I personaggi della saga Jolly Roger: #3 ELISABETH MCLOWELL

Elisabeth McLowell è la prima protagonista donna che fa la sua comparsa nella saga, seppur per “comparsa” si intenda un breve accenno a bordo della Black Rose mentre Sid si prepara ad approdare a Puerto Dorado.

Scozzese e figlia del vice ammiraglio Johnatan McLowell, si trasferisce sull’isola di Puerto Dorado da ragazzina, dopo la conquista da parte dell’Alleanza. Vissuta fra i soldati di Port Charles ha iniziato a passare le giornate dedicandosi all’arte della pittura, passione che le ha poi permesso di conoscere Alexander, il fratello di Sid, con cui si è profondamente legata.

Alcune vicissitudini l’hanno poi costretta ad abbandonare l’isola per ben due anni, facendovi poi ritorno solo per ritirare i beni personali del padre ormai defunto. Casualmente, questo ritorno avvenne con la stessa nave di Sid.

Elisabeth è un personaggio in balia degli eventi, succube degli stessi ma al contempo dotata di una forte determinazione che la rendono testarda e tenace. Risulta uno dei personaggi più amati dalle lettrici, per questa sua tangibile perseveranza nel raggiungere i propri obbiettivi con la volontà di non arrendersi mai.

Seppure la sua storia prenda una piega differente da quella di Sid (in particolare nei primi due volumi della saga), le sue azioni si ripercuoteranno anche sugli altri personaggi.

3 curiosità:

1) Nel flashback dell’ammiraglio Goodwin si evince come Elisabeth abbia già incontrato John McKenzie quando era bambina, seppur nessuno dei due se lo ricordi.

2) quando Elisabeth vede per la prima volta il pappagallo Amos, questi pronuncia la parola “Maraduka“, parola chiave dell’intera saga che verrà poi ripresa e spiegata nei volumi successivi.

3) lo spettacolo di burattini a cui Elisabeth assiste, nella piazza di San Felipe, rappresenta due pirati, un maschio e una femmina. Il primo, pelato e con le folte sopracciglia, mentre la seconda priva della propria mano. I due pupazzi non sono altro che una rappresentazione del capitano Miguel Mendoza e della piratessa Saph, che Elisabeth conoscerà a bordo della Mala Suerte.

I personaggi della saga Jolly Roger: #2 JOHN MCKENZIE

Il secondo personaggio che vado a presentarvi in questa rubrica è lo scozzese John McKenzie

John è il secondo protagonista che fa la sua comparsa nella saga e lo si incontra già nel primo capitolo de “La terra di nessuno”.

Viene presentato come un quarantenne highlander, figlio di un capoclan ed erede al titolo nobiliare del padre Edwin McKenzie, in eterna lotta con il clan rivale dei McDonald.

Proprio questa guerra intestina ha portato John a viaggiare verso Puerto Dorado, alla ricerca dell’Ammiraglio Frederick Goodwin, vecchio amico di famiglia, per chiedergli aiuto nell’avere l’appoggio reale e poter difendere le proprie terre.

John è stato definito da diversi lettori come “il buono della saga”. Questo perché manifesta sin da subito la sua indole di protettore nei confronti di Sid, trattandolo come un figlio.

John non riesce a tirarsi mai fuori dalle situazioni in cui può fare qualcosa per gli altri. Si prende a cuore la causa di Sid, nella ricerca del fratello Alexander, e gli offre un decisivo aiuto. 

Ma l’irlandese non è l’unico a usufruire della bontà di John e questo lo porterà a essere coinvolto nelle situazioni più svariate.

Le 5 caratteristiche principali di John sono:

1) saper chiacchierare di tutto, apparendo come un gran conoscitore del mondo, pur non avendo mai messo piede fuori dalla Scozia;

2) usare esclamazioni che risaltino il nome del suo clan (“per la barba dei McKenzie”);

3) avere l’alito che puzza costantemente di whiskey;

4) camminare dondolando sulla sua gamba di legno;

5) essere un tiratore dalla mira formidabile.

I personaggi della saga Jolly Roger. #1 SIDVESTER O’NEILL

Inizia oggi questa piccola rubrica dedicata ai personaggi dei miei romanzi. Non potevo non cominciare con il protagonista di spicco de “La terra di nessuno”, primo volume della saga “Jolly Roger”.

Sidvester O’Neill è infatti, per il lettore, una sorta di Virgilio, che lo accompagna passo per passo nella scoperta di Puerto Dorado e i suoi segreti. Non si tratta del protagonista assoluto, seppur nel primo volume possa quasi sembrare sia così. Questo perché la saga è composta da svariati protagonisti e il ruolo di Sid diventa meno primario con l’avanzare dei volumi (soprattutto dal terzo in avanti) livellandosi con gli altri.

Ma chi è Sid? Sid è un giovane ragazzo irlandese proveniente da Cork che passa l’infanzia e l’adolescenza a fare il pescatore con il padre (David O’Neill) ed il fratello Alexander. Alex è molto diverso da lui e sogna una vita nelle Indie Occidentali, così, un giorno, decide di partire per le americhe lasciando Sid da solo a gestire l’attività del defunto padre.

Sid continua a vivere la propria routine, innamorandosi, nel frattempo, di una ragazza di nome Riona.

Ma un giorno, sua madre, in punto di morte, gli strappa la promessa di andare a cercare Alex, per poterlo proteggere e riportare a casa. Lascia quindi ogni cosa per cominciare questo viaggio che avrà risvolti inaspettati.

Queste sono le premesse che conducono Sid a Puerto Dorado ed il suo scopo rimarrà sempre quello, nonostante attorno a lui le vicende muteranno di giorno in giorno: proteggere Alex.

Il carattere di Sid è molto conservatore. Ama le proprie abitudini e trova difficile uscire dai propri schemi e dalla routine. Ha una mente molto più chiusa del fratello e trova appagante e consolante poter avere delle proprie certezze, come un lavoro con cui sostentarsi, una casa, una famiglia e il necessario per vivere. Non ha ambizioni e desideri, anzi, giudica immaturo chi, come il fratello, sogna ad occhi aperti fuggendo dalle proprie responsabilità. Ed è alle responsabilità che rimane spesso ancorato. Sid ha una ben radicata morale che lo fa sentire in obbligo verso il padre nel rispecchiare quella che fu la sua vita. Per lui Puerto Dorado è un ambiente in cui sentirsi completamente a disagio, come un pesce fuor d’acqua, e vive in maniera negativa la sua lontanaza da tutto ciò che ha alle spalle. Al contempo, però, il suo senso del dovere lo spinge a trovare il prima possibile il fratello, prima di far ritorno in Irlanda.

Si può definire come il personaggio più puro della saga, quello più incontaminato dalle caratteristiche negative con cui i Caraibi influenzano tutti coloro che prendono parte al suo scenario. A volte, però, può apparire come un giudice moralizzatore che cerca di far rinsavire coloro che sono attorno a lui e a cui tiene.

5 curiosità sul personaggio:

1) Il nome Sidvester è una storpiatura del nome Silvester (Silvestro). Al contrario dell’originale è un nome inesistente;

2) Il diminutivo “Sid” ricorda il nome di un personaggio secondario che compare in tutti gli episodi della saga videoludica Final Fantasy (Cid). Saga a cui l’autore è stato appassionato da ragazzo;

3) El Cid (pronunciato “El Sid”) è un personaggio storico realmente esistito divenuto leggendario per le sue imprese nella riconquista spagnola dell’XI secolo d.C. Il ruolo di Sid nelle trame di riconquista dei ribelli spagnoli a Puerto Dorado lo collegano in qualche modo a questo personaggio;

4) Ne “La terra di nessuno”, viene detto che Alex, per poter recitare nel teatro ambulante del francese Alain, fece un provino d’assunzione recitando la parte di Rodrigo de “Le Cid” di Corneille.

5) In ogni volume, Sid fa la sua prima comparsa svegliandosi.

La mia esperienza al Premio Internazionale Città di Como

Buonasera ciurma.

A parte qualche racconto, ammetto che non sto più tenendo fede alla promessa di essere costante nel pubblicare aggiornamenti. Spero di riuscire in futuro, magari anche per raccontarvi solo qualche piccolo aneddoto.

Nel frattempo, mentre la data d’uscita del prossimo romanzo (BACKUP) si avvicina, ho avuto modo di raggiungere un obiettivo importante e che mi farebbe piacere condividere con voi.

Dopo aver concluso la saga Jolly Roger nel gennaio 2018 con il quinto volume, Il piano di Archer, partecipai al torneo IoScrittore, torneo organizzato dal gruppo editoriale GEM e che prevede, come premio finale, la pubblicazione con una delle CE del gruppo. Non si trattava di qualcosa di semplice. Difatti, i partecipanti erano molti (più di 2500) ed erano chiamati loro stessi a fare da giudici e a valutare alcuni testi dei propri rivali. Questo significava poter far fronte anche ad alcuni possibili sabotaggi e, in ogni caso, a spiccare in quanto a qualità in un mare di manoscritti. Avevo anche poco tempo a disposizione, perché la consegna dell’incipit era per marzo e io venni a conoscenza del torneo a novembre/dicembre 2018. Il testo doveva essere inedito e quindi dovevo produrre qualcosa di nuovo. Eppure, con mia grande sorpresa, in soli tre mesi riuscii a produrre un romanzo di 180 pagine circa che intitolai “L’uomo senza epilogo“. Non vi dico molto in merito alla trama, arriverò a svelarvela al momento giusto.

Il testo, ad ogni modo, superò la prima selezione e finì per essere incluso nei 300 finalisti. Da questi sarebbero stati scelti soltanto 10 romanzi finalisti, di cui uno vincitore, sempre attraverso lo stesso sistema che prevede che i partecipanti giudichino le opere di altri 10/12 concorrenti.

Non passai. Questo perché il romanzo non aveva avuto tempo per essere sottoposto a un adeguato editing e, giustamente, non era ancora maturo per avere i giusti riconoscimenti. Quindi non mi sono arreso.

Mentre iniziavo a porre le basi dell’universo fantascientifico di BACKUP (che vi ricordo ancora, in uscita a inizio dicembre), contattai un editor di fiducia e di cui conoscevo la comprovata professionalità e capacità: Maurizio Vicedomini. Ci accordammo per una collaborazione e presto potemmo mettere mano a quel manoscritto che mi stava particolarmente a cuore, tanto a cuore che, anziché seguire la via che ho sempre percorso dell’autopubblicazione, volli a tutti i costi cercargli un buon marchio editoriale con cui farlo arrivare al pubblico.

Mentre cercavo le CE adatte a questo scopo, mi imbattei nel bando per il Premio Internazionale di Letteratura Città di Como. Un premio che sta prendendo ogni anno sempre più valore e prestigio, con un numero di partecipanti in grande crescita, come lo è il montepremi (fino a 2000 euro per alcune categorie) e per la caratura dei componenti della giuria (quest’anno, tra i tanti, con Andra Vitali e Dacia Maraini). Essendo della provincia di Sondrio, la cerimonia di premiazione non è molto lontano da casa mia, così decisi di tentare la sorte e di proporre il mio testo per la categoria “inedito”.

Volete sapere quanti erano i partecipanti? 2750. Più di quanti erano quelli di IoScrittore. Ammetto di non aver mai nutrito molte speranze, pur avendo, questa volta, un testo editato e pronto per una simile sfida. Ero talmente convinto di non avere alcuna possibilità che per quella data avevo prenotato un posto alla bancarella del CSU (Collettivo Scrittori Uniti) per partecipare a una delle fiere a cui sono più legato: Libri in Baia, a Sestri Levante. La fiera si sarebbe svolta nel giorno della premiazione del Premio Città di Como.

Insomma, non sto a girarci molto attorno. Dei 2750 partecipanti, quasi 500 facevano parte della mia stessa categoria, ossia romanzo inedito. Di questi, un comitato di lettori, ha selezionato 32 romanzi tra cui il mio e a quel punto, la giuria mi ha scelto tra i 15 finalisti.

Ho così dovuto annullare il mio impegno per Sestri e andare a Como sabato 12 ottobre, insieme a mia moglie. La cerimonia si è svolta a Villa Olmo e le due sale predisposte erano stracolme di persone, tanto che molti erano in piedi.

Era presente anche la giornalista Tiziana Ferrario, che ha ricevuto un premio speciale per il suo impegno nell’informazione in merito alle disuguaglianze di genere e che ha parlato del suo ultimo romanzo “Orgoglio e pregiudizi“.

Nella mia categoria ha vinto una giovane scrittrice, Sofia Nanu, che ha così ricevuto l’offerta di pubblicazione di Brioschi Editore, come stabilito.

Alla fine non ho vinto, ma mi sono portato a casa una bella esperienza e la consapevolezza di aver prodotto un testo di valore, giudicato positivamente da persone del settore. Questo, per un autore come me che ha alle spalle soltanto opere autoprodotte e che spesso si interroga sulla qualità di ciò che scrive, ha un significato immenso.

Grazie Premio Città di Como. Forse, un giorno, parteciperò ancora. Nel frattempo, per il mio “uomo senza epilogo”, bisognerà attendere la fine dell’anno prossimo. Vi aggiornerò anche su questo!

Jackpot

Quando Jerry si fermò nel piazzale con il suo furgoncino dei surgelati, la vecchietta lo stava già attendendo alla finestra. Lo salutò con un gesto timido della mano, sorridendo con l’ultimo dente rimasto.
«Sei in ritardo, giovanotto. Adesso non ho tempo per scendere» disse dispiaciuta, dando rapide occhiate all’interno della casa.
Jerry scese dal veicolo, indossando la sua solita espressione di finta cortesia.
«Non si preoccupi. In caso glielo porto su io. Vuole anche oggi il puré di patate?»
La vecchietta lo fissò con le sue lenti spesse. Riuscivano a ingrandire i suoi occhi rendendoli sproporzionati al suo corpo minuto.
«Va bene. Solo quello però. Fai in fretta!»
Jerry aprì lo sportello del furgoncino e prese il puré. Sentì che il cellulare stava vibrando. Era un messaggio di Debora, la sua fidanzata. Sorrise, leggendo quello che gli aveva scritto. Avrebbe voluto sposarla, ma con il suo lavoro precario e lo stipendio così basso non avrebbe potuto di certo offrirle un futuro sicuro e felice.
«Ci mettiamo anche al telefono, adesso? Ho fretta ragazzo. Lanciamelo su!»
Jerry tornò con i piedi per terra e rimise il cellulare al suo posto.
«Come scusi?»
«Lanciamelo su, ho detto. Non farmi perdere tempo. Ti butto giù i soldi.»
La vecchietta spalancò le braccia, pronta ad afferrare al volo la busta surgelata.
Jerry scosse il capo, incredulo davanti a quella richiesta. Si mise malvolentieri sotto la finestra e oscillò le braccia dal basso verso l’alto, come a dover compiere un bagher in una partita di pallavolo. Lo fece più volte, prima di lasciare la presa e far volare il puré verso la signora. Questa richiuse le braccia goffamente, lasciandosi sfuggire la preda.
«Riprova. C’eri quasi!»
Jerry iniziava a spazientirsi. Tentò altre due volte, ma con lo stesso risultato.
«Non lo sai lanciare bene! Devo insegnarti io?»
Il ragazzo fece un passo indietro e impugnò il sacchetto come farebbe un lanciatore di palla americana. Caricò il colpo, ritraendo il braccio, per poi prendere la mira e scagliarlo verso di lei. Il puré colpì in pieno volto la vecchietta, facendola volare all’indietro.
«Oddio!» esclamò Jerry, salendo le scale esterne che portavano alla sua porta d’ingresso. Entrò in casa e provò a orientarsi nel lungo corridoio buio, trovando il salotto alla sua destra. La vecchietta giaceva sul pavimento, con gli occhiali rotti accanto al surgelato. Non dava segni di vita.
«Ripetiamo i numeri vincenti!» stava dicendo il presentatore alla televisione.
Jerry si chinò sulla donna e la scosse. Non ebbe risposta, ma sembrava respirare ancora.
«Cinque, undici, ventitré, sessantaquattro, sessantasei. Numero Jolly: ottantotto!»
Il ragazzo si alzò e prese di nuovo il cellulare, digitando il numero del Pronto Soccorso.
Mentre lo stava per avvicinare all’orecchio, però, vide qualcosa sul tavolo. Era uno scontrino della ricevitoria e vi erano scritti i numeri giocati dalla signora.
«Cinque, undici, ventitré, sessantaquattro, ottantotto» lesse a bassa voce, mentre la centralinista rispondeva alla chiamata. Attaccò bruscamente e rilesse una seconda volta, per essere sicuro.
«Ricordiamo che il jackpot è di quattordici milioni di euro!» disse il presentatore rincarando la dose.
Jerry alternò lo sguardo tra lo scontrino e la vecchietta stesa a terra. Afferrò i numeri vincenti e uscì dalla stanza, ritrovandosi nel corridoio. Aprì la rubrica e chiamò Debora.
«Pronto, amore? Niente, volevo solo dirti che ti amo e…» si accorse di aver svoltato nella direzione opposta a quella dell’uscita, avendo davanti solo il bagno e uno sgabuzzino. «…Vuoi sposarmi?»
Gli occhi gli diventarono lucidi, sentendo Debora piangere a dirotto per la gioia. «Sì. Non lo so. Fra… tre mesi? Troppo presto? Dici?»
Passò di nuovo davanti al salotto e lì si fermò. Sul pavimento, dove prima c’era la vecchietta, ora c’era soltanto il puré di patate. Entrò nella stanza, guardandosi attorno perplesso. Il respiro gli si fermò in gola, così come il cuore.
«Signora?» domandò, mentre alla televisione trasmettevano la pubblicità di una passata di pomodoro.
Sentì il rumore di qualcosa che cadeva per terra, proveniente dalla cucina. Si avvicinò quatto alla porta e sbirciò dentro. La portafinestra era aperta e il vento aveva fatto cadere dei piatti di plastica.
«Signora?» domandò ancora. Si voltò per rientrare e si chinò per prendere la busta del puré. In quel momento la vide. Aveva il naso tumefatto e del suo unico dente non c’era più traccia. Impugnava un bastone da passeggio con entrambe le mani. Lo guardava dall’alto con sguardo severo.
«I miei numeri» disse, per poi abbassare con violenza il bastone sulla sua testa.
Per Jerry, il mondo scomparve. La Signora, invece, si abbassò a prendere il biglietto, insieme alla busta surgelata. Li appoggiò sul tavolo e dal proprio borsello prese due euro e cinquanta, adagiandoli sulla schiena del giovanotto. Poi si sedette e col telecomando cambiò canale, mettendo una puntata della sua telenovela brasiliana preferita.

Soltanto mio

SOLTANTO MIO
di Gabriele Dolzadelli

«Quanto mi ami?» gli chiese lei, sdraiata al suo fianco.
«Non saprei. Vuoi un’unita di misura?» rispose lui.
«Sei proprio stupido. Basterebbe poco per farmi contenta. Non ci vuole niente a dire le parole giuste.»
«Ok, tanto, va bene? Ti amo tanto, anzi, no, tantissimo. Ora sei contenta?»
«E quanto sono bella?»
«Tantissimo. Amore, sei la più bella ragazza che abbia mai conosciuto.»
«E che conoscerai mai. Non ne troverai mai una più bella di me. Nessuna lo è. Nemmeno Francesca.»
«Francesca?»
Carlo rimase spaesato di fronte a quel nome. Francesca era la sua ragazza e per un attimo si chiese perché, in quel momento, fosse sdraiato con Teresa a dirsi frasi romantiche.
Teresa sembrò percepirlo. Indurì i tratti che fino a quel momento avevano avuto la fragranza del caramello e avvicinò un’unghia affilata alla sua gola.
«Nemmeno Francesca, vero?»

Carlo si svegliò di soprassalto. Si tamponò la fronte con il dorso della mano e pizzicò la maglietta, appiccicata al petto come un polpo su uno scoglio bagnato. I battiti correvano come un treno a vapore, le narici ne erano i camini. L’aria bollente gli si aggrappava alla pelle e Carlo sentì il bisogno di alzarsi e aprire la finestra.
«Ti senti bene?» gli chiese Francesca, dall’altra parte del letto.
Carlo annuì ma non riuscì a risponderle a parole. La gola era secca e la lingua sembrava un mollusco morto. Si affacciò e respirò l’aria del bosco, ristoratrice e fresca. Si prese qualche minuto e Francesca glieli concesse. Solo quando si voltò per andare in cucina a bere qualcosa, lei si alzò.
«Cos’è successo? Hai avuto un incubo?»
«Non è niente» rispose lui, fermandosi sulla soglia.
«Come sarebbe? Sei stravolto. Hai sognato ancora lei?»
«Davvero, non ti devi preoccupare. Probabilmente ho solo mangiato troppo e mi è rimasto sullo stomaco.»
Francesca lo raggiunse, facendo scricchiolare le assi di legno del pavimento. Ogni volta che ci si muoveva in quel piccolo chalet sembrava che la struttura ne risentisse, pronta a venir giù come la casa dei tre porcellini.
Carlo la guardò negli occhi e capì che avrebbe insistito fino a fargli dire la verità.
«Sì, l’ho sognata. Sapeva di noi e minacciava di infilzarmi la gola. Ma era solo un sogno. Bevo qualcosa e mi riaddormento.»
La ragazza gli accarezzò la spalla.
«Certe persone sanno lasciare profonde cicatrici. Non sottovalutare i danni che ti ha fatto. Anche il mio primo ragazzo era un pazzo furioso. Non faceva altro che mortificarmi e umiliarmi. Quando l’ho lasciato sono dovuta ricorrere a uno psicologo e mi ha fatto solo bene. Perché non fai lo stesso? Almeno butti fuori tutto. È da troppo che ti succede!»
Carlo non aveva voglia di una lunga discussione sull’argomento. Voleva solo bere, sdraiarsi e dimenticare. Annuì per farla contenta e uscì nel corridoio, per poi scendere al piano di sotto.

Fu sorpreso di trovare la luce della cucina accesa. Jeremy, il ragazzo che condivideva con loro la casa, stava mangiando uno yogurt al mirtillo da mezzo chilo. Frequentava l’accademia di architettura di Lugano, come Francesca. Quando Carlo aveva trovato l’offerta di una camera in uno chalet appena fuori città, alle falde del Monte Caprino, aveva subito fiutato l’affare e vi si era trasferito anche a costo di dividerla con altre tre persone. All’epoca c’era anche il fidanzato di Francesca, un tale Mirko, che dopo qualche mese era sparito dalla circolazione piantando a metà gli studi. Fu da allora che Carlo aveva iniziato a frequentarla.
«Spuntino di mezzanotte?»
Jeremy iniziò a rumoreggiare con il cucchiaino, sbattendolo nel barattolo per catturare più yogurt possibile. Era leggermente sovrappeso e sotto gli occhi erano disegnate due occhiaie che amava definire ironicamente le sue “borse di studio”. Probabilmente, quella era una delle tante notti insonne passate sui libri.
«Smuovere la materia grigia mette appetito. Se vuoi ce n’è un altro in frigo.»
«Formato famiglia? No, grazie. Anzi, mi servirebbe un digestivo. Credo di aver esagerato con le lasagne, ieri sera.»
«Siete stati al “Fantasia”? Ci credo! Non ne troverai mai una più buona!»
Non ne troverai mai una più bella di me.
La voce di Teresa echeggiò nella sua mente. Carlo si irrigidì al ricordo del suo sguardo severo e dell’unghia che spingeva sulla giugulare.
« Ho detto qualcosa che non va?» chiese Jeremy, per poi leccare il coperchio del barattolo.
Carlo ritornò alla realtà.
«No, figurati. È che… Hai mai avuto una fidanzata… come dire… fuori di testa? Una di quelle ex di cui c’è da avere paura sul serio?»
Jeremy ciucciò il cucchiaio e poi si alzò per metterlo nel lavandino.
«Guarda, le mie ragazze le puoi contare sulle dita di una mano di un falegname distratto. Quindi, no. Ne ho avute due ed erano sane di mente. Una ha anche messo su famiglia, da quanto ne so. Perché me lo chiedi? Tu ne hai avute?»
Carlo non sapeva quanto fosse bene confidarsi. Jeremy era tutto tranne che la figura da psicologo che Francesca gli aveva consigliato.
«Una, sì. Ci siamo lasciati un anno e mezzo fa. Poco prima che venissi qui allo chalet. Una di quelle persone che desiderano soltanto essere venerate da qualcuno. Sai, una di quelle che vogliono essere servite e riverite, che parlano soltanto di sé e che non accettano mai un no come risposta.»
Jeremy si mise a ridacchiare e buttò il barattolo nell’immondizia.
«Non deve averla presa molto bene, allora, quando l’hai lasciata.»
Carlo sospirò. Ricordò le telefonate e i messaggi che aveva continuato a mandargli, fino al punto di costringerlo a cambiare scheda. A quel punto aveva anche iniziato a importunare i suoi genitori, in Italia, tanto che suo padre aveva dovuto chiamare i Carabinieri per potersela togliere di torno. Da qualche mese le acque, però, sembravano essersi calmate.
«No» rispose. «Per niente.»

Non riprese sonno, e il giorno dopo Carlo, si ritrovò a sonnecchiare sul banco dell’aula universitaria, a scienze economiche. Era tardo pomeriggio quando prese il pullman postale per tornare a casa e il cielo era così scuro che non faceva altro che incentivarlo a raggiungere il letto per rintanarsi sotto le coperte. Quando scese alla fermata poté già sentire qualche piccolo ago d’acqua che gli punzecchiava le parti scoperte, come le mani e il collo. Doveva affrettarsi, se voleva arrivare a destinazione asciutto. Chiuse la borsa a tracolla con dentro i libri e gli appunti, assicurandosi che la zip mantenesse tutto al sicuro. Quando rialzò lo sguardo, ecco che la vide. Era lì, in piedi, sotto alla tettoia della fermata. Sorrideva, come se il loro incontro dovesse far esplodere da un momento all’altro la gioia di una rimpatriata. Lo osservava come si osserva un bimbo a cui è stato appena consegnato un regalo e di cui si aspetta soltanto la reazione, una volta scartato.
«Teresa… Che ci fai qui?» furono le uniche parole che Carlo riuscì a pronunciare. Il ragazzo si guardò attorno. Erano soli e la cosa lo inquietò.
Teresa fece mezzo passo in avanti e l’espressione mutò in un’aspettativa delusa.
«Sono venuta a trovarti. Non sei contento? Ho saputo che ti sei iscritto all’università e che ora abiti qui. Non è stato facile, ma ti ho ritrovato. Non sai quante cose ho da raccontarti!»
Carlo arretrò e sentì le gambe vacillare. Mise una mano in tasca e toccò il telefonino. Era l’unica speranza di poter uscire da quella situazione. Si augurò di non dover arrivare a tanto.
«Non dovresti essere qui. Chi… Come mi hai trovato? Noi due ci siamo lasciati, devi fartene una ragione!»
Teresa fece un altro passo e Carlo si allontanò della stessa misura, un’altra volta.
«So che sei molto confuso, lo capisco. A volte la vita gioca questi scherzi, ma tu hai bisogno di me, Carlo. Io ti conosco molto bene e so che senza di me tu sei perso. Cerchi di rimpiazzarmi con questa Francesca ma, lo avrai capito anche tu, non puoi farlo. Ma non ti preoccupare, nulla è perduto. Come vedi, sono di nuovo qui, per ricominciare.»
«Come sai di Francesca?» chiese Carlo d’istinto. Poi, però, decise subito di lasciar perdere. Quella era una pazza e chissà quali assurdi metodi aveva escogitato per indagare sulla sua vita privata. «Ascolta, non m’importa di quello che pensi o di cosa diavolo ti sia messa in testa. Azzardati solo ad avvicinarti a casa mia e chiamo la polizia. Anzi, se non te ne vai subito lo faccio ora, hai capito?»
Per rendere ancor più chiaro il concetto, Carlo estrasse il cellulare e digitò già un paio di numeri, tanto per spaventarla, come quando si toglie la sicura a una pistola.
Teresa protese una mano per fermarlo.
«No, non serve. Ma prima di andare, permettimi di metterti in guardia. Quella ragazza non è quello che credi. È una psicopatica!»
«Tu sei una psicopatica! Ora vattene!»
«Ti sei mai chiesto che fine abbia fatto il suo vecchio fidanzato, quello sparito nel nulla?»
Carlo iniziò a sentire la rabbia fargli vibrare le viscere. Era arrivata anche al punto di scavare nel passato della sua fidanzata? Era troppo!
«Smettila!»
«Cercalo nel bosco, giù, dove si affaccia la finestra della tua camera. Basteranno trecento metri e arriverai a un grosso masso. Prova a scavare lì. Capirai molte cose.»
Prima che Carlo potesse minacciarla ancora, Teresa si girò e se ne andò, scendendo a piedi verso la città.

«Secondo me è una follia.»
Jeremy faticava a stargli dietro, mentre scendevano il pendio, stando attenti a non scivolare sulle foglie bagnate.
Si erano muniti di impermeabile e avevano affrontato il bosco nonostante la pioggia. Almeno, gli alberi li riparavano un po’ dalle pesanti gocce che sfuggivano al cielo.
«Può darsi. Ma non è una tipa da mandarmi quaggiù per niente» disse Carlo, usando il manico della pala come un bastone da trekking.
«Quindi credi che dica il vero su Francesca?»
«No, per niente. Però deve aver combinato qualcosa e non mi va che gironzoli attorno a casa nostra in questo modo. Voglio sapere cos’ha fatto.»
«Per me devi semplicemente chiamare la polizia.»
«Se si rifà viva, lo farò di sicuro. Tu cosa sai dirmi, comunque, su Mirko? Non capisco perché tirarlo in ballo.»
«Mirko era un tipo strano» rispose Jeremy, per poi appoggiarsi a un albero e prendere un respiro profondo. «Credo si facesse di cocaina prima di ogni esame. Una volta c’era un gatto che rompeva le scatole di notte ed è sceso a sistemarlo. Capisci che intendo? Era uno che se gli saltava il grillo…»
«Sì, vabbè, a parte questo. Perché si sono mollati?»
«È la tua fidanzata. Non glielo hai mai chiesto?»
«Regola numero uno: mai chiedere degli ex alla tua ragazza. Non l’hai ancora imparato?»
«Che regola stupida» borbottò Jeremy. «Comunque, credo che lei fosse un po’ troppo gelosa e possessiva. Aveva le sue ragioni, eh. Con te vedo che è diverso.»
Carlo si fermò di fronte a un grosso masso accerchiato dalle piante. Era alto due metri e largo almeno cinque. Sembrava caduto dall’alto, scagliato da qualche divinità annoiata.
«Siamo arrivati» disse, cercando il punto a cui si riferiva Teresa.
«Un altare?» chiese Jeremy affiancandolo e indicando un gruppo di pietre sormontate fino a formare una piccola piramide di mezzo metro.
Carlo vi si avvicinò e, senza attendere oltre, piantò la pala nel suolo.
Jeremy fece la parte del vecchio in cantiere, osservando i lavori e tenendogli semplicemente compagnia. «Magari ci hanno seppellito un cane» ipotizzò, cercando di smorzare la tensione dovuta alla paura che cominciava a risalirgli la spina dorsale.
Carlo continuò a spostare terra, finché non vide spuntare qualcosa. Si chinò, sedendosi sui talloni, e spostò il terriccio con le mani. Quando vide di che si trattava, lanciò un urlo che fece scappare un paio di uccelli riparati tra i rami. Un braccio. Un braccio umano.
«Mioddio!»
«Ricoprilo. Ricoprilo subito, sbrigati!»
Carlo tentò goffamente di ributtare la terra sul corpo.
«Lo ha ammazzato!» disse.
«Magari non è lui. Può essere la tomba di chiunque altro. Non lo sapevamo. Abbiamo trafugato una tomba! Rimettila com’era! Rimettila com’era!»
«Non si seppellisce la gente nei boschi! Questo l’hanno ammazzato!»
«Beh, noi non abbiamo trovato niente. Non vorrai passare dei guai!»
«E se è Mirko?» chiese Carlo.
«Quello si faceva di cocaina. Chissà che gente frequentava. Dammi retta, rimaniamone fuori. Io voglio finire gli studi, non passare l’anno in processo, come quei due che avevano trovato la compagna americana morta! Non ci penso nemmeno. Ricoprilo subito.»
Carlo annuì e cercò di spianare la terra, come se nessuno vi avesse mai messo mano.

Quando tornò a casa, Francesca non era ancora tornata. Jeremy si rifugiò in camera e non volle più parlare dell’argomento. Carlo si fece una doccia e si mise a letto, a fissare il soffitto.
Come faceva Teresa a saperlo? continuava a domandarsi.
L’ha ucciso lei? Non ne avrebbe avuto motivo. Quando Mirko era sparito lui e Francesca erano come due estranei. Uccidere il suo ragazzo sarebbe stato come darle modo di finire tra le sue braccia. Non aveva senso. A meno che non fosse vero. Francesca era gelosa e possessiva. L’aveva detto Jeremy. Poteva essere arrivata a tanto? A ucciderlo? Quanto sapeva di lei? Erano assieme da solo un anno. Anche in quel caso, rimaneva la stessa domanda: Come faceva Teresa a saperlo?
Non faceva altro che tormentarsi. L’ansia stava prendendo il sopravvento, amplificando nella testa il suono della pioggia contro il vetro della finestra.
Poi ci fu un altro rumore ad attrarre la sua attenzione. Un suono metallico, proveniente dal piano di sotto. Ne seguì un tonfo e infine il silenzio.
Carlo fu indeciso sul da farsi. Forse, Jeremy si era alzato, come suo solito, a mangiare, inciampando in qualcosa. O forse era Francesca che era tornata? Sperò in queste due possibilità, rigettando il pensiero che Teresa si fosse introdotta in casa.
Il legno delle scale scricchiolò. Qualcuno stava salendo. Carlo si guardò attorno, cercando un’eventuale arma da usare in sua difesa, ma non trovò nulla. Si alzò, decidendo di chiudere a chiave la porta della camera, per precauzione. Appena gli fu vicino, questa si schiuse, rivelando il volto bagnato di Francesca.
«Ehi, ciao. Piove a dirotto là fuori» disse sorridendo mentre entrava.
Carlo arretrò e le fece spazio. Era davvero bagnata come un sasso di fiume.
«Hai fatto tardi» constatò Carlo.
«Sì, oggi è stata dura. Ma ora è tempo di relax. Dove sei stato con Jeremy?»
Quella domanda lo spiazzò e lo fece irrigidire. Francesca non parve accorgersi, intenta a sfilarsi la felpa e i pantaloni.
«Cosa ti fa pensare che siamo usciti?»
Francesca aprì un cassettone, alla ricerca di una tuta asciutta.
«Ci sono le vostre scarpe tutte infangate, vicino alla porta. Dove siete stati con questo tempo?»
«Oh, niente, una signora non ha visto la cunetta a bordo strada e si è impantanata. Io e Jeremy l’abbiamo aiutata a spingere l’auto per rimetterla in carreggiata e ci siamo sporcati» mentì.
Francesca si rivestì e lo guardò negli occhi. Uno sguardo intenso, non tanto di chi sospetti qualcosa, quanto di chi stia dando l’ultima possibilità per una confessione. Carlo si sentì a disagio. Perché le stava mentendo? Forse, in fondo, sospettava davvero di lei?
«Vado a farmi una doccia e arrivo. Spero che Teresa non si sia più rifatta viva.»
«No, figurati. Chi la rivede più.»
Francesca annuì e si avviò nel bagno.

Carlo fece per rimettersi a letto, ma al piano inferiore ci fu un altro tonfo. Sentì un formicolio espandersi in tutto il corpo. Schiude la porta e sbirciò fuori. Si sentiva solo il suono dell’acqua della doccia. Iniziò a credere che fosse di nuovo Francesca, ma quando si ripeté, fu chiaro che proveniva dalla cucina. «Jeremy?» chiese ad alta voce. Nessuna risposta.
La porta della camera del ragazzo era aperta. Carlo gli passò davanti e guardò dentro. Vuota. Il letto era sfatto e i libri di studio ancora aperti sulla scrivania, sotto la luce di una lampada.
Scese per precauzione. Non poteva dormire tranquillo fino a che non avrebbe avuto conferma fosse lui.
Il piano inferiore era nella completa oscurità. Carlo accese la luce. La cucina era deserta. In compenso, notò che vicino alle scarpe infangate, accanto all’ingresso, era sparita la pala. Ricordò di averla appoggiata lì, una volta tornati, eppure non c’era più.
«Jeremy?» lo chiamò di nuovo.
Cosa gli era saltato in mente di fare? Mise mano alla maniglia della porta d’ingresso e vide che era chiusa a chiave. Un altro rumore lo fece voltare. Proveniva da fuori, ma dalla parte opposta a dove si trovava. Attraversò il salotto e raggiunse la porta che dava sul retro. Era aperta a metà e l’uscio si stava bagnando per la pioggia che cadeva leggermente di traverso.
Carlo uscì e quando si guardò attorno ritrovò la pala.
Era per terra, con il filo sporco di sangue. Accanto, il corpo di Jeremy giaceva scomposto, prono, con una macchia rossa a sporcargli la nuca e l’erba vicino.
«Hai visto? L’ha fatto ancora!»
Carlo si voltò di scatto e si ritrovò Teresa a un solo metro di distanza. Era fin troppo calma per la situazione surreale in cui si trovavano.
«È da quando sei qui che ti osservo. Sono sempre stata qua fuori, amore mio. Perché il mio cuore è solo per te. Dove la puoi trovare una donna che ti ami così?»
«Tu sei pazza! Stammi lontano!»
Carlo si piegò e afferrò la pala, brandendola e agitandola in aria per tenerla a distanza.
«È per questo che l’ho vista! L’ho vista trascinare un grosso sacco di notte, giù per il bosco. E deve aver saputo che l’avete scoperta. Guarda cosa ha fatto al tuo amico! Ora lo farà anche a te! È lei la pazza, Carlo! Non sono io!»
Carlo indirizzò la punta della pala verso il suo petto. Fu in quel momento che, con la coda dell’occhio, vide Francesca sulla soglia.
«Ancora tu?» disse la donna. «Cos’hai fatto a Jeremy? Oddio, chiama la polizia, Carlo! Forza!»
«Non farlo. Carlo, guardami. Sono io la donna che ami, tu lo sai. Ami ancora me, te lo leggo negli occhi. Lei non è niente confronto a me. Torniamo insieme!»
«Zitta! Hai ucciso Mirko e ora Jeremy» le urlò contro Francesca. «Sei una pazza da rinchiudere. Ora la chiamo io la polizia.»
«No!» L’urlo di Teresa fu viscerale, disumano. Si avventò su Francesca con le mani protese, pronta ad artigliarle la faccia e a sradicarle di dosso ogni tratto del suo viso.
Carlo agì d’istinto e la colpì con la pala alla testa, facendola cadere come un sacco vuoto.
Teresa giaceva inerme e Francesca lo stava fissando bianca e sconvolta. Aveva ancora il cellulare all’orecchio.
Carlo udì rispondere una voce dall’altro capo e Francesca rinsavì.
«Sì, ci sono dei feriti. Abbiamo bisogno di un’ambulanza e… della polizia» disse la ragazza per poi dettare l’indirizzo.
Carlo si chinò su Jeremy e lo scosse. Non riusciva a capire se fosse vivo. Non sembrava respirare. Voleva aiutarlo ma non sapeva come.
«Questa pazza ha finito di tormentarci. Marcirà in prigione, vedrai. Non ha capito con chi aveva a che fare. Tu sei solo mio. Soltanto mio!»
Quelle parole furono una nota stonata in tutto il contesto. Carlo si accigliò.
«Come lo sapevi?» chiese.
«Come sapevo cosa?»
«Di Mirko. Io non ti avevo detto che avevamo trovato il corpo. Come sapevi che l’aveva ucciso?»
Non udì risposta. Carlo si voltò e vide Francesca con in mano la pala. Non ebbe il tempo di parare il rovescio, che fu colpito con il piatto alla mascella.
Cadde al suolo, con la guancia sul sangue di Jeremy e il terreno fangoso. I sensi erano tutti alterati, faticava perfino a orientarsi. La botta era stata tremenda e la pioggia contribuiva a confonderlo.
Vide i piedi nudi di Francesca, davanti al suo viso.
«Peccato» disse lei. «Poteva risolversi ogni cosa per il meglio. Invece… Hai rovinato tutto. Peggio per te, Carlo. Peggio per te.»
Poi fu colpito per l’ultima volta.

La soluzione migliore

«Quindi mi sta dicendo che è pronta?»
Larry White era il maggior azionista della PentaCar, la società con maggior liquidità nel campo automobilistico: il target primario che Wilson voleva raggiungere. Non a caso aveva deciso di dirigersi al parcheggio sotterraneo con lui, riservandogli un viaggio per due in ascensore.
«Per essere pronta è pronta, signor White. Abbiamo messo in moto tutto il nostro reparto tecnico e tecnologico per renderla disponibile entro il prossimo settembre.»
White annuì. Aveva però sufficiente esperienza da non farsi abbagliare dalla parlantina del venditore, lo dimostravano i suoi capelli brizzolati e le rughe che ne solcavano la fronte.
«Tutto molto bello, ma credo abbiate trascurato un particolare molto importante.»
«Sarebbe?»
«La questione etica. Come ben sa, la politica non si sbilancerà mai troppo a favore di questo progetto se l’opinione pubblica sarà ancora così divisa. Avete pensato come risolvere casistiche più complesse?»
Le porte dell’ascensore si aprirono e davanti a loro comparve il parcheggio. Iniziarono a incamminarsi, tra macchine di lusso e telecamere di videosorveglianza.
«Come ha ben visto dal video, signor White, in caso d’imprevisto la macchina sa effettuare sempre le scelte migliori. Saprà dare una nuova fine a tutti gli episodi di morte stradale a cui siamo abituati.»
«Il suo nuovo finale era il migliore che potesse proporre, su questo non ci piove. Ma che dire se la macchina dovesse scegliere tra la morte di due persone? In quel caso, chi ne risponderebbe? Fino a che le macchine erano guidate da esseri umani, ognuno avrebbe risposto per sé e si sarebbe preso la propria responsabilità, lasciando coprire i danni dalla propria assicurazione. Ma una macchina che si guida da sola… Ricadrebbe tutto sulle spalle del programmatore. Possiamo sopportare questa spada di Damocle? Quale società assicurativa si suiciderebbe firmando un contratto con noi, di fronte a queste premesse?»
«Quelli di cui lei parla, signor White, sono casi isolati. Normalmente il computer di bordo riesce sempre a trovare un’opzione che non preveda danni a terzi. Casi in cui questa opzione non è contemplata sono più unici che rari. Perché non si rilassa e non si fa un giro di prova con me? Verificherà lei stesso la comodità di questa perla del genio umano.»
Si erano fermati di fronte a un auto dal design elegante, nera e lucida, con la parte superiore completamente in vetro infrangibile. I sedili erano posti su tutti e quattro i lati della cabina, rivolti verso il centro, dato che non c’era un posto guidatore e nemmeno un volante. La cupola di vetro si aprì e White e Wilson salirono a bordo, mettendosi comodi.
«Mettiamo caso che, come lei dice, la statistica convinca l’assicurazione… Ma l’opinione popolare? Basta un singolo caso e tutti i notiziari smetteranno di parlare della neve, che ora si è messa a cadere a giugno, per parlare di come la PentaCar si è sostituita al Padre Eterno, decidendo chi deve vivere e deve morire.»
La cupola si chiuse e la macchina si mise in moto, dirigendosi verso l’uscita del garage sotterraneo.
Wilson si sporse in avanti, verso il suo interlocutore.
«Signor White, lei parla del caso e dell’imprevisto come di un giudice imparziale. Invece non c’è entità astratta che non sia più crudele e meschina del fato. Quante volte sentiamo di persone per bene che meritano la vita e di delinquenti che hanno una seconda occasione? ISAAC è in grado, invece, di valutare tantissimi dati in pochi millesimi di secondo e di prendere la decisione giusta al momento giusto. L’opinione pubblica non può giudicarci per la morte di una persona quando questo sacrificio è avvenuto per la salvezza di qualcun altro. Ma le ripeto, si rilassi e si goda il viaggio. Vuole un po’ di musica? ISAAC, mettici un po’ di musica italiana!»
Nell’abitacolo iniziò a sentirsi della musica lirica accompagnata da un sound di bassi e violini elettrici, la nuova tendenza della patria della pizza.
L’auto, nel frattempo, viaggiava lungo una strada di periferia.
«Non mi sembra ancora convinto» disse Wilson. Non voleva terminare il viaggio senza che il suo interlocutore non fosse ansioso di investire tutto quello che aveva per il progetto.
«Non lo sono. Non stiamo parlando di una miracolosa Epifania ma di eventi concreti e facilmente presentabili.»
«Che ISAAC saprà valutare. Con il riconoscimento facciale, attraverso il database, saprà l’età delle persone coinvolte, lo stato sociale, la fedina penale e l’impatto che può avere la loro morte sulla comunità. Ci sono tantissimi valori che vengono presi in esame. Vuole da bere? ISAAC, dacci un po’ di champagne.»
Dal pavimento si aprì uno scomparto da cui salì una bottiglia con due calici.
«Un Pinot Noir. Il mio preferito!» esclamò White versandosene un bicchiere.
«ISAAC analizza anche i suoi occupanti, così che conoscendo le loro preferenze possa rendere il loro viaggio ancor più confortevole.»
White sorrise e avvicinò il calice a quello del venditore.
«Mi ha quasi convinto. Che dice, brindiamo?»
Wilson fece tintinnare il vetro contro quello dell’uomo.
«A una nuova fine. Che l’uomo possa diventare finalmente artefice del proprio destino. Almeno in strada. E al profitto che ne deriverà per le nostre tasche!»
«E alle soluzioni migliori che ISAAC saprà sempre tirare fuori.»
White bevve e mentre il pomo d’adamo stava ancora sussultando nell’inghiottire il suo Pinot, la macchina sbandò, facendoglielo sputare tutto sul tappetino. Vide la ragione della sterzata solo per un attimo. Un cervo, che aveva attraversato la strada dalla boscaglia. L’auto girò a sinistra, uscendo dalla carreggiata e finendo in un pendio. In fondo al prato si poteva vedere un uomo intento a pescare, voltato di mezzo busto in direzione del rumore improvviso.
White si tenne ancor più stretto alla portiera. Sentiva i pantaloni bagnati e non capì se fosse lo champagne o semplice piscio. Il suo cervello era impegnato a chiedersi altro, come perché la macchina avesse preferito uccidere un uomo a un cervo. Ma non fece in tempo a darsi risposta, perché la vettura esplose in un boato, facendolo balzare fuori dall’abitacolo e rotolare sull’erba.
Le orecchie gli fischiarono, il mondo si capovolse. Impattò sul terreno duro e sentì le ossa frantumarsi. Tentò di riaprire gli occhi. Qualcosa di vischioso gli colava dall fronte. Non riusciva ad alzarsi e si mise semplicemente sdraiato su un fianco. L’auto bruciava, a metà distanza tra la strada e il pescatore. Questi stava correndo verso di loro, allarmato. Wilson, invece, giaceva scomposto a una decina di metri da lui.
White gemette. Riuscì a mettersi seduto, con la schiena contro un cespuglio. Qualcosa brillò vicino a lui e catturò la sua attenzione. Era uno dei due calici, spaccato a metà. Lo prese per il gambo, con la mano tremante, e lo sollevò all’altezza del mento.
«Alla soluzione migliore, ISAAC» disse chiudendo gli occhi e ridendo. Tossì.
«A una nuova fine» aggiunse, per poi lasciar cadere il bicchiere a terra ed esalare l’ultimo respiro.

Le cose importanti

Le cose importanti
di Gabriele Dolzadelli

«Come sarebbe a dire che non ti ricordi?» Giada non poteva crederci. Per una volta che chiedeva un favore a suo fratello, questi si dimostrava il solito irresponsabile. «Gli hai dato da mangiare o no?»
Kevin fissò il gatto rosso che, in tutta risposta, cominciò a tossicchiare, sputacchiando palline di pelo.
«Non ricordo. Strano, perché le cose importanti non me le dimentico mai.»
«Sì, come no» lo canzonò Giada. «Prova a ripercorrere la giornata all’indietro. Se gli do da mangiare due volte poi gli vengono le coliche!»
«Allora… Vediamo… Ho pulito il pavimento…»
«Tu?»
«Taci, sto pensando. Prima ho buttato la spazzatura.»
«Un domestico modello!»
«Forse gliel’ho dato prima.»
Giada aveva preso in braccio il gatto e lo stava coccolando, facendosi leccare tutto il viso.
«Oh, finalmente. Almeno stavolta non hai fatto danni. Bello il mio micione!»
Kevin era ancora perso nei ricordi.
«E prima ancora è arrivato il vicino a bussare con prepotenza. Diceva che era alto il volume dello stereo.»
Giada riappoggiò l’animale.
«Sì» riprese Kevin annuendo. «E a quel punto ho preso il coltello.»
Il gatto tossì di nuovo e sputacchiò un pezzetto di carne. Giada si chinò preoccupata.
«Ora ricordo. Sì, gli ho dato da mangiare!»
Giada urlò, quando riconobbe un dito umano.
«Strano, davvero. Le cose importanti non le dimentico mai.»

Intervista a Manuel Cinque, autore di: “Come un equilibrista”

Uno dei presentatori del festival Libri in Valle, lo scorso maggio, è stato Manuel Cinque, giovane intrattenitore di talento. Chiavennasco, classe 1984, ha pubblicato qualche anno fa, con discreto successo, il suo primo libro: “Storia di un’amicizia”. Quest’anno è uscita la sua seconda opera, “Come un equilibrista”, mentre a breve sarà disponibile una sua raccolta di poesie: “Rime sparse in versi diversi”. Ho fatto quattro chiacchiere con lui ed ecco l’intervista.

Raccontaci un po’ di te, cosa fai nella vita?

Al momento, perché di anno in anno ho sempre cercato di fare cose nuove, direi che collaboro con il Consorzio per la promozione Turistica della Valchiavenna, faccio lo speaker/animatore in diverse tipologie di eventi e per tutti i target (bambini e adulti), sono istruttore mini basket e come esperto esterno seguo anche vari progetti nelle scuole elementari di tutta la valle ed infine ricopro il ruolo di educatore presso gli oratori della mia città. Direi che queste comunque sono le mansioni principali, non mi annoio insomma.

Manuel Cinque

Sei decisamente una persona molto dinamica e impegnata in mille attività. Come riesci a incastrare in tutto questo anche il tempo per la scrittura? Qual è, per te, il momento ideale per scrivere?

La scrittura nasce casualmente in realtà con la spinta emozionale di un rapporto vissuto intensamente negli anni passati che mi ha portato a voler fare un regalo speciale ad un paio di persone altrettanto speciali. Il mio momento ideale per scrivere è sempre stato la sera o meglio ancora la notte, unici momenti in cui forse trovo del tempo per farlo rispetto ai mille impegni che derivano dai vari ruoli ricoperti sia a livello lavorativo che su quello personale.

Questo è il tuo secondo romanzo, dopo “Storia di un’amicizia”. Di cosa parla “Come un equilibrista”?

“Come un equilibrista”, così come il precedente in fondo, parte da qualcosa vissuto in prima persona, chi mi conosce lo scopre subito, per poi perdersi nel romanzo ed in cose più o meno inventate. Il protagonista del racconto si chiama Francesco che nel corso della storia vive e ci fa vivere l’amore con alcune delle sue mille sfaccettature, accompagnato dal suo sogno di diventare un cantautore famoso.

Ti piace narrare di sentimenti umani. Come mai questa propensione?

I sentimenti, a mio avviso, sono quelli che fanno muovere il mondo, le scelte di tutti, volenti o nolenti. Hanno avuto sempre una parte importante nella mia vita, nel bene o nel male, guidandomi fino ad oggi, soddisfatto e fiero di quello che sono. Talmente importanti che hanno calamitato anche la mia scrittura portandomi a cercare di raccontare quel qualcosa facile da provare ma spesso complicato da descivere.

Ti sei affidato all’autopubblicazione. Come ti sei trovato a dover svolgere tutte le fasi dell’editoria da solo? È stato difficile?

L’autopubblicazione è stata una vera scoperta sensazionale. “Storia di un’amicizia” doveva nascere sottoforma di una decina di copie massimo e diventare semplicemente un regalo come prima ti dicevo. Invece mi sono lanciato e fortunatamente cadendo in piedi, anzi non cadendo proprio direi.

Tutte le fasi dell’editoria sono state un bell’impegno, ovviamente, ma ti dirò che la soddisfazione finale è stata tanta. Sia nella parte dell’impaginazione e della copertina, sia della parte promozionale che tutt’ora è in corso e che sotto sotto non finisce mai. Quindi direi che non è stato complicatissimo, ma certo bisogna avere o trovare il tempo per farlo.

Presto uscirà anche un terzo libro, una raccolta di poesie. Vuoi parlarci anche di questo progetto?

Proprio in questi giorni ho dato il via alla promozione di “Rime sparse in versi diversi”, una raccolta di poesie in rima, come giustamente hai detto. È in parte una cosa nuova, anche se i miei lettori hanno già avuto qualche anticipazione del genere nei miei precedenti due romanzi. Non so come andrà ma mi andava di provarci. Nella vita, in fondo, prende sempre più consistenza in me il pensiero di averne solo una, che, nel limite del possibile, voglio giocarmi alla grande.

Quali sono le letture o gli scrittori a cui sei più legato e che ti hanno influenzato?

Sicuramente Fabio Volo è quello che ho seguito di più negli ultimi anni, ma anche Alessandro Baricco, Alessandro D’Avenia, Carlos Ruiz Zafòn e Shakespeare, oltre ad altri su cui di tanto in tanto ho il tempo di spaziare.

Oltre ai libri, ho sempre ascoltato moltissima musica che reputo come altra forma di scrittura impotante per la mia formazione e cito su tutti Jovanotti, ma anche Renato Zero, Ligabue, Cesare Cremonini, Eros Ramazzotti, Lucio Battisti, Ultimo e tantissimi altri.

Hai altri progetti per il futuro?

Io di progetti ne ho sempre un sacco e fin troppi, infatti poi capita che non si realizzano per nulla o in corso d’opera cambiano strada, forma o contenuto.

Per quanto riguarda nuovi libri un paio di idee le ho e spero di riuscire a portarle avanti, anche se in fondo sarà poi l’ispirazione ed il momento giusto a dettare i tempi e la volontà, come per me è sempre stato.

Link all’acquisto: Come un equilibrista

Il riassunto della seconda tappa di Libri in Valle

Ripetersi non è mai semplice né scontato. Così, dopo il pienone di Chiavenna e la soddisfazione di tutti i partecipanti, ci si chiedeva se questo clima si sarebbe protratto per tutto il festival oppure no.

Eppure, la magia si è ripetuta. Venerdì 3 maggio, alle 20:00, Libri in Valle ha fatto tappa ad Ardenno e il locale gentilmente concesso da Anna Rossi, alla Fondazione Ulisse, si è di nuovo riempito di lettori.

La moderazione era affidata a Rita Pezzola, che con la sua preparazione storica da archivista ha saputo andare in profondità in merito ai testi trattati, trovando un punto in comune: quello del legame con il passato.

L’ospite d’onore, infatti, era Alessandro Barbaglia, finalista al premio Bancarella nel 2017 con “La Locanda dell’Ultima Solitudine” (Mondadori). In quest’occasione ha presentato il suo secondo romanzo: “L’atlante dell’invisibile“. Una storia molto poetica e fiabesca, in pieno stile di Barbaglia, con protagonisti tre bambini che vedono seppellire la vallata in cui sono cresciuti, da un lago artificiale. Si parla di tutte le cose invisibili che ci tengono vivi: l’amore, il respiro, la felicità e molto altro. Cose che ci rimangono addosso, anche quando le cose materiali spariscono alla nostra vista. Ma si parla anche di Fausto Coppi e di una Milano-SanRemo che avrà una profonda influenza sulla vita di uno dei protagonisti.

Barbaglia non ha solo intrattenuto parlando del proprio romanzo, ma ha anche narrato degli aneddoti con una capacità oratoria che ha incantato il pubblico. Ci ha raccontato di quando ha ucciso il Re dei Ragni e di quando da piccolo è stato pizzicato dai Krampus, facendoci divertire ed appassionare alle sue storie.

L’intervallo musicale che ne è seguito, ha visto esibirsi due componenti della Scarlet Band: Simona Scarlet e Dino (Salvatore Fontana). La coincidenza ha voluto che Dino avesse lo stesso nome di uno dei bambini del romanzo di Barbaglia e che lavorasse in una centrale idroelettrica.

A seguire, abbiamo avuto modo di ascoltare la presentazione di “Allegra!“, il romanzo del giovane scrittore Emanuele Martinelli. Pur essendo un romanzo futuristico e distopico, ambientato nel ventiduesimo secolo, si parla anche qui di passato. Il protagonista, Brian, fugge da un mondo globalizzato e standardizzato, con persone isolate e collegate tra loro soltanto dai social e vittime della moda, partendo per una Bormio abbandonata. C’è un richiamo alle radici, alla propria cultura e un ritorno alle tradizioni e alla lingua d’origine, in questo caso l’engadinese, di cui “allegra” è il saluto più comune.

Abbiamo anche parlato de “La casa delle farfalle” (Rizzoli) di Silvia Montemurro, assente a causa di problemi di salute. Il romanzo meritava comunque il suo spazio ed è stato interessante parlare sia del modo di scrivere della scrittrice chiavennasca e sia dei riferimenti al periodo della seconda guerra mondiale.

Infine, in chiusura, c’è stata la mia presentazione della saga Jolly Roger. Ho avuto modo di spiegare il significato di questa parola, il suo utilizzo, e abbiamo parlato, oltre dei protagonisti dei cinque libri, anche di personaggi realmente esistiti, come l’Olonese e Barbanera

In conclusione, ancora una volta è stata una piacevole serata. Libri in Valle sta viaggiando a gonfie vele, raggruppando non solo i lettori della valle, ma anche scrittori che, venendo a conoscenza del successo di questa iniziativa, si stanno già prenotando per partecipare l’anno prossimo.

Al momento, però, ci concentreremo sulla terza tappa, che sarà a Sondrio, venerdì 17 maggio, al Nuovo Portico (zona Scarpatetti) sempre alle 20:00. Avremo come ospite Michele Gazo (Lorenzo il Magnifico, Mondadori), oltre che il sottoscritto, Eloisa Donadelli e Sara Pusterla, con le musiche di Sbizza.