Racconto: L’imbucato

“Ristorante Bellavista? Hanno pensato in grande!” esclamò Giada mentre accostava davanti all’ingresso della struttura.

“Le apparenze ingannano. Hanno riservato solo un piano. Se non sbaglio, quello di sotto.”

Gianluca si guardò nello specchietto e si aggiustò la cravatta bordeaux e le asole della giacca del completo. Diede un bacio sulle labbra a sua moglie e scese.

“Farò tardi. Non aspettarmi alzata.”

Si diresse alla grossa porta di vetro, da cui si poteva vedere il ristorante pieno di persone altrettanto ben vestite. Non conosceva quasi nessuno, ma sapeva che ci avrebbe messo ben poco a farsi dentro in quella cena di lavoro, a creare gli agganci giusti e a lasciare diversi biglietti da visita. Quando varcò la soglia fu subito accolto da musica Jazz di sottofondo e dal brusio di persone in fila davanti a un buffet. Gianluca iniziò a stringere mani ma vide ben presto che a un tavolo ornato di fiori era seduta una coppia di sposi. Si pietrificò e maledì se stesso per aver sbagliato piano. “Quello sopra, stupido! Quello sopra!” si rimproverò. Girò i tacchi, pronto a tornare fuori, quando una voce stridula lo irrigidì.

“Ehi, ma tu sei Max, il nipote di Clara!”

Gianluca sgranò gli occhi e si girò di nuovo, trovandosi di fronte una donna in carne, truccata con dei colori tanto accesi da sembrare parodistici. Doveva avere sui sessant’anni.

“C… Come scusi?” La donna gli prese le guance stropicciandogliele. “Ma come sei cresciuto! Francesca mi aveva detto di averti invitato ma che non saresti riuscito a venire. Com’è vivere in Australia? Eh?”

Gianluca sentì le parole morirgli in gola. Si guardò attorno e notò che diversi presenti avevano smesso di parlare, tendendo l’orecchio a quel nuovo arrivato che suscitava tanta curiosità.

“Non… è poi così male. Ho dovuto solo abituarmi allo sciacquone che gira al contrario. Mi ha scombussolato per settimane. Non possono fare le cose come noi?”

La signora lo fissava con ammirazione e annuiva convinta a quell’invettiva contro gli stranieri. Gli occhi divennero improvvisamente vitrei, però, quando capì che spettava a lei dire qualcosa a riguardo.

“Da non credere” si limitò a rispondere. “E zia Clara? Come sta?”

Gianluca iniziò a divertirsi nell’interpretare quella parte improvvisata.

“Zia Clara? E chi la tiene ferma!” disse con un sorriso affabile.

La signora sembrò non capire bene.

“Ma… sapevo fosse sulla sedia a rotelle!”

Gianluca tossì, come se gli fosse andato qualcosa di traverso.

“Ehm, no, intendevo dire: “è che la tiene ferma… la malattia… l’età… sa…”

“Capisco. E quanto mi dispiace per Franco” aggiunse la donna, abbassando il capo con la faccia intristita. Anche Gianluca la imitò e per un attimo si pentì di quel gioco andato troppo oltre, da cui non si poteva più tirare indietro.

“A chi non dispiace? Quando la morte chiama non si può far…”

“Morte? Come sarebbe? Franco è morto? Io intendevo dire che mi dispiace non sia potuto venire anche lui!”

Gianluca impallidì. La sua bugia stava per essere scoperta e non poteva prevedere l’esito di una situazione del genere.

“Eh… Sì, è morto. Gli è dispiaciuto così tanto anche a lui che il cuore non ha retto e… Non c’è stato niente da fare.”

“Non mi dire!”

“Mancherà a tutti noi. Ma prima di morire, mi ha fatto promettere di godermi la festa e di mangiare anche per lui. Mi è veramente difficile farlo, ma per l’affetto che ci legava lo farò.”

Gianluca prese un calice di alcolico della casa dal vassoio di un cameriere e lo alzò verso tutti quelli che lo stavano fissando.

“A Franco!”

La donna aveva ancora le mani davanti alla bocca, quando lui la oltrepassò diretto al buffet.

“Ora, con permesso.”

La fila era lunga e compatta. Gianluca si alzò in punta di piedi e, alla vista di quel ben di Dio, capì che sarebbe stato comodo continuare a fingere e godersi una serata alternativa, rispetto a un noioso meeting insieme a manichini di legno. Avanzavano a passo di lumaca e poteva sentire il fiato sul collo di quello di dietro. Sapeva di cipolla e si chiese se fosse causato dalle bruschette.

“Ehi!” disse all’improvviso. “Gli sposi vogliono fare delle foto con gli invitati. Hanno però solo cinque minuti. Non credo riescano tutti.”

L’intera fila si fermò e dopo pochi secondi si misero a correre verso il tavolo dei festeggiati. Gianluca si compiacque di se stesso. L’intero tavolo era per lui. Adocchiò della frutta succulenta e staccò un paio di chicchi d’uva. Se li mise in bocca come se fossero pastiglie.

“Bello il centrotavola con la frutta finta!” esclamò all’improvviso un uomo piccolo e magro alla sua destra.

Quelle parole arrivarono nel momento esatto in cui i suoi denti assaggiarono la durezza dell’uva di plastica. Quasi si ruppe un dente e fece un’espressione di disgusto, mista a dolore. Stava per sputarla d’istinto, ma l’uomo lo fissava sorridente.

“Mm” mugugnò Gianluca, annuendo e massaggiandosi il mento come un contemplatore di opere d’arte.

“Mi hanno detto che viene dall’Australia. Di cosa si occupa?”

Gianluca prese un bicchiere vuoto e, anziché farlo riempire dal cameriere, si voltò e vi sputò dentro, tenendolo poi per la parte centrale, così da coprirne il contenuto.

“Oh, sì” disse imbarazzato. “Ecco… vado a caccia di canguri” disse, menzionando l’unica cosa che conosceva dell’Australia.

“Canguri? Ma dai! E cosa ne fate? Li mangiate?”

Gianluca scosse la testa lentamente.

“No, a dire il vero li usiamo per testare tappetini elastici e… facciamo marsupi.”

L’uomo schiuse le labbra e annuì sorpreso. Forse anche lui sapeva ben poco di quello che avveniva dall’altra parte del mondo.

“Tipo Mr. Crocodile Dundee” aggiunse Gianluca, senza però ottenere alcuna reazione.

“Capisco. So che non è mai venuto da queste parti. Deve fare un certo effetto vedere per la prima volta i propri parenti. L’unico che deve averla vista è Mario, quando venne quattro anni fa da voi. Chissà come sarà contento di rivederla! Aspetti che glielo chiamo. Mario!”

Gianluca sentì la mano sulla spalla. Qualcuno lo stava per far voltare e chi se non Mario? Gli unici occhi all’interno di quella sala che avrebbero potuto riconoscerlo! L’istinto ebbe il sopravvento. Alzò veloce il calice, rovesciandone il contenuto in faccia al nuovo arrivato. Solo in quel momento, Gianluca si accorse di non avere più liquido nel bicchiere, ma solamente il chicco di plastica sputato in precedenza. Questi schizzò come un proiettile proprio sull’occhio di Mario, che si portò una mano alla faccia, gemendo e muovendosi alla cieca.

“Oh, mi dispiace. Vada a mettersi un po’ d’acqua fresca.”

Mario annuì e si allontanò verso il bagno. Il pericolo era scampato. Gianluca sospirò. Quel matrimonio stava diventando un’Odissea. Doveva andarsene il prima possibile. Si pentì di aver provato a imbucarsi.

“Ed ora, signore e signori, il lancio del bouquet!” disse una donna sui quarant’anni, tirata a lucido in un vestito a tubino blu elettrico e su dei tacchi dodici. Molte ragazze ridacchiarono, mentre si mettevano in fila dietro alla sposa, che dava loro le spalle.

Gianluca si appoggiò al tavolo e sentì le dita sprofondare in qualcosa di morbido e appiccicoso. Quando vide di aver messo la mano in una crostata, se ne disgustò. Cercò un tovagliolo con cui pulirsi ma non ne vide neanche uno.

“Attento!” esclamarono alcuni invitati. Si voltò in tempo per vedere il bouquet arrivargli addosso. Alzò la mano e lo prese al volo appiccicandolo alle dita sporche di marmellata. Provò a scrollarlo ma non si staccava.

“Ha il bouquet! La prima che lo prende si sposa, forza!” disse una delle damigelle. La massa di zitelle urlanti cominciò a galoppare verso di lui come un branco imbizzarrito. Gianluca si lasciò sfuggire un grido acuto che avrebbe fatto invidia a Freddy Mercury. Corse verso la prima porta che trovò, quella antipanico.. La spinse e si ritrovò nelle scale interne. Si voltò, le donne erano ancora alle sue calcagna.

“Quello è lo scapolo australiano! È mio!” disse una voce.

Gianluca riprese la salita con il fiatone. Giunse al piano superiore e aprì la porta, varcandone in fretta la soglia e richiudendola alle proprie spalle. Il pavimento era in legno e delle luci molto forti, di alcuni faretti, illuminavano quello spazio ristretto. Davanti a lui, un uomo, in piedi, parlava al microfono di un leggio. Era il suo direttore.

… e per questo premio non posso che ringraziare la persona che amo e che riscalda ogni giorno il mio cuore, stimolandomi a dare il meglio nella mia professione” stava dicendo con il sorriso stampato sulle labbra. Gianluca fece un passo in avanti, trovandosi sotto il fascio di luce. Davanti a lui l’intera platea di invitati al meeting. Gli occhi di tutti erano sgranati, increduli. Lui non capì subito perché lo stessero fissando, fino a che, alzando la mano, si ricordò di avere ancora incollato ad essa il mazzo di fiori.

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Ho letto “Il rumore del pallone sul cemento”

Buongiorno amici lettori.

Torno dopo un po’ di tempo per raccontarvi qualcosa delle mie letture. Oggi vi parlo de “Il rumore del pallone sul cemento” di Dario Santonico.

Ho conosciuto Dario all’evento “Novara in Bionda” e proprio quel giorno, scoprendo che non abitava nemmeno troppo distante da casa mia, ho deciso di acquistare il suo libro. Dario ha pubblicato con Book a Book, una casa editrice che si basa sul sistema del crowdfunding. In pratica, il progetto del romanzo viene esposto ai lettori e, se si giunge a un determinato numero di copie prenotate, la CE promette di investirvi con tutti i mezzi a sua disposizione, portando il romanzo fino agli scaffali delle librerie.

Dario ha raggiunto la quota massima di prenotazioni e così è iniziata la sua avventura. Nei giorni che sono seguiti alla pubblicazione ho visto un fioccare di recensioni, foto dei lettori e articoli che parlavano della sua opera. Qui vi metto la trama:

“Domenico e Giulio si conoscono da quando hanno dieci anni. Più precisamente da quando, nelle campagne della provincia romana, un pallone calciato male da Giulio unì le loro vite per gli anni a venire. Ormai adulto, Domenico ripercorre con la memoria il tortuoso percorso della loro amicizia. Dalle giornate passate a costruire casette sugli alberi alle prime gite scolastiche. Dai primi amori alle scazzottate. Dalle fughe improvvise ai ritorni inattesi. Nonostante le loro evidenti diversità, i due si ostinano a mettere in gioco la loro costante e incessante forza per tentare di colmare l’uno le rugosità dell’altro, ritrovandosi, infine, entrambi completati. Una storia che parla di una profonda amicizia, dell’evoluzione dei sogni e della riscoperta di quelle strade che sembravano dimenticate per sempre.”

 

santonico_2bis_noabb-180x280Come letto dalla trama, il romanzo parla di amicizia, quella vera, che lega due persone per un’intera vita. Il punto di partenza è un “Mikasa”, il pallone calciato male da Giulio. Già questa marca ci fa capire come si parli tanto degli anni ’90, atmosfera nostalgica per gran parte di noi, così come lo è per l’autore, cresciuto proprio in quegli anni. Per chi fa parte della stessa generazione, quindi, è un libro che si apprezza soprattutto per ciò che rievoca, dalle abitudini ai comportamenti che non si ritrovano più nei giovani che fanno parte di una categoria ormai appartenente al nuovo millennio e le sue tecnologie.

Il viaggio che il lettore intraprende, però, non si ferma a quegli anni, poiché viene percorsa la vita dei due amici per qualche decennio, facendogli affrontare cambiamenti e situazioni che li portano lontano l’uno dall’altro. Il punto di vista, però, rimane sempre quello di Domenico, ragazzo normale in cui è facile rispecchiarsi, al contrario di Giulio che appare più sopra le righe.

Questa normalità fa sì che la trama abbia un andamento piuttosto lineare, senza troppi colpi di scena, se non un paio, che potrebbero allontanare coloro che cercadsjuzn_w0aaevivno una certa tensione narrativa nelle storie. Al contrario, però, il romanzo può soddisfare quei lettori alla ricerca della profondità, perché in questa storia non mancano le riflessioni, le tematiche sentimentali e introspezioni in merito alle decisioni che Domenico deve prendere. Questo è un romanzo semplice, ma che stimola l’empatia e contribuisce a farci meditare sui legami che abbiamo costruito e sulle persone di cui ci siamo circondati.

Un buon esordio per Dario Santonico. Vi invito a leggere il suo libro mentre attendiamo i suoi prossimi progetti letterari. La sua penna ha un ottimo potenziale e sono sicuro che sfornerà tante altre belle storie.

Alla prossima. Vi lascio il link per l’acquisto.

 

Un pirata alla Baia del Silenzio

Ciao a tutti, amici lettori.

Domenica scorsa, a Sestri Levante, ho partecipato alla fiera Libri in Baia, giunta alla sua seconda edizione, nella suggestiva Baia del Silenzio.

Oltre alla bancarella, ho avuto modo di avere a che fare con molte persone straordinarie, piene di passione e buona volontà. Vestito da pirata ho potuto scattare diverse foto con altri scrittori e lettori, divertiti e sorpresi nel trovarsi un bucaniere tra i vari stand.

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Con la scrittrice Giulia Bibolotti, alias Juliet Branwen
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Con le scrittrici: Stefania Bernardo, Patrizia Ines Roggero e Michela Piazza

Alle 18:00 ho avuto anche il piacere di tenere una conferenza sul Self Publishing insieme alla editor e scrittrice Sara Gavioli. Se siete curiosi di sentire cosa abbiamo detto, ecco il link al video dell’evento:

Scopriamo il Self Publishing

E gli acquisti? Ebbene sì, sono tornato con due nuovi titoli da leggere: “Io sono l’imperatore” di Stefano Conti e “Mary Read, la saga completa” di Michela Piazza.

Senz’altro un’esperienza da ripetere. Per chi vorrà provarla sulla propria pelle, ci vediamo l’anno prossimo a LiB2019!

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Racconto: “L’ultimo fiore”

Ogni tanto, nel silenzio della notte, le sembrava di sentire un fugace ronzio. Era stato un sogno? Semplice suggestione? Iris non lo sapeva e credeva d’impazzire. Erano giorni che camminava verso nord. Un commerciante che si era perso in una tempesta di sabbia aveva giurato di essersi imbattuto in una pianura rigogliosa e di aver assaporato il succo acidulo di un kiwi. Lei non ci voleva credere e mai l’avrebbe fatto, se non fosse stata la disperazione a farle affondare i passi nella sabbia calda del deserto. Tutti attendevano impotenti l’arrivo dell’Apocalisse, tranne Iris. Si era aggrappata con forza a quell’ultima opportunità di trascinare fuori dal pantano della rassegnazione la propria razza. Erano millenni che l’uomo scampava a qualsiasi tragedia, dalle epidemie alle guerre mondiali. Sarebbe stato uno scherzo del destino troppo maligno porre proprio lei nel punto finale della storia umana. Staccò la borraccia dalla cinta di cuoio consumata e bevve un lungo sorso.

Lo zaino iniziava a irritarle la pelle, sfregando sulle clavicole. Era pesante e, oltre ai viveri, conteneva tutto il necessario per lo svolgimento della missione, sempre che la testimonianza ricevuta risultasse attendibile. Si fermò sotto il versante di una montagna spoglia, cercando ristoro all’ombra di una roccia. Seduta e con il fiato corto, osservò il panorama devastato dal tempo, dalla siccità e dall’azione indiretta dell’uomo. La mancanza di vegetazione influiva sull’atmosfera, rendendo l’ossigeno merce pregiata, contribuendo considerevolmente al suo affaticamento. Adagiò la nuca alla roccia e provò a non pensare al peso della responsabilità che gravava su di lei. Chiuse gli occhi, e si sentì in uno stato d’intontimento, come se galleggiasse nell’aria. Forse aveva preso un’insolazione. Fu a quel punto che il ronzio si ripresentò, e finalmente la vide. Minuscola come una pulce sul pelo di un cane, macchiava il cielo azzurro sopra la sua testa. Non le separavano più di una manciata di spanne. Iris fece per alzarsi ma non voleva spaventarla o perderla di vista. Doveva rimanere concentrata e seguirla con attenzione, perché quella era un’ape esploratrice e l’avrebbe di certo condotta all’alveare d’origine. Suo nonno le aveva spiegato molte cose in merito alla sciamatura e il fatto che Iris fosse una delle poche persone rimaste in vita, della sua comunità, a conoscere quei dettagli, era stato il motivo principale per cui avevano scelto lei.

Si alzò in piedi e si sistemò il pesante zaino sulla schiena. Non doveva perdere quell’occasione. Assottigliò lo sguardo e mantenne la concentrazione sulla piccola ape. Questa prese il volo, dirigendosi verso una duna. “Non siamo poi così tanto diverse” pensò Iris. “Tu sei un’esploratrice. L’intero alveare dipende da te e da ciò che troverai. Non vivi più per te stessa. Sei disposta a tutto per il benessere dell’intera comunità. Anche a morire, se necessario”. Sorrise a quel pensiero. Dopo giorni che camminava da sola in mezzo al nulla era confortante avere vicino a sé un essere vivente che condividesse la sua sorte. Salì il pendio a fatica. Arrivò in cima ansimante e ciò che vide la lasciò ulteriormente senza fiato. La distesa sabbiosa lasciava il posto a sparuti cespugli, per poi ritirarsi di fronte a erba secca e alberi che andavano a inerpicarsi sul versante della montagna. Vegetazione. Non poteva crederci. Forse c’era ancora speranza. Raccolse le ultime energie e affrettò il passo ma si rese conto di aver perso di vista l’ape. Si sentì smarrita e angosciata. Ritrovarla sarebbe stato come trovare un insetto stecco sulla corteccia di una sequoia. Iniziò ad arrampicarsi sulla roccia della montagna, aggrappandosi ai rami degli alberi che incontrava. Ogni tanto si annusava i palmi, assaporando il piacevole profumo della resina.

Quando stava per perdere ogni speranza, udì un ronzio molto più intenso. Doveva essere molto vicina all’alveare. Alzò gli occhi al cielo, cercando la provenienza di quel suono. Di una cosa era certa: veniva dall’alto. Passo dopo passo esplorò ogni pianta, fino a che non vide una macchia formicolante di insetti gialli e neri. Erano tutti ammassati su un ramo.

«Allora esistete ancora» disse Iris mettendosi a ridere per la gioia. Dagli occhi le sgorgarono delle lacrime. «C’è ancora speranza.» Si tolse lo zaino e lo aprì, estraendo la piccola cassetta di legno che sarebbe diventata la loro nuova casa. Era un’arnia in legno di abete. Sul fondo era stata montata una grata dalla trama sottile, per l’areazione, così come una mascherina a rete per chiudere il portichetto. Aveva all’interno solo una decina di telaini, così da risultare piccola e leggera e adatta al lungo viaggio. Iris l’appoggiò accanto a sé e tirò fuori le protezioni. Si trattava di una maschera a intelaiatura rigida. Come visiera era stata inserita un’altra rete metallica nera. Alla maschera era stato cucito un camiciotto provvisto di maniche, che le arrivava fino alla vita. Fu quindi la volta dell’affumicatore. Consisteva in un cilindro metallico dotato di beccuccio. Dietro gli era stato attaccato un piccolo soffietto. Iris raccolse dei pezzetti di rami secchi e li mise nell’affumicatore, per poi dargli fuoco con l’accendino. Tutto era pronto. Doveva soltanto agire e farlo con la massima cautela. Aveva ancora un paio di ore di luce ed era convinta le sarebbero bastate. D’altronde, le api erano ammassate su un ramo e questo le facilitava le cose. Prese una cesoia e, dopo essersi arrampicata sul tronco, recise il ramo alla base, tenendolo con l’altra mano. Si avvicinò all’arnia e lo scosse, facendoci finire gran parte delle api. Appoggiò il ramo di fronte all’entrata dell’arnia, così che le api residue e l’odore del ramo stesso potessero richiamare le compagne ancora in volo verso la nuova casa. Inserì uno a uno i telaini, facendovi arrampicare le api e con l’affumicatore spinse quelle sul bordo verso l’interno. Con l’aiuto di una spazzola, poi, liberò il ramo da quelle rimaste e chiuse la cassetta, imprigionandole tutte. Ci mise mezz’ora, meno di quanto aveva preventivato. Si sedette e si tolse la maschera e le protezioni, concedendosi il primo vero riposo dopo tanto tempo. Ce l’aveva fatta, aveva compiuto la missione fino in fondo. Aveva salvato la sua gente. Il mondo sarebbe stato pronto a ricominciare. Si addormentò in uno di quei sonni profondi, rimandato da troppo tempo.

Quando si risvegliò era già mattina. Si alzò di buona lena e rimise tutte le attrezzature nello zaino. Afferrò l’arnia per il manico posto nella parte superiore e si incamminò. Abbandonò la vegetazione con un po’ di amarezza. La divisione netta tra essa e l’orizzonte desertico le suonò come un monito. Gli uomini erano riusciti a distruggere ogni cosa, uccidendo anche quei piccoli insetti necessari alla loro sopravvivenza. Quelle api, da sole, erano invece riuscite a costruire il loro piccolo paradiso. Osservò l’arnia, con tutta quella vita al suo interno, pronta a far ripartire il mondo. “E se finissero per uccidere anche voi? Che ne sarà dell’intero pianeta?”. Iris si sentì combattuta, come se, passo dopo passo, stesse sprofondando sempre più nel baratro del peccato. Gli esseri umani non erano tutto. Non poteva sacrificare ogni cosa per la propria comunità. C’era in ballo molto di più. «E se fossi la vostra esploratrice, anziché la loro? Se vi dovessi comunicare il pericolo a cui state andando incontro?»

Si voltò e tornò indietro, risalendo il pendio della montagna. Nel farlo, però, incespicò e perse l’appoggio di un piede, sbilanciandosi. Rotolò un paio di volte prima che la sua mano trovasse un ramo sporgente. Lo tenne stretto e il suo corpo penzolò nel vuoto. Guardò in basso e vide che sotto di sé c’era una voragine, profonda una ventina di metri. Più in basso scorreva un fiume. Impugnava ancora l’arnia, ma questo le rendeva impossibile rafforzare la presa con due mani e issarsi. Se l’avesse fatta cadere per trarsi in salvo avrebbe potuto dire addio allo sciame e chissà, forse era l’ultimo rimasto sulla faccia della Terra. Oscillò il braccio e tentò il tutto per tutto: doveva lanciarla e sperare di farle raggiungere il terreno soprastante. Mirò con attenzione e mollò la presa al momento propizio, vedendo la cassa schizzare in alto per poi sparire nella vegetazione. Iris sentì il ramo scricchiolare, rischiava di rompersi. Allungò la mano finalmente libera e iniziò l’arrampicata, senza pensare ai dolori che la caduta le aveva procurato. Quando giunse in cima poté udire il ronzio forte delle api e questo la rincuorò. Scostò alcuni cespugli e cercò di individuarle e finalmente, in mezzo a delle radici sporgenti, vide i pezzi di legno rotti dell’arnia. Lo sciame era uscito e, irritato, volava senza meta attorno ai resti della loro casa. Iris fece un passo indietro, comprendendo che sarebbe stato meglio allontanarsi da lì. Sentì, però, qualcosa che le camminava sul braccio. Abbassò lo sguardo e vide una delle api che risaliva verso la spalla. Per un attimo che sembrò eterno, le due si guardarono. Poi, l’ape piegò la sua parte posteriore e Iris avvertì il dolore della puntura. Gemette e scosse il braccio per cacciarla via. Si strinse la parte dolente e lasciò cadere a terra lo zaino, cercando riparo tra la vegetazione. Guardò il braccio e vide che era estremamente gonfio. Le faceva male, troppo. Si sedette alla base di un albero e cercò il pungiglione. Doveva estrarlo il prima possibile. Una volta trovato, stette attenta nell’afferrarlo con la punta delle unghie. Non doveva spremerne ulteriore veleno. Lo sfilò e lo gettò via, ma il dolore non cessava. Si sentiva soffocare, la gola gonfia. “Sono allergica” pensò. L’ironia del destino aveva voluto che lo fosse proprio lei, tra i pochi sopravvissuti della sua specie. “Morirò qui, lontana da casa, per una stupida puntura”. Sentì la pressione abbassarsi e i sensi vacillare. Forse era giusto così. Loro avrebbero prosperato e sarebbero andate avanti. A lei non restava che soccombere, come tutta la sua comunità, pronti a pagare il pegno della stupidità umana. Iris tossì e chiuse gli occhi. Una volta morta sarebbe diventata terra e fu contenta di non divenire parte di quell’immenso deserto a cui qualche granello in più non avrebbe fatto alcuna differenza. No, sarebbe diventata un fiore, forse proprio un Iris, quello che piaceva tanto a sua madre. Le api avrebbero preso il suo polline. Avrebbe contribuito alla rinascita del mondo. “Sarò uno degli ultimi fiori. No” si corresse. “Uno dei primi”. Poi si abbandonò alla sua fine, sentendo svanire quel lontano e familiare ronzio.

Ho letto “L’Atlante dell’Invisibile”, di Alessandro Barbaglia

Buongiorno, amici lettori.

Sono finalmente tornato dalle vacanze e posso dirmi davvero soddisfatto delle letture che ho affrontato in questi giorni. Questo sia per il numero di romanzi letti (8 in due settimane) e sia per la bravura dei rispettivi autori. Nei prossimi giorni, quindi, scriverò degli articoli in cui metterò nero su bianco le mie impressioni. Partiamo dal primo romanzo: L’Atlante dell’Invisibile”, di Alessandro Barbaglia.

Conobbi di persona Alessandro alla fiera Libri In Baia a Sestri Levante, tenutasi l’Ottobre dell’anno scorso (se non ci siete ancora andati, fatelo quest’anno. 13 e 14 Ottobre!) e già lessi il suo primo romanzo: “La Locanda dell’Ultima Solitudine”, edito Mondadori e finalista al Premio Bancarella 2017. Se volete leggere anche cosa ne penso di quel libro cliccate qui.

Non potevo perdermi anche questa sua seconda opera e il caso ha voluto che finissi per sfogliarne le pagine nello stesso posto in cui avevo letto “La Locanda dell’Ultima Solitudine”, ossia in una baita in montagna.

Ecco la trama:

Ismaele, Dino e Sofia hanno quarantadue anni in tre quando nel 1989, in una sera di fine estate, rapiscono la luna in segno di protesta. Vivono a Santa Giustina, un lontanissimo paese fatto di baite di legno ai piedi delle Dolomiti che sta per essere sommerso da un lago artificiale, portandosi dietro tutti i loro ricordi, le gare con le lumache, il prato del castagno, i primi baci. Il progetto della diga risale al 1946. Ai tempi, gli abitanti di Santa Giustina non accettarono di abbandonare le loro case per trasferirsi al “paese nuovo” e rinunciarono ai benefici promessi nel caso di una resa immediata. Si avvicina però il momento dell’esproprio definitivo. Proprio negli anni Quaranta si sono conosciuti Elio e Teresa, e precisamente il 19 marzo 1946, in un bar Sport gremito di una folla accalcata per seguire la cronaca radiofonica della prima Milano-Sanremo del dopoguerra. Senza essersi mai visti né incontrati, Elio e Teresa – ormai anziani e da sempre innamorati l’uno dell’altra e del loro paese vicino a Milano – e i quattordicenni Dino, Ismaele e Sofia sono tormentati dalle stesse domande: “dove vanno a finire le cose infinite?”, “dove si nascondono l’infanzia, l’amore o il dolore quando di colpo svaniscono?”. E se Elio, per rispondere, costruisce mappamondi dalle geografie tutte inventate e sbagliate – descrivendo così la terra magica dove abita l’invisibile e costringendo Teresa a correggere tutto con puntiglioso realismo -, i bimbi di Santa Giustina via via che crescono si allenano a non smettere di scorgere l’invisibile tra le pieghe del reale e a conservarlo a modo loro, in una sorta di gioco segreto. In una danza fatta di immaginazione, ricordo ed elaborazione del lutto, Teresa incontrerà i bambini diventati adulti nella notte più incredibile delle loro vite: quella durante la quale, per pochi istanti di eternità, riemergerà il paese sommerso di Santa Giustina. E con lui l’amore, il dolore, l’infanzia e tutta la meraviglia che si nasconde nell’invisibile.

Come il precedete libro di Barbaglia, anche l’Atlante ci pone davanti una prosa molto poetica e fiabesca, con giochi di parole e personalità bizzarre che ci conducono a situazioni surreali, o meglio: a vivere la realtà con gli occhi di un bambino. Perchè, come i bambini sanno scorgere le cose al di là di ciò che è tangibile e reale, anche i tre giovani protagonisti si ritrovano a fare lo stesso, appuntando sul loro Atlante ciò che sfugge agli occhi. E il fulcro della vicenda è proprio quella vallata sepolta dall’acqua della diga, che ha portato via con sé le case, i prati, i luoghi in cui Sofia, Ismaele e Dino giocavano e tutti i loro ricordi. Ma dove vanno a finire le cose, quando non si vedono più? L’incanto dell’intangibile, che racchiude l’amore, il vento, il respiro, le idee, i desideri e molto altro, viene riportato a galla, collegando la trama dei tre con quella di Elio e Teresa. Anche i due costruttori di mappamondi ci mostrano una storia piacevole e divertente e, seppur inizialmente distaccata, va a intrecciarsi benissimo con la trama parallela della diga. Il tutto verso un finale carico di sentimento e di una bella morale, non risparmiandoci, però, un paio di pugni nello stomaco.

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Ho trovato questo libro molto più riflessivo rispetto al primo. Nel romanzo della Locanda c’era un obiettivo da raggiungere, dal momento che Libero aveva prenotato un tavolo per due per un futuro lontano e il lettore era da subito spinto a voler risolvere il mistero della vicenda, ossia come ci sarebbe arrivato e con chi.

In questo caso, invece, ci troviamo a seguire le vite dei protagonisti senza avere uno scopo ben preciso da raggiungere e questo potrebbe affaticarne, all’inizio, la lettura. Però, ammetto, che con lo scorrere delle pagine tutto ha preso una bella piega e, come sempre, arrivato alla fine ne sono rimasto parecchio soddisfatto.

Non mi resta che consigliarlo a tutti voi. Una storia che ha il fascino del sepolto, della nostalgia, della bellezza delle piccole cose, della fantasia, dell’amicizia, dell’amore e delle belle vallate del Trentino Alto Adige.

Al prossimo articolo!

Racconto “A casa loro”, di Gabriele Dolzadelli

Dalla vetrata del ristorante si poteva vedere il porto. Si riusciva a vedere meglio quello che la calca di giornalisti non riusciva a raggiungere per via delle transenne.
«Dicono che li rimanderanno indietro.»
Jessica stava masticando ancora la cotoletta e non sembrava attratta dalla vista del barcone e dei profughi.
«Se sono riusciti a fare un viaggio d’andata, non sarà un problema farlo al ritorno!»
Caterina annuì poco convinta.
«E poi, hai sentito?» proseguì l’amica. «Questi hanno gli smartphone e i vestiti firmati. Non fuggono di certo dalla guerra, suvvia!»
«A proposito, bella borsa. L’hai presa con i saldi?»
«Uh, grazie. Ti piace?» disse Jessica accarezzandola. «Un regalo di Domenico. Meno male che c’è lui, altrimenti mi perdo sempre queste belle occasioni. Sai, mi dimentico sempre il portafoglio a casa, ultimamente.»
«Anche oggi?»
«Anche oggi!» esclamò Jessica con teatralità, sgranando gli occhi. «Paghi tu, vero tesoro? Poi dico a Domenico di saldare il debito.»
Caterina sospirò. Non era la prima volta che si trovava in una situazione simile con lei e Domenico faceva orecchie da mercante.
«Sì, certo. Hai sentito della fuggitiva?»
«Quale fuggitiva?»
«Quella sfuggita ai controlli, no?»
«Ancora con questi profughi? Siamo venute qui a Lampedusa per un po’ di mare e di relax, non per parlare di questa gente, su!»
«Scusami.»
«E oggi ci faremo una bella giornata in spiaggia. Spero che non mi inquadri qualcuno di quei giornalisti, che sono uscita proprio trasandata.» Jessica infilzò la forchetta nell’ultima porzione di carne.
«Ma no, tesoro. Sei uno schianto. Hai preso anche un bel colorino. Ancora qualche giorno e tornerai a casa nera come il carbone.»
Jessica ridacchiò e si sporse verso l’amica, tornando seria.
«Ci credi che non mi hanno ancora portato le patatine? Questi qua dopo mi sentono.»
«Non fare scenate, dai. Anche i cuochi saranno fuori a guardare che succede.»
«A guardare cosa? Questi stanno meglio di noi. Se sapessero i problemi che abbiamo qui. Ti ho già detto che Nicola vuole smettere di suonare il violino?»
«Davvero?»
«Certo! Ma che problemi hanno i ragazzini di oggi? Se io avessi avuto le loro opportunità. Solo pensieri, guarda, una vita così stressata non la auguro a nessuno. Ma queste patatine?»
«Sta arrivando.» Caterina indicò il cameriere, che si accostò per appoggiarle sul tavolo.
«Alla buon’ora!» si limitò a dire Jessica, assecondando la volontà dell’amica. «Dove eravamo rimaste?»
«Spero davvero che non ci filmino. Immagini che figure?»
Caterina stava ancora guardando fuori dalla vetrata, inevitabilmente attratta da quelle immagini.
«Già ce le vedo quelle gallinelle, a prenderci in giro per il fatto di essere andate in vacanza in mezzo agli immigrati.»
«Attenta che scottano!»
Jessica non l’aveva ascoltata e aveva morso una patatina. La sua smorfia diceva tutto. Spalancò la bocca e piegò la lingua, facendosi aria con la mano verso il palato.
«Ohio, mi oho scohaha a ingua!»
«Lo sapevo! Sei la solita ingorda. Ascolta, lascia qui tutto. Ora andiamo in spiaggia e non pensiamo più a nient’altro ok? Vado a pagare.»
«Shi, azie.»
Mentre Caterina andava alla cassa, Jessica uscì dal locale.
«Documenti, prego.»
Jessica si voltò e vide davanti a sé due carabinieri in divisa.
«Io? Ho imennicao il pottafoi in abeggo!»
«Cosa ha detto?» Il carabiniere guardò il collega, il quale alzò le spalle.
«Questi parlano tanti di quei dialetti. Chiamo il traduttore?»
«Dopo. Avvisa intanto che, forse, l’abbiamo trovata.»
Jessica non poteva crederci. «Soho itaiana! Cateina!»
Il carabiniere prese la ricetrasmittente.
«Abbiamo una donna che inveisce in arabo e non ha i documenti. Mulatta, sui quarant’anni.»
«Quahant’anni?» Come si permetteva? Di anni ne aveva solo trentasette e li portava pure bene.
Vicino a loro arrivò una troupe televisiva. Fu montata una videocamera su un treppiedi e una donna, vestita in tailleur si mise davanti all’obbiettivo con un microfono in mano.
«Siamo qui a Lampedusa a comunicarvi il ritrovamento della donna fuggita nella mattinata…»
Caterina uscì in quel momento dal locale e Jessica la guardò speranzosa.
«Che succede?»
Uno dei carabinieri si fece avanti.
«Signora, lei conosce quest’immigrata?»
La donna si ritrovò il microfono della giornalista contro la bocca e alternò occhiate dal viso stralunato di Jessica alla videocamera. Milioni di italiani attendevano la sua risposta, anche le amiche, le colleghe di lavoro e tutte quelle del gruppo whatsapp delle mamme.
«Io? Figuriamoci. Non ci ho nulla a che fare!»
Il carabiniere annuì.
«Prendiamola.»
L’afferrarono per le braccia e la trascinarono via.
«Catehina!!!»
La giornalista si rimise in posa e toccò l’auricolare che aveva all’orecchio.
«Come già detto si vedrà di rimandare al mittente la nave appena sbarcata, seguendo le nuove normative che prevedono…»
Caterina si avvicinò alla terrazza che dava sul mare, su cui c’erano alcuni tavolini del ristorante. La vista era stupenda anche da lì. Osservò la nave e le persone attorno, piccole come formichine.
«Buon viaggio» disse, dirigendosi alla spiaggia.

Vi aspetto al Novara in Bionda

Buongiorno amici lettori.

Sono ormai con le valigie pronte per partire in vacanza e porterò con me diversi romanzi che spero di leggere spaparanzato al sole, così da raccontarvi un po’ di cose belle al mio ritorno.

Nel frattempo, però, voglio darvi appuntamento al “Novara in Bionda”, evento che si terrà a Novara Sabato 25 Agosto.

20 autori si sfideranno sul palco avendo soltanto cinque minuti a testa per raccontare la trama del proprio romanzo e bere un bicchiere di birra. Al termine della serata sarà decretato un vincitore.

Alle 21:00, presso il Castello di Novara, inizierà la gara.

Sarà anche possibile acquistare i libri degli autori ospitati, incontrare questi ultimi e farsi fare qualche dedica.

Gli autori presenti saranno: Simone Sarasso, Paolo Roversi, Marco Scardigli, Gianni Marchetti, Marco Paracchini, Rosa Teruzzi, Annarita Briganti, Giulio Galli, Renato Cantone, Elisabetta Cametti, Luca Ottolenghi, Sunny Valerio, Alberto Odone, Nicola Tangorra, Laura Minuto, Laura Di Gianfrancesco, Franco Ricciardiello, Dario Santonico, Raffaella La Villa, Riccardo Landini e Bruno Testa.

Fra questi ci sarà anche il sottoscritto e la saga Jolly Roger!

Dirigerà il tutto Alessandro Barbaglia, finalista al premio Bancarella dell’anno scorso.

Spero di vedervi. A presto!

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Come promuovere il proprio libro nel mondo virtuale

Buongiorno amici lettori. Oggi voglio trattare un tema che riguarda perlopiù il mondo della scrittura. In questi giorni, infatti, ho avuto modo di parlare con alcuni autori self (o editi da piccole CE) che si stavano organizzando in gruppi Facebook per una sorta di sostegno reciproco. Visto il mio scetticismo in merito (e in seguito ne spiegherò anche i motivi) ho deciso di dire la mia su quali siano, secondo me, i metodi migliori per promuoversi in internet. Metto subito le mani avanti, però, dicendo chiaramente che non intendo presentarmi come un guru, ma voglio semplicemente mettere in gioco la mia esperienza, con tanto di errori commessi e strade buone intraprese. Veniamo a noi.

  1. Avere una trama accattivante e originale. Seppur sia scontato, non si può evitare i mettere questo punto in cima alla lista. Se la vostra trama risulterà banale e suonerà di “già sentito” allora sarà facile che si confonderà tra le migliaia di titoli che vengono sfornati ogni anno in Italia e la vostra lotta per farvi notare sarà tutta in salita. Siate originali, pensate a qualcosa che non sia stato ancora detto o trattato e fatene il vostro punto di forza. Quando sarà il momento di promuovervi diventerà la vostra carta vincente. Per quanto mi riguarda, per esempio, la scelta del tema piratesco mi ha permesso di trattare un’ambientazione non troppo abusata nel panorama letterario. In questo modo ho potuto stuzzicare in maniera particolare sia chi voleva trovare una storia che parlasse di bucanieri e sia chi voleva un romanzo d’avventura che fosse diverso da quello solitamente proposto;
  2. curate il testo e la copertina attraverso dei professionisti del settore. La grafica e l’editing sono degli aspetti fondamentali. La prima spingerà il lettore a dare una possibilità al vostro libro, il secondo, invece, glielo farà apprezzare e faciliterà il passaparola. Purtroppo, nel mondo del self, ci sono ancora molti autori che non investono in questi due campi e questo porta i lettori non solo a sconsigliare il loro romanzo ma anche a essere prevenuti riguardo all’autopubblicazione in generale;
  3. mettete il libro in una categoria specifica. Quest’aspetto l’ho scoperto a Gennaio. Prima, la saga era inserita, in Amazon, nella categoria “Avventura”. Questo mi portava a concorrere con tantissimi titoli, molti dei quali pilastri della letteratura. Era impossibile scalare la classifica. Così ho provato a metterlo in una categoria più piccola, ossia: Pirati, per ragazzi. Non che la saga fosse specifica per adolescenti, anzi, ma ho visto che anche quel pubblico ha saputo apprezzarlo nel corso del tempo. Il risultato? Che il pubblico adulto l’ho coltivato su Facebook, mentre quello giovane l’ho trovato direttamente da Amazon, con il primo volume della saga sempre in vetta alla classifica i categoria. In questo modo ho TRIPLICATO le vendite e i relativi guadagni;
  4. le promozioni gratuite. Lo so, molti storcono il naso nel sentire parlare di queste promozioni. Dicono che significhi svendere l’opera, svalutare il proprio lavoro ecc… Eppure, l’unico modo per competere con grandi titoli e autori noti è quello di lanciare il prodotto a un pubblico vasto, così da fomentare il passaparola. Questa tecnica viene usata anche dai grandi marchi, basti pensare ai prodotti omaggio che ci vengono regalati ai supermercati. Possiamo chiudere gli occhi e ostinarci a rifiutare questo tipo di strategia, ma rimarremo sempre con un libro venduto a caro prezzo e pochissimi lettori. Quindi, il mio consiglio è quello di sfruttare i cinque giorni trimestrali che Amazon mette a disposizione, usandoli sempre tutti insieme e mai separatamente. Questo perché con i download dei primi due giorni si può arrivare in cima alle classifiche di Amazon (soprattutto se avete agito seguendo il punto 3) e avrete ancor più acquisti nei tre giorni rimanenti. Ah, dimenticavo, quando fate queste promozioni pubblicizzatele sui vostri canali e create un evento su Facebook, soprattutto le prime volte;
  5. contattate blog e Booktubers per far sì che in un breve periodo escano tutte insieme diverse recensioni al vostro libro. In questo modo sembrerà che non si parli d’altro e raggiungerete un potenziale pubblico che ama leggere e che ama il vostro genere;
  6. partecipate attivamente ai gruppi Facebook. Fatelo, inizialmente, senza secondi fini. Condividete le vostre letture, date pareri sui libri menzionati e fatevi conoscere dai membri. Che avete scritto un libro sul genere specifico di cui tratta il gruppo, prima o poi, salterà fuori da solo. A quel punto, essendo una persona nota e apprezzata, le vendite verranno da sé. Alcuni gruppi organizzano anche giornate autore, giornate spam e letture condivise. Contattate gli admin per sapere come muovervi senza infastidire nessuno;
  7. coltivate il vostro pubblico sulle vostre pagine social. Questo significa curarle con attenzione. Proponete argomenti che stimolino l’interazione, i commenti e le condivisioni. Mantenete la pagina viva e investite con delle sponsorizzazioni mirate, sia verso dei target impostati da voi e sia verso chi già ha messo il like alla pagine e i loro amici.

Questi erano sette consigli con cui partire. Avevo però anche promesso di dire la mia sul perché non funzionano i gruppi di scrittori. Le ragioni sono semplici:

A) Purtroppo, la maggioranza degli scrittori, in Italia, legge molto poco. Ritengo sia molto difficile trovare dei potenziali lettori all’interno di questi gruppi. Lo potrete notare dalla bassa interazione che hanno i post di spam che vi vengono messi;

B) quando viene proposta una lettura incrociata, con tanto di recensione, sorgono i problemi dati dal conflitto di interesse. Se un altro scrittore legge il mio libro e mi recensisce con cinque stelle, quando io leggerò il suo, mi sentirò davvero libero di esprimere con sincerità la mia opinione? O sarò legato da una sorta di debito nei suoi confronti? Forse, qualcuno risponderà dicendo che sarà sempre e comunque obiettivo, ma sappiamo tutti che non potrà essere così. Ci sarà sempre quel timore che una stroncatura possa portare a ricevere pan per focaccia e di conseguenza si vedranno girare solo recensioni più che positive. La conseguenza? Che i lettori si sentiranno presi in giro da queste recensioni farlocche e aumenterà il pregiudizio verso i libri autopubblicati;

C) stesso problema con le segnalazioni. Ho visto scrittori condividere le opere altrui a mitraglia, senza badare al contenuto Questo per puro senso del dovere e per quel famoso “sostegno reciproco” menzionato all’inizio. In questo modo si rischia di pubblicizzare e conigliare opere che potrebbero non essere valevoli e tutto ciò comprometterebbe la vostra credibilità, davanti al vostro pubblico.

In ogni caso, nel corso degli anni, i risultati hanno sempre parlato da soli. Ho visto gruppi di questo genere nascere e morire, con i loro ideatori che impazzivano di crisi nervose tra autori che non collaboravano come volevano e risultati che non arrivavano. Con i primi sette punti elencati, invece, in questi quattro anno sono riuscito a vendere migliaia di copie della saga Jolly Roger, tutt’ora in cima alle cassifiche di categoria. Io ne ho trovato beneficio e spero lo possiate trovare anche voi.

Un caro saluto e alla prossima!

 

 

Ho letto “La luce dell’impero”, di Marco Buticchi

Buongiorno a tutti, amici lettori.

Di ritorno dalle vacanze, porto con me un bagaglio di recensioni sui libri che avevo deciso di leggere in spiaggia. Quello di cui voglio parlarvi oggi è: La luce dell’impero, di Marco Buticchi.

Prima di partire voglio fare una premessa: per quanto abbia amato scrivere dei romanzi d’avventura, non ne sono un affezionato lettore. L’unico romanzo di questo genere che mi è particolarmente piaciuto è stato “L’isola del tesoro” di Stevenson, oltre a quelli di Michael Crichton, sempre che si possano definire “d’avventura”. Tempo fa avevo provato, per esempio, ad approcciarmi a Clive Cussler, ma il personaggio di Dirk Pitt aveva subito spento il mio entusiasmo. In merito al perché ne parleremo in seguito, dato che ci sono molte cose che lo accomunano al romanzo di Buticchi. Veniamo alla trama:

XIX secolo. Austria e Francia sono acerrime nemiche sui campi di battaglia. Perché allora Massimiliano d’Asburgo, per volere dell’avversario di sempre Napoleone III, viene nominato imperatore del Messico, un paese oggetto da tempo di violentissime rivolte? Massimiliano è un sovrano illuminato, amante delle meraviglie della natura e desideroso d’apprendere. Perché, nei suoi diari di viaggio, non parla dell’acquisto di due diamanti considerati ancor oggi i più grandi e preziosi mai estratti nel nostro emisfero?
Ai giorni nostri. Una banale avaria costringe Oswald Breil e Sara Terracini, in crociera a bordo del loro yacht Williamsburg, a riparare in un porto appena a sud di Tijuana, Messico. A pochi metri di distanza dall’approdo, viene ucciso un giudice che aveva fatto parte del pool antinarcos messicano. Il giudice, scopriranno Oswald e Sara, stava cercando di comunicare proprio con loro prima di cadere vittima della criminalità organizzata. Ma i cartelli della droga, si sa, non perdonano e Oswald Breil è una pedina scomoda…
L’inestricabile matassa della storia spesso gioca incomprensibili scherzi, collegando fatti lontani nel tempo e nello spazio con un impercettibile filo. I diamanti di Massimiliano sono stati, secoli prima, le basi sulle quali costruire un impero all’apparenza legittimo, ma grondante di sangue innocente. L’unica luce che brilla sull’oscurità di uomini senza scrupoli è quella che un enorme diamante giallo di 33 carati – il Maximilian II – è capace di riflettere. Una pietra sulla quale grava un’antica maledizione e che emana bagliori sinistri, capaci di offuscare persino La luce dell’impero.

Di questo romanzo mi viene da menzionare, purtroppo, soltanto un pregio: l’accuratezza storica. Ciò che avviene in Messico, il dominio di Massimiliano e le varie manovre politiche dei francesi che l’appoggiano sono ben chiarite ed esposte da Buticchi, tanto da riuscire a insegnare qualcosa attraverso il racconto. Non posso che esserne uscito arricchito, da questo punto di vista.

I difetti, però, sono a mio avviso molteplici. Elencandoli:

  1. La storia si sviluppa su due linee temporali differenti. Una nel XIX secolo e una ai giorni nostri. Il lettore viene illuso per tutto il romanzo in merito a un consistente legame che porti queste due linee a incrociarsi e ciò che viene lasciato intendere è che questo punto d’incontro sia il diamante, la Luce dell’Impero, che fa da titolo perfino al romanzo. Vi assicuro, però, che sotto questo aspetto la storia diventa deludente e le due trame risultano slegate se non per una piccola forzatura che non aggiunge nulla alla storia.
  2. I personaggi stereotipati. Questo è stato il motivo principale per cui ho faticato a digerire il romanzo. I due principali cattivi, Lee Cole e Carlos Ruiz, sono privi di spessore. Non viene spiegato nulla della loro personalità e dei motivi che li hanno portati a determinate scelte. Vengono definiti semplicemente “malvagi” ed è lo scrittore, quindi, a suggerirti (se non importi) cosa devi pensare di loro. Credo che questa cosa, oltre a rendere grottesche certe scene, abbia violato apertamente la regola del “show don’t tell”, ossia mostrare senza raccontare. Anche i personaggi buoni soffrono della medesima cosa. Oswald Breil, protagonista seriale di Buticchi, viene presentato come uomo di successo, pieno di soldi, acclamato dal mondo intero come eroe internazionale. Tutti lo amano, tutti lo acclamano e tutti gli fanno la riverenza, in qualunque parte del pianeta si trovi. Non esistono elementi negativi in Breil né aspetti caratteriali che fungano da sfumature. Lui lo devi amare, per forza di cosa, e questa imposizione diventa un po’ nauseante nel corso del racconto. Anche sua moglie Sara è descritta come donna irresistibile, bellissima e intelligentissima e ogni membro dello staff di Breil gode delle migliori competenze che esistano, potendo fare qualsiasi cosa abbiano in mente. Tutto questo non rientra nei miei gusti, perché prediligo personaggi più controversi, interpretabili e difficili da collocare. Non capisco nemmeno perché creare un difetto fisico a Breil, ossia il nanismo, quando questo non ha il minimo impatto sul personaggio. Se non ci venisse ripetuto che Breil è un nano, non ce ne accorgeremmo nemmeno. Non esistono disagi per lui e questo manda a monte il tentativo di dargli questa peculiarità (se volete vedere un vero nano che trasforma il suo difetto in pregio e vive appieno la propria condizione, andate a leggervi qualche pagina su Tyrion Lannister, nella saga di George Martin).
  3. I “Deus ex machina”. Il romanzo ne è pieno. I personaggi “positivi” tendono a cavarsela in ogni situazione. Se non per il proprio ingegno, riescono grazie all’immancabile intervento di terzi. Buticchi ne fa un largo abuso in questa storia, tanto da risultare, alla fine, troppo prevedibile.
  4. Le forzature. Anche in questo caso ce ne sono molte. Tante di queste mi sono suonate come delle palesi prese in giro. Per fare un esempio che non rovini la lettura del romanzo, a un certo punto uno dei cattivi decide di fare un regalo all’imperatore Massimiliano, per rafforzare il proprio legame con lui. Decide di regalargli una spilla. Visto che la storia doveva orientarsi in una specifica direzione e veniva comodo che l’imperatore sospettasse dei piani “malvagi” del cattivo, viene detto che per Massimiliano le spille erano da sempre state sinonimo di tradimento e che quindi, quel gesto, aveva acceso i suoi sospetti. Anche le coincidenze sono eccessive. Seguiamo la storia di tre gruppi di persone (i cattivi, la famiglia olandese e la coppia brasiliana) che pur spostandosi per il mondo intero finiscono sempre per incontrarsi e intrecciare le proprie storie. A meno che Buticchi non volesse marcare molto sull’intervento del destino, questi intrecci risultano a lungo andare poco credibili.

Insomma, credo di aver detto abbastanza in merito ai motivi per cui non ho apprezzato questo libro. Ho fatto davvero fatica a finirlo e non soffrivo così tanto da quando ebbi la brillante idea di leggere Jules Verne. Purtroppo, Oswald Breil è diventato uno dei personaggi che più ho detestato, alla pari con Dirk Pitt. I motivi, alla fine, sono sempre gli stessi.

Chiaramente questo è solo il mio parere e so che da molte persone Buticchi è acclamato e i risultati parlano chiaro. Come si suol dire: de gustibus.

Aggiungo che il libro lo comprai in occasione della fiera Tempo di Libri, a Sestri Levante, a cui andai l’anno scorso. Buticchi fu molto gentile, mi fece una dedica e scattammo una foto. Purtroppo, per quanto sia una persona garbata e a modo, le sue storie non fanno per me. Una seconda possibilità, però, non si nega a nessuno. Staremo a vedere.

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Ho letto “Il buio dentro”, di Antonio Lanzetta.

Buongiorno amici lettori.

Come mi ero promesso, sto riuscendo a tenere un buon ritmo di lettura. Facendo un riepilogo dei romanzi letti e recensiti qui sul blog da Gennaio a oggi, ci troviamo fra le mani: Incubo (Wulf Dorn), Dannati (Glenn Cooper), La freccia nera (Louis Stevenson), Mosaico (Marco DeLuca), On Writing (Stephen King, anche se questo è più un manuale) e Misery (Stephen King). Considerando anche il libro di cui ora vi sto per parlare, siamo a quota sette libri in quattro mesi e viste le mie precedenti medie posso dire di aver fatto dei buoni passi in avanti.

Ma qual è l’ultimo romanzo letto? Si tratta de “Il buio dentro” di Antonio Lanzetta.cover-il-buio-dentro-top-ten

Ero venuto a conoscenza di questo libro a causa di una serie di fortunati eventi. Seguivo Alessia Coppola, autrice amica di una BookTuber che mi aveva recensito e che aveva appena firmato un contratto con La Corte Editore per pubblicare Wolfheart (da poco, Alessia ha pubblicato anche con Newton Compton Editore, con Il profumo del mosto e dei ricordi).

La Corte Editore è una CE di Torino che mi ha affascinato sin da subito. Osservandola anche alle fiere ho avuto un piacevole impatto con la sua veste grafica, sia nella gestione degli stand che nelle copertine e ho percepito una grande dose di coraggio e determinazione che, a mio avviso, la farà diventare presto una piacevole realtà inserita tra le big di casa nostra. Così, iniziando a sfogliare i suoi autori e i suoi titoli, mi sono imbattuto in Antonio Lanzetta, uno dei suoi scrittori di punta che ha iniziato a vendere anche all’estero con grande successo (in Francia, Belgio e Canada). Da lì ad acquistare una copia del suo romanzo il passo è stato breve. Veniamo alla trama:

Il corpo di una ragazza viene ritrovato appeso ai rami di un albero. Il filo spinato scava nei polsi e nella corteccia di un vecchio salice bianco. Le hanno tagliato la testa e l’hanno lasciata sul terreno solcato dalle radici, gli occhi vuoti ora fissano quelli di Damiano Valente. Lui è lo Sciacallo, un famoso scrittore specializzato nel ricostruire i casi di cronaca nera nelle pagine dei suoi libri. Nessuno conosce il suo aspetto, e per Damiano questa è una fortuna: il volto deturpato da cicatrici e quella gamba spezzata che si trascina dietro come un fardello non sono trofei che gli piace mettere in mostra. Lo Sciacallo è un cacciatore che insegue nella morte le tracce lasciate dall’assassino della sua amica Claudia. Un omicidio avvenuto nell’estate del 1985, quando lui era solo un ragazzino con la passione per la corsa e amici in cui credere. Un omicidio che gli ha cambiato la vita.Trentuno anni dopo, Damiano ritorna ai piedi di quel maledetto salice bianco, per dare una risposta a quella sua ossessione che come una ferita pulsante gli impedisce di andare avanti. Con lui ci sono gli amici di sempre, Stefano e Flavio, le cui esistenze si intrecciano inesorabilmente nella dura e cruda scoperta della verità, riportandoli a rivivere le emozioni di una folle estate che ha segnato le loro vite per sempre.

Il romanzo, come abbiamo appena visto, si divide in due linee temporali: una ambientata ai giorni nostri e l’altra nel 1985. Questo ci permette sia di seguire le indagini relative all’omicidio di Elina che di approfondire la vita della persona chiamata ad aiutare la polizia nella cattura dell’assassino, Damiano Valente.

Damiano, Stefano e Flavio sono infatti tre uomini la cui infanzia è stata profondamente segnata dalla morte della loro amica Claudia, avvenuta nello stesso modo in cui è morta Elina.

Ho trovato molto interessante il fatto che le due linee temporali in questione siano state narrate da due punti di vista differenti. Ai giorni nostri veniamo catapultati nei panni di Damiano, segnato sul volto da brutte cicatrici e con una gamba malridotta. Nel passato, invece, ci ritroviamo in quelli di Flavio, così da poter conoscere meglio anche questo secondo protagonista della vicenda. Questo stratagemma aiuta moltissimo a stimolare l’empatia nel lettore, anche se l’unico difetto è quello di trascurare il terzo elemento, Stefano, con cui si fa fatica a entrare in sintonia (probabilmente è voluto, data la secondaria importanza del personaggio, anche se mi sarebbe piaciuto condividerne maggiormente i sentimenti).

Le atmosfere potrebbero ricordare inizialmente It di Stephen King, con Damiano e Stefano che sulla tomba di Claudia ricordano la promessa fatta da bambini, ma ho riscontrato molti più richiami a Mystic River di Dennis Lehane. In ogni caso, emerge come siano stati, probabilmente, questi due autori ad aver influenzato profondamente Lanzetta.

I protagonisti sono tutti quanti perfettamente disegnati, anche Claudia, per cui sono arrivato a provare una terribile sofferenza e angoscia al momento della morte, sentimenti che non provavo, credo, da quando lessi “Nel bosco” di Tana French.

Direi, quindi, che l’aspetto emotivo sia il punto forte di questo autore nostrano, ben dimostrato in un romanzo dove i rapporti interpersonali prendono il sopravvento su quella che l’indagine vera e propria. Difatti, lo svolgersi di questa avviene in maniera molto rapida e semplice, senza i complicati rompicapo a cui siamo abituati nei classici gialli e thriller. Forse, qualche amante del genere potrebbe risultarne deluso ma, per quanto mi riguarda, l’evoluzione dei personaggi mi ha così tanto preso da rimanerne comunque appagato e soddisfatto.

L’unica nota dolente è che sono riuscito a capire chi fosse l’assassino fin troppo in anticipo. Gli indizi disseminati lungo il percorso mi sono sembrati troppo espliciti e questo ha tolto un po’ di gusto alla lettura.

Per il resto, non posso che consigliare assolutamente questo libro e a tenere d’occhio un autore che avrà ancora molto da dire non solo nel nostro paese, ma anche a livello internazionale.

Voto: 8,5

Ps. Da poco è uscito il suo secondo romanzo: “I figli del male”, sempre edito da La Corte Editore.