ANTEPRIMA: Backup, capitolo 1

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All’inizio era solo una luce accecante. Poi, come a emergere da profonde acque, quella luce iniziò a dilatarsi, lasciando spazio ai contorni di tutti gli oggetti che lo circondavano. Sbatté più volte le palpebre, cercando di abituarsi allo splendore che, comunque, l’abbagliava dal cielo. Provò ad alzare il braccio, per schermarsi il viso, ma non riuscì a muovere nulla: era un corpo rigido su una superficie altrettanto rigida.

Schiuse la bocca per dire qualcosa, chiamare aiuto, ma ne uscì solo un suono gutturale. Si accorse di qualcosa che gli entrava in bocca, ma non riusciva a vedere cosa fosse. Premeva su un angolo delle labbra, infastidendolo. Sentiva lo sfregamento e la piaga che gli stava procurando. Stava risucchiando del liquido, di certo la sua saliva. L’immagine di sé sul lettino del dentista gli arrivò rapida alla mente. Che si fosse addormentato durante il suo annuale controllo? Non ricordava di aver preso appuntamento, né di esserci andato. Era confuso e non riusciva ad avere immagini nitide nella testa.

«Signor Wagner, mi sente?»

Era una voce femminile, dolce e pacata. Cercò di muovere la testa e fortunatamente ci riuscì. La trovò alla sua sinistra, in piedi, che lo osservava dall’alto. Aveva dei lineamenti giovani ma dimostrava comunque la maturità dei trent’anni. I capelli neri erano legati in una coda di cavallo e gli occhi guizzavano con l’intelligenza delle persone acute. Provò a risponderle, ma non ci riuscì. La donna gli mise una mano sul petto e solo in quel momento capì che non indossava nulla, poiché avvertì il suo tocco sulla pelle.

«Non si preoccupi, signor Wagner. Abbiamo tutto sotto controllo. Lei è sveglio e in salute. Come di consueto, quando completiamo un caricamento dei dati, le funzioni cerebrali necessitano di un po’ di tempo per attivarsi. Al momento troverà difficile, se non impossibile, muovere ogni sua parte del corpo e avere le normali proprietà di linguaggio. Non sforzi nemmeno troppo la mente. Molte cose non le ricorderà, ma stia tranquillo. Con un po’ di riposo sarà presto al suo meglio.»

Si allontanò, sparendo dalla sua visuale. Non poter vedere e controllare ciò che succedeva nella stanza lo metteva a disagio. Il fatto di non potersi muovere e parlare lo faceva sentire in balia degli eventi, consapevole che avrebbero potuto fare di lui quel che volevano e nessuno l’avrebbe aiutato.

«Dicono che i sogni servano a fare una selezione delle informazioni acquisite. Ha mai fatto una deframmentazione dei dati? Credo la chiamassero così nella sua epoca, no?»

La sua epoca.

Paul si agitò ancor di più. Dove diavolo era finito? E soprattutto, in che anno si trovava?

«Stia calmo» disse la donna. Doveva avere qualche macchinario per misurare il battito del suo cuore, perché sembrava interpretare molto bene le sue emozioni. «Non è il primo a cui carichiamo il backup. Come le dicevo, sognerà, lo farà diverse volte prima di sentire tutti i tasselli infilati nel giusto posto. Deve solo avere fiducia in me.»

Paul provò a muovere il braccio, di nuovo. Lo sentiva, sapeva di averlo attaccato al corpo, ma non si muoveva ancora nulla. Si ricordò di quello che alcuni definivano “arto fantasma”, ossia la convinzione del cervello di avere ancora una mano o un piede dopo anni che era stato tagliato via. Che fosse il suo caso? Potevano anche averlo segato a pezzi e lui nemmeno poteva constatarlo. La donna tornò nella sua visuale. In mano aveva una piccola piastrina verde e rettangolare.

«Giusto. Come può fidarsi di me se non sa nemmeno il mio nome? Sono la dottoressa Linda Kruger. Sono tedesca. So che lei è svizzero ed era bene che ci fosse qualcuno che parlasse la sua lingua, per farla sentire almeno un po’ a suo agio. Spero di esserci riuscita.»

Paul tese il collo e uscì un altro suono gorgogliante. Linda aggiustò l’aspiratore e questo gli diede un po’ di sollievo al labbro.

«Si chiederà in che anno e dove siamo. Posso solo dirle che non siamo nel punto in cui lei si è spento e che sono passati diversi decenni dalla sua epoca. Siamo nel 2111 dopo Cristo, se vogliamo usare i punti di riferimento a cui lei è abituato. Ma non voglio sovraccaricarla. La vede questa?»

Mise la piastrina davanti ai suoi occhi. Riusciva a luccicare sotto i riflessi di una luce di cui ancora non capiva la provenienza.

«L’adagerò sulla sua carotide e le farà assorbire un anestetico. Le concilierà il sonno. Nulla di invasivo, non sentirà nulla.»

Paul ebbe il desiderio irrefrenabile di farsi addormentare. Se, come lei sosteneva, il sonno l’avrebbe aiutato a non avere più quella confusione in testa, allora avrebbe dormito anche una settimana, se necessario. Voleva sfuggire a quell’ottundimento che lo faceva sentire come un naufrago che stava per annegare, bisognoso d’aria più di ogni altra cosa.

Al contempo, però, voleva altre risposte, voleva capire. Pensò a sua moglie e a suo figlio, persi nei meandri del tempo. Sapeva di averli lasciati per strada, ricordava di essere sposato e di essere padre. Non ricordava, però, i loro volti. Era terribile. Era come se la sua vita gli fosse stata raccontata per episodi, come una breve bozza di sceneggiatura, di cui ancora non si conoscono gli interpreti.

Ricordava il cinema e ricordava il tetto. Nella mente era nitida una telefonata e il vuoto sotto di sé. C’erano macchine, luci, insegne e il suono dei clacson. Ricordava una voce, un uomo, un amico. Gli scoppiò un grosso mal di testa.

«Tranquillo, si rilassi.»

Paul sentì la piastrina appoggiarsi alla sua pelle e le palpebre farsi più pesanti. La donna si era già allontana da lui e stava parlando con qualcuno.

«Aggiornate il file del progetto Nine e chiamatemi Max. Che mi tenga informata sui parametri.»

Paul sentì quella voce scivolare via, rincorsa dai suoi timpani ma troppo sfuggente per essere afferrata. Il resto di ciò che disse divenne incomprensibile e lontano.

La vista tornò a offuscarsi, ma riuscì a rivedere la donna, sopra di lui. Riuscì finalmente a capirla di nuovo, in quelle ultime e inquietanti parole.

«Benvenuto nel futuro, signor Wagner.»

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