Ho letto Misery, di Stephen King.

Buongiorno amici lettori.

Come preannunciato, dopo averlo acquistato a Tempo di Libri, mi sono finalmente messo a leggere il mio primo romanzo di Stephen King: Misery. L’ho fatto con una certa preparazione mentale, dato che il libro precedente a questo, che era sul mio comodino, è stato On Writing, manuale di scrittura dello stesso autore.

Abbinare queste due letture è stata una mossa vincente. Ho potuto apprezzare per prima cosa la TEORIA di King su come scrivere, per poi vederne la PRATICA con Misery. Sembrava di essere a lezione e la sua maestria è stata, senza dubbio, affascinante.

Per prima cosa, però, ecco la trama:s-l300

“Paul Sheldon, un celebre scrittore, viene sequestrato in una casa isolata del Colorado da una sua fanatica ammiratrice. Affetta da gravi turbe psichiche, la donna non gli perdona di aver “eliminato” Misery, il suo personaggio preferito, e gli impone tra terribili sevizie di “resuscitarla” in un nuovo romanzo. Paul non ha scelta, pur rendendosi conto che in certi casi la salvezza può essere peggio della morte…”

Come si può vedere, l’idea di partenza è tanto semplice quanto interessante. Prendi uno scrittore, mettilo tra le mani di un’ammiratrice psicopatica e cerca di farlo uscire da quella situazione sano e salvo. Nel suo stesso manuale, On Writing, King afferma che molte sue trame si sviluppano in questo modo, senza seguire un vero e proprio canovaccio. L’autore si diverte a creare delle circostanze surreali e a vedere di persona come i suoi personaggi possono venirne fuori. Anche in Misery, Paul Sheldon spiega questo meccanismo attraverso il gioco del “Puoi?”, ossia quel meccanismo (a suo modo divertente) con cui lo scrittore prova a districare la trama con l’ingegno di azioni possibili e al contempo credibili.

Facendo questo, Stephen King riesce a tenerci incollati alla storia e gli va una lode per esserci riuscito mostrando, in 380 pagine circa, soltanto un unico spazio ristretto: la casa di Annie Wilkes. Non viene mostrato il paese, non vengono descritte situazioni esterne o altro. Abbiamo soltanto Paul, il suo punto di vista e la casa della sua rapitrice. Niente di più e niente di meno.

Eppure viviamo la sua angoscia, il suo dolore dato dalla rottura delle gambe, il suo conseguente bisogno di farmaci che gli allevino le sofferenze e la paura verso un’aguzzina disturbata che non ci viene disegnata con parole chiare ed esplicite, piuttosto, viene mostrata lentamente, con i suoi comportamenti singolari, gli sbalzi di umore e i gesti folli.

Sia Paul (approfondito grazie al fatto che è il narratore) che Annie (svelata pian piano agli occhi dello scrittore imprigionato) lasciano il segno, affondando nella mente e nel cuore del lettore.

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Mi è piaciuta anche la trasformazione inesorabile del protagonista, non solo sempre più succube della donna, ma anche del suo stesso manoscritto.

Insomma, un romanzo da divorare (con due parti un po’ macabre che potrebbero disgustare chi è particolarmente sensibile) che si potrebbe porre su un sottile confine tra l’horror e il thriller.

Interessanti anche alcuni metodi di scrittura che abbandonano completamente le regole grammaticali (tra punteggiatura e ripetizioni) per far provare al lettore l’ansia e il panico di alcune situazioni.

Allo stesso modo ho notato un’incredibile capacità narrativa nel cambiare stile di scrittura quando Paul batte a macchina la storia di Misery, facendoci leggere un testo che, credibilmente, non sembra davvero scritto da King ma dal protagonista.

Voto: 9

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