché un ragazzino entra per la prima volta in libreria a comprare il libro del suo youtuber preferito? Non è di certo per una improvvisa ispirazione alla lettura, come se fossero stati illuminati sulla via per Damasco. Si tratta, piuttosto, di GADGET (e da qui il titolo del post). Al ragazzino frega poco e niente di cosa c’è scritto all’interno di quelle pagine. A lui importa avere qualcosa che riguardi il personaggio del momento. Perché la gente compra il libro di Totti? Perché romanista o, forse, perché appassionata di calcio e Totti ne è un simbolo. Perché comprano quello di Fabrizio Corona? Perché è trash, fa parte delle notizie del momento, contiene gossip e numerosi spunti di conversazione tra pettegoli. Non bisogna vederli, dunque, come qualcosa che contrasta la cultura del nostro paese, così come non lo sarebbe il fatto che molti giovani comprino pupazzetti Funko Pop o che molte persone comprino Donna Moderna. Stanno semplicemente comprando un’altra cosa.

In conclusione, dunque, non guardiamo i gadget come il nemico della cultura e dei buoni romanzi. Certamente dispiace vedere le librerie arrancare ed essere costrette a ripiegare sull’oggettistica, ma se si vuole far amare la vera lettura alle persone bisogna trovare il modo di farle innamorare di queste e non toglierle di mano ciò che, al momento, è l’intrattenimento che preferiscono e che sta tenendo in vita quei luoghi dove troviamo anche ottime opere che aspettano solo di essere lette.

Voi che ne pensate?

LE MIE LETTURE DI GENNAIO

Buongiorno amici lettori.

Come ricorderete, per il 2019 mi ero proposto di arrivare a leggere ben 30 romanzi (10 in più rispetto all’anno scorso). Devo dire che sono partito piuttosto bene e nel primo mese dell’anno ho già terminato tre letture, di cui sono estremamente soddisfatto. Ho deciso di fare un post unico in cui ve ne parlo in maniera riassuntiva. Eccole qui di seguito:

  1. MARY READ, LA DONNA PIRATA (di Michela Piazza). Conosco Michela da molto tempo, un’autrice in gamba che ha voluto mettere su carta la biografia di questa famosa piratessa vissuta nei primi decenni del ‘700. Inizialmente l’opera era divisa in due volumi, perché la vita di Mary Read è così piena di avvenimenti che è davvero difficile racchiudere il tutto in poche pagine. Mary Read, infatti, finge di essere suo fratellastro morto, Mark, travestendosi da maschio. Lo fa sin da bambina, così da farsi mantenere dalla nonna di quest’ultimo. Negli anni, però, questi panni le permettono anche di fare una vita diversa da quella di tutte le altre donne. Diventa marinaio, soldato e perfino pirata. Unendo i due volumi in uno solo, Michela Piazza crea un’opera degna di essere conosciuta, dove le sue ricerche durate ben dieci anni, portano a descrivere con accuratezza la guerra tra Inghilterra e Francia oltre che la vita di mare. A questo aggiungiamo la capacità di farci immedesimare nei personaggi, di farci affezionare a loro e di soffrire, in più momenti, di fronte a situazioni drammatiche. Troveremo pirati come Calico Jack, Charles Vane, Barbanera, Anne Bonnie, Israel Hands e molti altri. Ammetto e ribadisco che è uno dei più bei romanzi che abbia mai letto;
  2. MOBY DICK, di Herman Melville. Che dire di questo classico? Non si può dire nulla che non sia già stato detto. Di certo un capolavoro della letteratura dell’800. Sicuramente non è un romanzo di facile lettura. Un po’ per la prosa molto antica e un po’ le continue parentesi che Melville apre nel descrivere, come in un saggio, la balena e tutte le sue parti, ho dovuto accantonarlo più volte per concedermi lo svago di letture più rilassanti. In circa tre mesi, alla fine, sono riuscito a terminarlo con grande soddisfazione. Una delle caratteristiche incredibili che ho notato del suo modo di scrivere, è quello di creare aspettativa. Lo fa con tutti i personaggi chiave, in particolar modo con tre. Il primo è Quiqueg, il ramponiere indigeno. Quando Ismaele trova alloggio in una locanda, prima di imbarcarsi, gli viene detto che non c’è posto, se non in un letto da condividere con questo strano personaggio. Quiqueg, però, non è presente in locanda e Ismaele mette assieme le più svariate voci sul suo conto, prima di poterlo vedere con i suoi occhi. Questo porta il lettore a farsi stravaganti idee e di non vedere l’ora che compaia tra le pagine. Lo stesso avviene con Achab, che non appare sul ponte della nave se non a viaggio inoltrato (e anche su di lui ne vengono dette di tutti i colori, contribuendo alla sua fama leggendaria) e con Moby Dick, la balena bianca, di cui se ne parla per tutto il romanzo ma che comparirà solo alla fine. Una tecnica eccezionale, tanto quanto la poetica dello scrittore;
  3. NON SI UCCIDE PER AMORE, di Rosa Teruzzi. Si tratta del terzo romanzo di una serie (di cui uscirà quest’anno il quarto). Segue infatti a “La sposa scomparsa” e a “La fioraia del Giambellino”. Si può leggere, però, anche da solo, non essendo strettamente legati agli altri libri. Libera è una fioraia che viene coinvolta spesso nei fatti di cronaca, risolvendo casi lasciati insoluti. Vive in un casello ferroviario, ha una figlia poliziotta di nome Vittoria e una mamma hippy di nome Iole. In questo romanzo, il trio dovrà indagare in merito alla morte del marito di Libera, avvenuta parecchi anni prima, in cui sembra sia coinvolta la ‘Ndrangheta. Più che il caso in sé, che viene risolto in maniera piuttosto semplice, quello che attira di questo romanzo riguarda le dinamiche familiari e i rapporti sentimentali e affettivi di queste tre donne sole. Libera, infatti, si contende il collega del defunto marito, Gabriele, con una donna molto più giovane di lei, Vittoria frequenta un uomo che pare sia un pregiudicato e Iole condisce la storia con la sua eccentricità e la sua ironia. Il tutto rende il romanzo molto frizzante e piacevole, da leggere in pochi giorni.

E voi? Quali sono state le vostre letture di gennaio?