ANTEPRIMA: Il prologo di BACKUP

Non avrebbe avuto il tempo di sentire il dolore.

Lo pensava, Paul, mentre guardava la strada venti metri più in basso. Era una curiosità inquietante che lo metteva a disagio. Si immaginò a cadere per quei pochi secondi, prima dell’impatto con l’asfalto. Pensò al contraccolpo della strada e alla violenta botta alla testa. Pensò anche che se avesse messo le mani avanti non sarebbero servite a niente.

Focalizzò la sua attenzione sui passanti. Non ne poteva distinguere i particolari, ma riusciva a riconoscere chi era giovane, chi più in là con gli anni, le coppie e i viaggiatori solitari della metropoli. Chissà chi avrebbe urlato per primo, chi avrebbe filmato con lo smartphone e chi avrebbe, invece, chiamato i soccorsi. Si chiese anche come avrebbe potuto influire il suo gesto sulle loro vite future. Il trauma li avrebbe cambiati? Quale strada avrebbero preso, di tanto diversa da quella che li aspettava senza quel salto nel vuoto?

Gli venne un capogiro e fu costretto a fare un passo indietro, calando il sipario su visuale e pensieri. Prese a passeggiare sul terrazzo.

Il grande cinema cittadino, con ben ventidue sale, si ergeva su una collina e dava a nord su un campo da calcio. I fari erano accesi e si potevano vedere due squadre amatoriali che si affrontavano davanti a una manciata di tifosi sparsi sulle gradinate.

Paul si appoggiò all’insegna, così scheletrica e nuda, vista da dietro. Alcuni bulloni mancavano alla lettera “n”, causandone una curiosa inclinazione, come se volesse saltare in sella alla “e”.

Respirò a pieni polmoni l’aria serale. Tirò fuori dalla tasca il pacchetto di M&M’s alle arachidi e cominciò a sgranocchiarne qualcuna.

Di sotto, sua moglie si sarebbe presto chiesta dove fosse finito, perché le sue tempistiche in bagno non erano mai state così lunghe. Sicuramente, però, quel film con Emma Stone, di cui si era già dimenticato il titolo, l’avrebbe coinvolta abbastanza da farle passare ogni preoccupazione.

Morse un altro confetto e chiuse gli occhi per godersi il sapore dell’arachide mischiato a quello del cioccolato. Ne andava ghiotto. Ripiegò il bordo del sacchetto e, una volta rimesso nella tasca, prese il cellulare.

Quando accese lo schermo, trovò due chiamate senza risposta. Aveva ancora il silenzioso. Lesse il nome e iniziò ad agitarsi. Non che non se lo aspettasse, ma ciò di cui avrebbero parlato lo angosciava. Ruppe il ghiaccio e schiacciò la cornetta verde.

Due squilli.

«Spero di non disturbarti» disse l’uomo dall’altra parte del telefono.

«Ero al cinema» rispose Paul guardando la porta delle scale, per sincerarsi che nessuno capitasse lì e l’ascoltasse.

«Con tua moglie?» chiese di nuovo la voce.

Paul annuì, poi si accorse dell’inutilità di quel gesto. Era nervoso.

«Sì.»

«Fai bene. Se dovessero dirmi che morirò domani, farei anche io la stessa cosa. I propri cari vengono prima di tutto. Sono l’unica cosa che conta davvero, no?»

Paul riprese a passeggiare lungo il terrazzo, guardando la città nel suo complesso. Tornò a fissare la partita di calcio e il fischio dell’arbitro permise di calciare una punizione. Il tiro fu alto, mancando totalmente la porta. La delusione si percepì dal boato del pubblico che, seppur scarno, riusciva a far sentire la propria voce.

«Mi devi fare una promessa» gli disse con un suono strozzato dall’emozione.

«Lo immaginavo

«Ti devi prendere cura di mio figlio e di mia moglie. Non far mancare loro nulla. Voglio che siano felici e che non si rattristino troppo per la mia morte. Fai in modo che accada questo. Puoi farlo per un amico, vero?»

Dall’altra parte del cellulare non ci fu risposta. Il silenzio fece temere a Paul di aver chiesto troppo, di aver osato e preteso qualcosa di impossibile da realizzare.

«Lo farò. Te lo prometto. Ci sarà un fondo presso cui potranno attingere. La faremo passare per una speciale polizza sulla vita. E se dovessero fare qualcosa di folle, come spenderli tutti in sciocchezze, mi assicurerò lo stesso che non gli manchi nulla. Puoi fidarti.»

«Lo sto già facendo. Questa cosa è una pazzia.»

«Qualsiasi salto nel vuoto lo è. Ma, a volte, la pazzia è l’unica strada per il progresso. La scienza ti ringrazierà e tu ringrazierai me, perché un’occasione del genere non capita fra le mani di chiunque

Paul deglutì e si avvicinò di nuovo al parapetto. Le macchine erano ferme al semaforo e poté scorgere un riflesso di luna dai loro tettucci.

«Hai ragione. Sono contento che il destino ci abbia fatti rincontrare. Sei capitato al momento giusto.»

Dall’altra parte l’uomo rise.

«Adesso smettila con queste smancerie da ultime volontà. Sei pronto? Puoi sempre tirarti indietro se non te la senti. Lo capirei benissimo, non devi vergognartene.»

Paul guardò in basso e provò ancora quel senso di vertigine che lo trascinava verso l’asfalto. Era come se indossasse un giubbotto di metallo e sulla strada fosse stata posta una gigantesca calamita. Pensava a come sarebbe stato morire, con il cervello che si spegneva all’improvviso. Forse avrebbe galleggiato nel nulla più totale. Era impossibile immaginarselo.

«Non mi tiro indietro.»

«Sarà come dormire» rispose l’altro.

Mentiva, Paul lo sapeva. Non poteva essere così. Gli stava raccontando delle rassicuranti bugie, perché, in fondo, anche lui sapeva che la verità non l’avrebbe mai aiutato a fare quel salto nel vuoto.

«Grazie» disse, poi spense la chiamata senza neanche salutarlo. Mise il cellulare in tasca, vicino al pacchetto di M&M’s. Non badò al fatto che il pantalone si era così rigonfiato troppo su un lato solo. A quel punto, quanto poteva importare?

Guardò ancora in basso. Qualcuno suonò il clacson e dei pedoni attraversarono la strada a passo svelto, prima che tornasse il semaforo rosso.

«Sì. Non mi tiro indietro.»

Chiuse gli occhi e si preparò per il grande balzo.

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