Quindici uomini

Le vele erano flosce, come un vecchio stanco e in attesa di morire. Lo erano un po’ tutti, su quella nave. Fermi e in attesa di un destino già scritto. Il mare era un grosso specchio privo di imperfezioni sotto un sole bollente. Etienne si sentì come carne su un falò e per un attimo invidiò l’ultimo porco che aveva visto girare sul fuoco. Il suo odore era perlomeno gradevole. Il loro, invece, era fetido e malato, come se fossero già morti.
Tossì e si coprì le labbra screpolate con il colletto della camicia ingiallito. Ambroise e Roland stavano trasportando il corpo di Fabrice, morto mezz’ora prima. Avevano speso giusto due parole, facendo una preghiera collettiva. Ora bisognava liberarsene, prima che iniziasse a colpirli anche qualche pestilenza.
Etienne li vide far ondeggiare il cadavere. Mollarono la presa e lo fecero cadere in mare. Il tonfo irrigidì lo stomaco di Etienne. Il pensiero che, presto o tardi, sarebbero tutti finiti sul fondale lo angosciava.
«In quanti siamo rimasti?» chiese a Edmond, al suo fianco.
Il giovane fece un rapido calcolo, aiutandosi con le dita annerite dallo sporco.
«Tredici, più noi due e il prigioniero, capitano.»
Etienne annuì e si avvicinò a babordo. Avrebbe dato oro per un solo filo di vento che gli accarezzasse i capelli e la barba. Invece, niente.
«Alcuni pensano che…» riprese a parlare Edmond, facendosi coraggio. «Potremmo essere vittime del Kraken. Ho detto loro che è solo una sciocchezza, leggende antiche di qualche secolo fa.»
Etienne lo guardò negli occhi e capì che non erano altri a farsi simili idee, quanto il giovane stesso. Accennò un sorriso e annuì, confermando le sue ultime parole. Lì, nel mare caraibico, se ne dicevano molte.
«Abbiamo altro da temere» disse, per poi scendere i gradini di legno e andare a far visita al prigioniero.

Sottocoperta si era ben riparati dal sole, ma la morte sembrava più ingombrante.Alcuni marinai riposavano sulle amache, senza più energie, dopo tutti quei giorni di navigazione. O meglio, di galleggiamento. Due topi si rincorsero da una parte all’altra di quello spazio angustio, forse alla ricerca di cibo. Non che ne fosse rimasto molto, anzi.
Etienne chiamò Roland. Questi scese i gradini in maniera un po’ goffa. L’uomo aveva le guance scavate e delle profonde occhiaie. Etienne non sapeva se fosse solamente la fame a dare quel brutto aspetto ai suoi uomini, o se ci fosse dell’altro.
«Tieni d’occhio le riserve. Ho visto dei ratti.»
Gli occhi di Roland si illuminarono ed Etienne gli afferrò il braccio.
«No. Non siamo ancora arrivati a quel punto. Non ancora.»
Sapeva a cosa stava pensando. Nutrirsi di ratti non sarebbe stato molto salutare per la ciurma. Potevano ancora razionare qualcosa, ne era sicuro. Almeno un altro giorno.
Roland ne fu contrariato e si allontanò.
Quando se ne fu andato, Etienne si avvicinò alla botola che portava alla stiva. Scese e avvertì l’odore nauseabondo di feci e urina. Dovevano essersi dimenticati di svuotare il secchio del prigioniero in mare. Quando atterrò sull’assito, sentì l’uomo tossire.
Una lanterna illuminava le botti ormai quasi vuote di rum e due casse, di cui solo una mezza piena di carne essiccata. In un angolo, invece, si intravedeva la sagoma di Anthares De Pascal. Era decisamente meno grasso di quando l’avevano incatenato. Anche lui pativa la fame e la sete, ma non era a digiuno di spirito, dal momento che non perdeva occasione di lanciare loro maledizioni.
«Che possiate morire tra le onde di questo mare!» disse, sputando sulla punta degli stivali logori di Etienne. Il capitano della Emeraude si sedette sulla cassa vuota, davanti all’uomo.
«Così sia, De Pascal. Affonderemo tutti insieme. Ma sapete quale sarà la differenza tra noi e voi?»
Anthares non rispose, ma mantenne l’espressione di disprezzo.
«Che noi abbiamo la coscienza pulita di fronte a Re Luigi, alla Francia e a Nostro Signore. A quelli come voi, invece, ai traditori, spettano solo le fiamme dell’Inferno. A chi appartengono, dunque, le vostre maledizioni? Al Diavolo o al Buon Dio?»
De Pascal fece per scattare in avanti ma le catene, ancorate alla parete, gli strattonarono le braccia indietro.
«Maledetto stalliere! Non sei nemmeno capitano di questa nave e ti credi vicario di Cristo? Metà degli uomini che ti sono rimasti erano con me, quando mi sono schierato con le Provincie Unite! Non dimenticartelo!»
Etienne non si scompose e lo osservò sbraitare, come guardando un cane in gabbia. Quello che diceva era vero. Li aveva comprati in cambio della sua omertà in merito al loro tradimento. Solo il capitano De Pascal avrebbe fatto i conti con la giustizia del re, come se la decisione di combattere accanto al regno d’Olanda fosse stata solo una sua idea. Non rimpiangeva quella decisione. Senza gli uomini fedeli a De Pascal avrebbero fatto ben poca strada. Ogni uomo sopravvissuto alla fame era un’importante risorsa.
«Sono solo uomini che si sono lasciati sedurre dalle vostre false promesse. Chi deve rendere conto siete solo voi. Le loro anime non sono ancora perdute.»
De Pascal cominciò a ridere di gusto, sputacchiando saliva sull’assito.
«Non c’è anima umana che non sia persa, stalliere. Ognuno di noi è sia santo che diavolo. Dipende dal punto di vista e dalle circostanze.»
Etienne si alzò, infastidito da quella conversazione.
«Il mio punto di vista sarà ai piedi della forca, monsieur. Il vostro quale sarà?» Se ne andò, senza voler sentire risposta.

Nel cielo non c’era traccia nemmeno di una nuvola e il vento continuava a non arrivare. Etienne aveva fatto calcolare la loro posizione al nostromo, Damien, che aveva indicato quanto poco fossero lontani dall’isola di Hispaniola. Perché mai dovevano fare quella fine a un passo dalla salvezza? Uno scherzo del destino? O era Dio in persona a punirli? Etienne mise la mano sotto la camicia e tirò fuori il crocifisso di legno che portava al collo. Si inginocchiò e pregò. Non era ancora arrivato alla fine del Padre Nostro che Ambroise venne da lui. La lunga ombra di quel marinaio snello e dinoccolato gli offrì per un attimo riparo. Etienne lo guardò dal basso, capendo dalla sua espressione che non portava buone notizie.
«La carne secca è quasi finita» disse. «Ho proposto di dimezzare le razioni per guadagnare qualche giorno, ma si è accesa una discussione. Forse è il caso che venga anche tu.»
Etienne annuì e lo accompagnò sottocoperta. Era ancora vivo il vociare del battibecco e, quando arrivarono, trovarono Edmond a terra, con il labbro spaccato. Su di lui si stava avventando Thibaut. Era stato un falegname, prima di arruolarsi, e lo dimostravano la grandezza degli avambracci e dei polsi. Afferrò Edmond per la giubba, mentre attorno a loro si erano formati due schieramenti che non facevano altro che inveire.
Etienne afferrò Thibaut per i capelli e lo strattonò, portandosi subito a distanza di sicurezza, per evitare di venire coinvolto nella rissa.
«Si può sapere che sta accadendo? Non siamo animali, per Dio!»
Thibaut grugnì e scrollò il pugno con le nocche sanguinanti.
«I tuoi uomini si mangiano le razioni alle nostre spalle!»
«Menti!» sbottò Edmond, mentre si faceva aiutare da Ambroise a rimettersi in piedi.
«Non possono essere finite così presto! Avevamo ancora mezza cassa di carne secca!»
«Siamo in sedici! Quanto credi che possa durare?» ribatté Roland, puntandogli contro l’indice. «Avremmo potuto liberarci di quella canaglia del vostro capitano, forse sì che avremmo guadagnato qualcosa, anziché sfamarlo!»
«Torna a cibarti di ratti, cane rognoso!»
Etienne intervenne tra le parti, con le braccia distese.
«Zitti! Qui siamo tutti quanti membri dello stesso equipaggio, non dimenticatelo.»
Thibaut sputò per terra e se ne andò verso la propria amaca, seguito da altri due uomini.
Ambroise si avvicinò a Etienne.
«Ci creerà altri problemi» gli disse all’orecchio.
Etienne annuì. Fece una rapida conta mentale e vide che degli ammutinati erano sopravvissuti solo in nove, mentre di quelli che erano stati fedeli a De Pascal ce n’erano sei. Non avevano una maggioranza schiacciante.
«Dimezza le razioni come avevi pensato» gli disse, mentre sentiva la risata del prigioniero provenire dalla stiva.

Il giorno dopo, Roland aveva la febbre alta. Delirava e sudava nella propria amaca e il giovane Edmond, con ancora il viso gonfio per il cazzotto di Thibaut, cercava di accudirlo. Non aveva nulla con cui bagnargli la fronte, se non acqua di mare. Edmond aveva provato a fargli bere un po’ di rum per idratarlo, ma sia Thibaut che uno dei suoi compari, un tale basso e sdentato di nome Guillame, l’avevano guardato in cagnesco, facendolo desistere.
«Si è sicuramente ammalato con i ratti» disse Damien, il nostromo. «L’abbiamo visto prenderne uno e addentarlo crudo. Non doveva farlo.»
Prima ancora di preoccuparsi della salute del marinaio, Etienne era in ansia per il vantaggio numerico che andava ad assottigliarsi.
«Capitano» disse il giovane Edmond venendogli incontro. «Tutte queste disgrazie… Abbiamo addosso la maledizione di Davy Jones. Finiremo tutti nel suo scrigno. Già lo vedo a deriderci, agitando la coda e sbuffando fumo blu. L’ho sentito, questa notte. Rideva!»
Etienne doveva gestire al più presto la situazione. Era certo che Edmond stesse prendendo un granchio e che quella risata non poteva che essere quella di De Pascal.

Etienne sentì qualcuno vomitare. In un primo momento pensò che fosse Edmond, ma poi si accorse che veniva dalla coperta. Una volta saliti, videro Guillame che rimetteva oltre l’impavesata di prua.
Dopo aver sputato fuori l’anima e pulito la bocca con la manica della camicia, Etienne vide che non era per un normale malessere. L’uomo era ubriaco. E se era arrivato ad esserlo, c’era soltanto una spiegazione.
«Chi ti ha dato il rum? Chi te lo ha dato?» Etienne lo strattonò più volte, cercando di cavargli fuori una risposta che non arrivava. Era troppo brillo per formulare anche solo un pensiero. Lo spinse per terra e andò sottocoperta da Thibaut.
«Sei stato tu?»
Il grosso marinaio stava parlando con un altro dei suoi e sembrava sorpreso dall’arrivo di Etienne e dal suo tono.
«A fare cosa?»
«A dare del rum a Guillame! Gliel’hai dato tu? L’hai fatto per quella storia della carne secca?»
Thibaut fece una smorfia e scansò Etienne con un gesto secco della mano. Era così forte che gli ci volle ben poco, considerando anche quanto Etienne fosse spossato.
Thibaut salì i gradini e riemerse all’aria aperta, trovando Edmond che cercava di adagiare a terra Guillame, molle come un mollusco.
Accadde tutto molto in fretta. Thibaut estrasse un coltellaccio che teneva tra pantaloni e fianco destro. Ne strinse l’impugnatura e si avventò su Guillame, inchiodandolo al suolo con una coltellata al petto. Edmond fece solo in tempo a gridare e a scostarsi, guardando la scena inorridito. Etienne sfilò la pistola dal fodero e la puntò sull’aggressore, che si voltò con la solita aria di sdegno, pulendosi la lama sui calzoni.
«Il furto è punibile con la morte, capitano» disse in un ringhio. «E noi non abbiamo più niente da bere, a quanto pare.»
Etienne abbassò l’arma. Non aveva senso sparargli. Aveva ragione. Ormai erano tutti condannati a una morte lenta e dolorosa.
Sentì di nuovo la risata provenire dalla stiva. Questa volta ne aveva abbastanza. Scese dal prigioniero e trovò De Pascal piegato in due.
«Perché te la ridi tanto?» disse, tenendo sempre la pistola in pugno.
Anthares adagiò la nuca contro il legno e lo guardò con la bocca sollevata da un lato solo.
«Avete iniziato ad ammazzarvi tra di voi, Etienne? Non eravate voi quelli che avrebbero dato la vita per la patria? Per i propri fratelli francesi? O stai iniziando a cambiare idea?»
Etienne voleva sparargli e porre fine a quell’essere viscido e insolente. Non sarebbe stata una cattiva idea. Morto lui non ci sarebbero più state possibilità di rivolta da parte di Thibaut e i suoi, a meno che non volesse lui stesso divenire comandante.
«Sei stato tu a dirgli di bere?» Aveva questo dubbio. Le scorte, d’altronde, erano lì insieme al prigioniero.
Anthares alzò le spalle.
«Gli ho solo offerto un secondo giro. Se c’è chi si mangia tutta la carne secca, perché non rendere pan per focaccia con un po’ di rum? Se si deve morire, meglio farlo con una bella sbronza, no?»
Etienne si irrigidì.
«Nessuno ha mangiato nulla che non fosse già stato razionato e tu lo sai bene!»
Anthares sputò per terra, vicino al secchio delle feci. C’era una puzza tremenda.
«Quello che so è che ho visto più volte il tuo amico Damien, il nostromo, venire a mangiarne un po’, quando credeva che dormissi. Non ti sembra che sia piuttosto in carne, rispetto a voi?»
Etienne alzò la pistola e sparò. Un colpo che fece sobbalzare il corpo del prigioniero, facendo tintinnare le catene. Un colpo al cuore, che spense definitivamente la sua lingua velenosa.
Ambroise rimase a bocca aperta e gran parte degli uomini accorsero a vedere. Etienne aveva il braccio che tremava. Senza dire nulla, se ne andò.

Roland morì nel sonno. Almeno, così gli raccontarono. Etienne non ci credette fino in fondo.
Roland stesso aveva proposto di diminuire le bocche da sfamare e forse qualcuno aveva fatto lo stesso ragionamento con lui.
Quello che lo lasciò più basito fu, però, vedere Thibaut e Bartholomé, il timoniere, trasportare i corpi morti di Guillame e Roland giù nella stiva. Quando chiese loro il motivo per cui non li avevano gettati in mare, fu raggelato dalla loro risposta.
«Capitano, che Dio ci perdoni se riusciremo a guadagnare qualche giorno. La carne è pur sempre carne» gli disse Thibaut con gli occhi umidi.
Etienne ne fu disgustato, ma non glielo impedì. Ognuno avrebbe reso conto delle proprie azioni, una volta morti. Ormai doveva pensare soltanto a sé stesso.
Damien propose di orinare in vecchie bottiglie di rum e di guadagnare un po’ di sopravvivenza anche in quel modo. Qualcuno seguì il suo consiglio e sottocoperta iniziò a sentirsi, insieme all’odore di malattia e sudore, anche quello di piscio.
Etienne si rifugiò nella cabina del capitano. Si sedette alla propria scrivania e aprì il cassetto dove teneva la pistola. L’aveva armata subito dopo l’omicidio di De Pascal ma volle controllare che tutto fosse a posto. Rimase stupito quando non la trovò. C’era solo il sacchetto con le pallottole di scorta.
Poi sentì lo sparo. Insieme agli altri accorse sul ponte e trovò Ambroise al suolo, con la pistola ancora in pugno. Si era sparato un colpo alla tempia, preferendo il suicidio a una morte di stenti.
Etienne sentì una lacrima rigargli il viso. Si avvicinò e gli tolse l’arma di mano, mentre Thibaut e Damien si stavano già affrettando per portarlo nella stiva.

Quella notte, Etienne sognò Davy Jones. Rideva, seduto sul pennone, con i suoi grandi occhi e le tre fila di denti. Rideva, mentre lo guardava, poi assumeva le sembianze di Anthares De Pascal. Quella risata, difatti, era la sua.
«Siamo tutti sia santi che diavoli, mio ingenuo stalliere» diceva dondolando le gambe nel vuoto.
Etienne si svegliò di soprassalto, sudato, seduto sulla sedia della propria scrivania. Riaprì di scatto il cassetto, temendo che qualcun altro avesse imitato il povero Ambroise, ma era tutto al suo posto. Si alzò e barcollando si avvicinò all’armadietto sotto la biblioteca scarna dell’Emeraude. Lo aprì con una chiave e dentro trovò al suo posto anche l’ultima bottiglia di rum rimasta.
Non l’aveva soltanto nascosta all’equipaggio. L’aveva messa sottochiave anche per se stesso. Voleva razionarla per l’ultimo atto, prima della chiusura del sipario. Almeno, questo era quello che si era detto, ma quando Roland era morto senza nessuno che gli inumidisse le labbra e ancor più dopo il suicidio di Ambroise, aveva capito che quella bottiglia non l’avrebbe mai condivisa con nessuno.
Saremo solo io e te, nel nostro abbraccio finale, prima di morire e di volare come un gabbiano.
L’accarezzò e fu tentato di aprirla. Il corpo reagiva ai crampi allo stomaco e alla gola ardente. Dovette violentarsi per non farlo. Poteva resistere ancora un altro giorno, si diceva, ma c’era anche una voce sinuosa che gli sussurrava che solo un sorso non avrebbe fatto differenza.
Stava per decidere, quando la porta si aprì di scatto. Damien stava per dire qualcosa, ma si interruppe sul nascere.
«Capitano… Ma che…»
Etienne, dopo un solo secondo di paura, riprese il controllo di sé.
«Vieni dentro, Damien. Ti devo mostrare una cosa.»
Il nostromo entrò titubante e richiuse la porta alle proprie spalle.
«Capitano… Credevo che le scorte di rum…»
Etienne annuì e accennò un sorriso sulle labbra screpolate. Gli andò incontro.
«Lo credevo anche io, Damien. Ma come vedi, ho appena scoperto che…»
Senza preavviso, Etienne sollevò la bottiglia, tenendola per il collo, e colpì Damien alla tempia. Fu un rumore sordo e il timoniere cadde a terra in un tonfo. Stava per chinarsi e porre fine a quanto cominciato, anche se l’uomo non sembrava dare segni di vita, quando un’altra voce chiamò il capitano.
Etienne appoggiò la bottiglia per terra, aveva il fiato corto. Arrancò fino alla porta e la socchiuse, facendo capolino fuori. Erano Edmond e Thibaut e sembravano parecchio concitati.
«Abbiamo del vento! Del vento che spinge da sud!»
Etienne non poté fare a meno di sorridere. Uscì, richiudendosi la porta alle spalle.
«Tutti ai propri posti! Vediamo di portare questa bagnarola in porto!»
Anche altri uomini accorsero, accompagnati da grida di giubilio.
Quello che Etienne non si aspettò era che la porta si aprisse all’improvviso dietro di lui.
Damien si palesò, con del sangue che gli macchiava i capelli e che gli scendeva fino alla guancia. Aveva in mano la bottiglia di rum, anch’essa sporca di rosso.
«Questo maledetto ha del rum! Ha cercato di uccidermi!»
Gli occhi di Thibaut si dilatarono, come una tinta nera versata in una bacinella d’acqua. Afferrò Etienne per il collo e lo appese alla parete.
«Maledetto, lo sapevo!» disse ringhiando.
Etienne, sollevato da terra, provò a scalciare, per colpirlo agli stinchi o ai genitali, ma non sortiva nessun effetto.
«Lascialo andare!» urlò il giovane Edmond, provando a colpirlo a sua volta, ma Thibaut non mollava. Edmond estrasse allora il suo coltellaccio e pugnalò Thibaut, facendogli finalmente mollare la presa.
Etienne cadde a terra e vide Thibaut, sanguinante al fianco, aggredire Edmond, rotolando con lui per terra.
Scoppiò l’inferno. Damien sollevò la pistola, che Etienne doveva aver lasciato sulla scrivania, e la puntò su Edmond. Divenne una lotta tra fazioni. Qualcuno gli saltò addosso poco prima che premesse il grilletto e la pallottola, anziché l’uomo a terra, attraversò il bacino di uno dei marinai accorsi. Ci fu chi intervenne a favore di Damien, chi di Edmond o di Thibaut.
Etienne cercò di alzarsi in piedi e di correre verso le scale ma qualcosa lo artigliò alla caviglia, facendolo cadere in avanti e sbattere il muso sul primo gradino.
Avvertì il sapore del sangue in bocca, non riusciva a respirare. Il dolore gli esplose nel cervello. Si appoggiò con le mani e si voltò. Era Thibaut che, sofferente, cercava di strisciare su di lui. Lo vide sollevare il coltellaccio di Edmond, che giaceva morto, lì accanto. Lo abbassò con violenza sulla sua coscia e glielo conficcò nella carne. Etienne gemette e con l’altra gamba gli assestò un calcio in pieno viso, liberandosi della sua morsa.
A quattro zampe, risalì le scale e finalmente arrivò alla coperta. Dietro di lui solo grida e morte. Avvertì il vento che gli accarezzava la pelle e gli sembrò un sogno. Si lasciò cullare e infine perse i sensi.

Riaprì gli occhi quando sentì qualcuno camminare sul ponte. L’assito scricchiolava sotto i passi di più persone.
«Ambroise?» chiese a bassa voce, ricordandosi subito che Ambroise era morto.
Vide un paio di stivali e un viso sbarbato che lo stava fissando.
«Ehi, questo è vivo!» esclamò in francese. Qualcun altro si stava avvicinando.
«Più che una nave sembra una grossa cassa da morto» disse la nuova voce.
«Quanti morti hai contato?»
«Quindici uomini.»
«Merce?» chiese il primo.
«Solo una bottiglia di rum.»

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