Racconto: “L’ultimo fiore”

Ogni tanto, nel silenzio della notte, le sembrava di sentire un fugace ronzio. Era stato un sogno? Semplice suggestione? Iris non lo sapeva e credeva d’impazzire. Erano giorni che camminava verso nord. Un commerciante che si era perso in una tempesta di sabbia aveva giurato di essersi imbattuto in una pianura rigogliosa e di aver assaporato il succo acidulo di un kiwi. Lei non ci voleva credere e mai l’avrebbe fatto, se non fosse stata la disperazione a farle affondare i passi nella sabbia calda del deserto. Tutti attendevano impotenti l’arrivo dell’Apocalisse, tranne Iris. Si era aggrappata con forza a quell’ultima opportunità di trascinare fuori dal pantano della rassegnazione la propria razza. Erano millenni che l’uomo scampava a qualsiasi tragedia, dalle epidemie alle guerre mondiali. Sarebbe stato uno scherzo del destino troppo maligno porre proprio lei nel punto finale della storia umana. Staccò la borraccia dalla cinta di cuoio consumata e bevve un lungo sorso.

Lo zaino iniziava a irritarle la pelle, sfregando sulle clavicole. Era pesante e, oltre ai viveri, conteneva tutto il necessario per lo svolgimento della missione, sempre che la testimonianza ricevuta risultasse attendibile. Si fermò sotto il versante di una montagna spoglia, cercando ristoro all’ombra di una roccia. Seduta e con il fiato corto, osservò il panorama devastato dal tempo, dalla siccità e dall’azione indiretta dell’uomo. La mancanza di vegetazione influiva sull’atmosfera, rendendo l’ossigeno merce pregiata, contribuendo considerevolmente al suo affaticamento. Adagiò la nuca alla roccia e provò a non pensare al peso della responsabilità che gravava su di lei. Chiuse gli occhi, e si sentì in uno stato d’intontimento, come se galleggiasse nell’aria. Forse aveva preso un’insolazione. Fu a quel punto che il ronzio si ripresentò, e finalmente la vide. Minuscola come una pulce sul pelo di un cane, macchiava il cielo azzurro sopra la sua testa. Non le separavano più di una manciata di spanne. Iris fece per alzarsi ma non voleva spaventarla o perderla di vista. Doveva rimanere concentrata e seguirla con attenzione, perché quella era un’ape esploratrice e l’avrebbe di certo condotta all’alveare d’origine. Suo nonno le aveva spiegato molte cose in merito alla sciamatura e il fatto che Iris fosse una delle poche persone rimaste in vita, della sua comunità, a conoscere quei dettagli, era stato il motivo principale per cui avevano scelto lei.

Si alzò in piedi e si sistemò il pesante zaino sulla schiena. Non doveva perdere quell’occasione. Assottigliò lo sguardo e mantenne la concentrazione sulla piccola ape. Questa prese il volo, dirigendosi verso una duna. “Non siamo poi così tanto diverse” pensò Iris. “Tu sei un’esploratrice. L’intero alveare dipende da te e da ciò che troverai. Non vivi più per te stessa. Sei disposta a tutto per il benessere dell’intera comunità. Anche a morire, se necessario”. Sorrise a quel pensiero. Dopo giorni che camminava da sola in mezzo al nulla era confortante avere vicino a sé un essere vivente che condividesse la sua sorte. Salì il pendio a fatica. Arrivò in cima ansimante e ciò che vide la lasciò ulteriormente senza fiato. La distesa sabbiosa lasciava il posto a sparuti cespugli, per poi ritirarsi di fronte a erba secca e alberi che andavano a inerpicarsi sul versante della montagna. Vegetazione. Non poteva crederci. Forse c’era ancora speranza. Raccolse le ultime energie e affrettò il passo ma si rese conto di aver perso di vista l’ape. Si sentì smarrita e angosciata. Ritrovarla sarebbe stato come trovare un insetto stecco sulla corteccia di una sequoia. Iniziò ad arrampicarsi sulla roccia della montagna, aggrappandosi ai rami degli alberi che incontrava. Ogni tanto si annusava i palmi, assaporando il piacevole profumo della resina.

Quando stava per perdere ogni speranza, udì un ronzio molto più intenso. Doveva essere molto vicina all’alveare. Alzò gli occhi al cielo, cercando la provenienza di quel suono. Di una cosa era certa: veniva dall’alto. Passo dopo passo esplorò ogni pianta, fino a che non vide una macchia formicolante di insetti gialli e neri. Erano tutti ammassati su un ramo.

«Allora esistete ancora» disse Iris mettendosi a ridere per la gioia. Dagli occhi le sgorgarono delle lacrime. «C’è ancora speranza.» Si tolse lo zaino e lo aprì, estraendo la piccola cassetta di legno che sarebbe diventata la loro nuova casa. Era un’arnia in legno di abete. Sul fondo era stata montata una grata dalla trama sottile, per l’areazione, così come una mascherina a rete per chiudere il portichetto. Aveva all’interno solo una decina di telaini, così da risultare piccola e leggera e adatta al lungo viaggio. Iris l’appoggiò accanto a sé e tirò fuori le protezioni. Si trattava di una maschera a intelaiatura rigida. Come visiera era stata inserita un’altra rete metallica nera. Alla maschera era stato cucito un camiciotto provvisto di maniche, che le arrivava fino alla vita. Fu quindi la volta dell’affumicatore. Consisteva in un cilindro metallico dotato di beccuccio. Dietro gli era stato attaccato un piccolo soffietto. Iris raccolse dei pezzetti di rami secchi e li mise nell’affumicatore, per poi dargli fuoco con l’accendino. Tutto era pronto. Doveva soltanto agire e farlo con la massima cautela. Aveva ancora un paio di ore di luce ed era convinta le sarebbero bastate. D’altronde, le api erano ammassate su un ramo e questo le facilitava le cose. Prese una cesoia e, dopo essersi arrampicata sul tronco, recise il ramo alla base, tenendolo con l’altra mano. Si avvicinò all’arnia e lo scosse, facendoci finire gran parte delle api. Appoggiò il ramo di fronte all’entrata dell’arnia, così che le api residue e l’odore del ramo stesso potessero richiamare le compagne ancora in volo verso la nuova casa. Inserì uno a uno i telaini, facendovi arrampicare le api e con l’affumicatore spinse quelle sul bordo verso l’interno. Con l’aiuto di una spazzola, poi, liberò il ramo da quelle rimaste e chiuse la cassetta, imprigionandole tutte. Ci mise mezz’ora, meno di quanto aveva preventivato. Si sedette e si tolse la maschera e le protezioni, concedendosi il primo vero riposo dopo tanto tempo. Ce l’aveva fatta, aveva compiuto la missione fino in fondo. Aveva salvato la sua gente. Il mondo sarebbe stato pronto a ricominciare. Si addormentò in uno di quei sonni profondi, rimandato da troppo tempo.

Quando si risvegliò era già mattina. Si alzò di buona lena e rimise tutte le attrezzature nello zaino. Afferrò l’arnia per il manico posto nella parte superiore e si incamminò. Abbandonò la vegetazione con un po’ di amarezza. La divisione netta tra essa e l’orizzonte desertico le suonò come un monito. Gli uomini erano riusciti a distruggere ogni cosa, uccidendo anche quei piccoli insetti necessari alla loro sopravvivenza. Quelle api, da sole, erano invece riuscite a costruire il loro piccolo paradiso. Osservò l’arnia, con tutta quella vita al suo interno, pronta a far ripartire il mondo. “E se finissero per uccidere anche voi? Che ne sarà dell’intero pianeta?”. Iris si sentì combattuta, come se, passo dopo passo, stesse sprofondando sempre più nel baratro del peccato. Gli esseri umani non erano tutto. Non poteva sacrificare ogni cosa per la propria comunità. C’era in ballo molto di più. «E se fossi la vostra esploratrice, anziché la loro? Se vi dovessi comunicare il pericolo a cui state andando incontro?»

Si voltò e tornò indietro, risalendo il pendio della montagna. Nel farlo, però, incespicò e perse l’appoggio di un piede, sbilanciandosi. Rotolò un paio di volte prima che la sua mano trovasse un ramo sporgente. Lo tenne stretto e il suo corpo penzolò nel vuoto. Guardò in basso e vide che sotto di sé c’era una voragine, profonda una ventina di metri. Più in basso scorreva un fiume. Impugnava ancora l’arnia, ma questo le rendeva impossibile rafforzare la presa con due mani e issarsi. Se l’avesse fatta cadere per trarsi in salvo avrebbe potuto dire addio allo sciame e chissà, forse era l’ultimo rimasto sulla faccia della Terra. Oscillò il braccio e tentò il tutto per tutto: doveva lanciarla e sperare di farle raggiungere il terreno soprastante. Mirò con attenzione e mollò la presa al momento propizio, vedendo la cassa schizzare in alto per poi sparire nella vegetazione. Iris sentì il ramo scricchiolare, rischiava di rompersi. Allungò la mano finalmente libera e iniziò l’arrampicata, senza pensare ai dolori che la caduta le aveva procurato. Quando giunse in cima poté udire il ronzio forte delle api e questo la rincuorò. Scostò alcuni cespugli e cercò di individuarle e finalmente, in mezzo a delle radici sporgenti, vide i pezzi di legno rotti dell’arnia. Lo sciame era uscito e, irritato, volava senza meta attorno ai resti della loro casa. Iris fece un passo indietro, comprendendo che sarebbe stato meglio allontanarsi da lì. Sentì, però, qualcosa che le camminava sul braccio. Abbassò lo sguardo e vide una delle api che risaliva verso la spalla. Per un attimo che sembrò eterno, le due si guardarono. Poi, l’ape piegò la sua parte posteriore e Iris avvertì il dolore della puntura. Gemette e scosse il braccio per cacciarla via. Si strinse la parte dolente e lasciò cadere a terra lo zaino, cercando riparo tra la vegetazione. Guardò il braccio e vide che era estremamente gonfio. Le faceva male, troppo. Si sedette alla base di un albero e cercò il pungiglione. Doveva estrarlo il prima possibile. Una volta trovato, stette attenta nell’afferrarlo con la punta delle unghie. Non doveva spremerne ulteriore veleno. Lo sfilò e lo gettò via, ma il dolore non cessava. Si sentiva soffocare, la gola gonfia. “Sono allergica” pensò. L’ironia del destino aveva voluto che lo fosse proprio lei, tra i pochi sopravvissuti della sua specie. “Morirò qui, lontana da casa, per una stupida puntura”. Sentì la pressione abbassarsi e i sensi vacillare. Forse era giusto così. Loro avrebbero prosperato e sarebbero andate avanti. A lei non restava che soccombere, come tutta la sua comunità, pronti a pagare il pegno della stupidità umana. Iris tossì e chiuse gli occhi. Una volta morta sarebbe diventata terra e fu contenta di non divenire parte di quell’immenso deserto a cui qualche granello in più non avrebbe fatto alcuna differenza. No, sarebbe diventata un fiore, forse proprio un Iris, quello che piaceva tanto a sua madre. Le api avrebbero preso il suo polline. Avrebbe contribuito alla rinascita del mondo. “Sarò uno degli ultimi fiori. No” si corresse. “Uno dei primi”. Poi si abbandonò alla sua fine, sentendo svanire quel lontano e familiare ronzio.

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