Racconto: “Il chiodo di garofano” (parte3)

Terza e ultima parte del breve racconto spin-off. Se vi siete persi le altre due, potete recuperare ai seguenti link la prima e la seconda. Buona lettura e fatemi sapere cosa ne pensate.

«Ho un chiodo di garofano.»

«Dove lo seminerai?» chiese il timorese.

«Tra sangue e ossa. Dove sorgeranno frutti maturi.»

Seppur fosse un viso noto all’uomo, quel rito era richiesto ogni volta, forse per ribadire un concetto.

Questa volta, quando aprì la porta, Amos era in silenzio e con il becco si grattava sotto un’ala. Daiyu era in piedi, dando le spalle all’ingresso. Con l’indice stava scorrendo alcuni barattoli da uno scaffale, cercando una spezia in particolare. Sentì i passi di Sophye e si voltò curiosa, silente, attendendo il resoconto della donna in merito a quello che doveva essere il suo ultimo omicidio.

Sophye si avvicinò alla scrivania dell’orientale e posò su di essa il solito bocciolo. Il volto di Daiyu si incupì.

«Un chiodo per ogni nome, mia bella inglese. Se la memoria non mi tradisce, la scorsa volta ti ho dato l’ultimo della lista. Quale nome mi chiedi, ora, con questo simbolo?»

«Quello vero» rispose lei con decisione, ma con una voce più debole di quanto avrebbe pensato.

Daiyu si sedette e, accigliata, mise una mano al mento.

«Qualcosa, o meglio dire, qualcuno, ha messo in te il tarlo del dubbio? Sai che per salvare la propria anima un uomo direbbe di tutto, anche la più ignobile menzogna.»

Sophye si posizionò davanti a lei, imponendosi un’aria risoluta.

«Sicuramente è così. Ma in questo caso, sentirlo implorare mi ha fatto riflettere. La domanda che mi sono posta, innanzitutto, è stata: se la mia informatrice fosse davvero dalla parte dei portoghesi, per quale ragione avrebbe voluto i miei agganci alla compagnia inglese? Non avrebbe avuto senso, a meno di non voler morti anche questi ultimi, per agevolare i suoi veri alleati. Così ho provato a cercare di nuovo le mie conoscenze, di cui ti avevo fatto i nomi, e, guarda caso, sono tutti morti in circostanze misteriose. È bastato così poco per capire quanto sono stata cieca e ingenua. Stai facendo piazza pulita dei nemici del Portogallo, per assicurargli il completo dominio su Timor e sulle altre isole. Hai lasciato a me gli olandesi e ti sei occupata dei britannici.»

Per la prima volta, Sophye vide i tratti dell’indonesiana contrarsi. Perfino la mano rugosa strinse le dita.

«Tu non immagini nemmeno quello che ho passato. Mio marito era un importante mercante e aveva numerosi amici a Bombay e a Surat. Ma agli inglesi non bastava commerciare con noi. Volevano agire direttamente sul mercato e tuo padre era il promotore di questa iniziativa. Dovevamo fare qualcosa se non volevamo soccombere, e l’abbiamo fatto. Gli olandesi, però, non hanno gradito il potere che stavamo consolidando. Avevano già fatto scempio della nostra terra, l’isola di Banda, massacrandone gli abitanti e cacciando i superstiti. L’hanno riempita di galeotti e schiavi e, com’erano ormai abituati, hanno arraffato anche quello che era nostro, che avevamo costruito col sudore. Hanno ucciso mio marito e sequestrato le sue navi. Solo per miracolo sono riuscita a fuggire fin qui, cambiando nome e rifacendomi una vita con il denaro che mi era rimasto. Mi è bastato poco per capire come vendicarmi aiutando il governo portoghese in questa metà dell’isola, ma non avrei mai potuto fare alcune azioni così rischiose e orribili da sola. Non ho più l’età per agire. Quando un informatore mi ha parlato del fatto che la figlia dei Doyle era sbarcata nelle Molucche facendo domande, non potevo non cogliere l’occasione.»

Sophye fece un passo in avanti, con un odio tale da farle tremare leggermente la mano, mentre puntava l’arma contro la donna anziana.

«Sei un essere spregevole.»

«Credi che i tuoi genitori non avrebbero fatto lo stesso?» la provocò la donna. «Il mercato è anche questo. Vince il più forte, e le spezie valgono molto più dell’oro. Sei figlia di mercanti, lo sai bene anche tu.»

Il pappagallo, forse intuendo la tensione nella stanza, cominciò a sbattere le ali.

«Uccidila! Uccidila!» gracchiò con insistenza.

Sophye sospirò, allargando le narici. «Dovrei, ma forse meriteresti qualcosa di peggio.»

L’orientale scosse il capo.

«Non stava dicendo a te.»

Sophye vide un’ombra dietro di sé e non fece in tempo a voltarsi che il timorese, che stava solitamente di guardia al negozio, l’afferrò per la gola, scaraventandola sulla scrivania e facendo volare per terra tutti i fogli e la boccetta con l’inchiostro.

Sophye cercò di brandire il pugnale, ma le cadde. Afferrò i polsi dell’uomo, che come tenaglie erano inamovibili dalla sua gola. Annaspò, la vista annebbiata. Scalciò e provò anche a tirare dei pugni sulle possenti braccia, ma non sortì alcun effetto.

Udì a malapena lo sparo, la testa già persa in un limbo oscuro. La presa si allentò e il timorese scivolò al suolo, accasciandosi. Dietro di lei, presso la porta, c’era Herman Visscher, la pistola fumante in pugno.

Altri uomini si accalcarono dietro di lui, con le divise delle guardie della compagnia olandese.

Sophye fece per rialzarsi, quando sentì un lamento provenire vicino a sé. Si voltò e vide la vecchia Daiyu riversa sulla propria sedia: aveva raccolto il pugnale di Sophye e se l’era conficcato nel petto con entrambe le mani, preferendo la morte alla cattura.

Gli uomini riempirono la stanza e Visscher tese la mano a Sophye, aiutandola a rimettersi in piedi.

«Quest’uomo è colui che mi ha aggredito nella mia sala, responsabile di ben quattro omicidi, mentre questa donna» indicando il cadavere della orientale sulla sedia. «altri non è che la mandante a cui abbiamo dato tanto la caccia e che si faceva chiamare Li Daiyu.»

«La donna?» chiese uno degli uomini.

«Un semplice ostaggio. Me ne occuperò io.»

Gli uomini si guardarono attorno, cominciando a perquisire la stanza alla ricerca di ulteriori prove per chiudere definitivamente la faccenda. Sophye, una volta ripresa, si accostò all’uomo.

«Ce ne avete messo di tempo. Non è così che si ringrazia chi vi ha fatto dono della vita e vi ha consegnato un nemico mortale nel giro di ventiquattr’ore.»

Visscher non le rispose. Le prese la mano e le mise nel palmo un piccolo chiodo di garofano, il suo, che aveva lasciato sulla scrivania di Daiyu.

«Questi affarini sembrano fiori garbati che crescono nelle serre europee, eppure in realtà il loro profumo pungente matura nel cuore buio delle terre più selvagge ed esotiche. Daiyu l’aveva scelto a mo’ di scherno, ma non si è mai resa conto di quanto vi si addica. Doveva avervi confuso per qualcosa di molto più… domestico.»

Sophye guardò il piccolo bocciolo essiccato nel suo palmo, ma non rispose. L’uomo sorrise.

«Cosa ne farete?»

Sophye lo strinse in un pugno.

«Lo seminerò» disse. «Tra sangue e ossa. Dove sorgeranno frutti maturi.»

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...