Racconto: “Il chiodo di garofano” (Parte1)

Nota: Questo racconto di 20 000 battute verrà proposto in tre parti. Si tratta di uno spin-off riguardante la saga “Jolly Roger” da me scritta, ambientato venti anni dopo le vicende narrate nei romanzi.

Kupang, Isola di Timor, Indonesia

1690

Quando Sophye aprì la porta della bottega “Zon en de Maan” fu improvvisamente investita dall’odore ammaliante di erbe e spezie che impregnava il locale, avvolgendola in un abbraccio da cui era difficile staccarsi, se non con un deciso sforzo di volontà. La pelle chiara dell’inglese e i suoi capelli biondi sciolti fino alle spalle erano in netto contrasto con la carnagione mulatta e i tratti orientali dei clienti che affollavano il negozio. Sarebbe sembrata una bambola di porcellana, con due grandi occhi azzurri, se le forme mature e alcune rughe sul viso non avessero suggerito la sua età effettiva, che da poco aveva superato i quaranta. Senza guardare in faccia nessuno si avvicinò al bancone, dove un timorese, pelato e dall’espressione truce, stava attendendo la risposta di una giovane indecisa. Sophye non aspettò il proprio turno: portò la mano delicata sul banco e posò un piccolo bocciolo essiccato.

«Ho un chiodo di garofano» disse con tono piatto, in lingua olandese.

L’uomo le diede un’occhiata di traverso e con la sua voce profonda rispose: «Dove lo seminerai?»

«Tra sangue e ossa. Dove sorgeranno frutti maturi» replicò la donna immediatamente.

Lo speziale annuì e le fece segno, con un semplice gesto del mento, di andare verso la porta sul retro. Poi, nella più totale indifferenza, tornò a dedicarsi alla cliente.

Quando Sophye aprì la porta cigolante poté sentire i soliti schiamazzi di Amos.

«Biscotto! Biscotto!» diceva in lingua inglese agitando le ali all’interno della sua grande gabbia. Era un Ara Ararauna di notevoli dimensioni e dai colori sgargianti, dal giallo all’azzurro.

A un tavolo era seduta una minuta donna indonesiana, i capelli grigi raccolti in una crocchia, intenta a scrivere su un foglio intingendo la penna nel calamaio.

«Sia dannato il giorno in cui mi sono lasciata convincere da te a tenermi questo pennuto!» disse in uab meto, il dialetto locale. Sophye sorrise. Avvicinatasi alla gabbia, aveva già estratto dalla scarsella appesa alla sua cintola di cuoio un piccolo biscotto, porgendolo al pappagallo.

«Viste le sue dimensioni deve avere un certo valore. Non hai trovato nessun acquirente, Daiyu?» chiese la donna nella stessa lingua.

L’indonesiana posò la penna e alzò per la prima volta lo sguardo sottile, dal taglio sfaccettato e a mandorla come una pietra preziosa. «Chiacchiera troppo. Nessun abitante di Timor apprezza questa dote e i signorotti olandesi non amano avere in casa una bestiola che parla inglese. Finirà che dovrò tenermelo fino alla fine dei miei giorni. Questi uccelli sanno sopravvivere ad almeno tre generazioni, che Dio abbia pietà di me! Ma come mai sei qui? Hai qualcosa per me?»

Sophye lasciò l’ultima briciola al pappagallo per poi avvicinarsi al tavolo della donna e posare di nuovo il piccolo chiodo di garofano.

La speziale lo osservò qualche istante per poi incupirsi. «Un chiodo per ogni nome. Deduco che hai risolto la questione con il signor Lodwick. Ha sofferto?»

«Quanto meritava» rispose l’inglese senza tradire alcuna emozione.

Daiyu sospirò. «Quindi sei qui per il quinto e ultimo nome, deduco. Sei sicura di voler arrivare fino in fondo?»

Sophye continuava a fissarla con i suoi occhi grandi e dal colore dell’oceano.

«Per quale ragione dovrei fermarmi?» disse. Non ne aveva motivo: erano responsabili della morte dei suoi genitori! «Non vorrai sottrarti al nostro accordo, spero.»

La vecchia si accigliò, visibilmente irritata di fronte all’insinuazione.

«Sai bene che non lo farei mai. Ho una reputazione e tu sei stata molto preziosa nel fornirci i giusti contatti con la marina inglese. Seppur queste terre non abbiano ancora visto i frutti della nostra alleanza ai danni della Compagnia, riconosco il rischio da te corso in tutta questa faccenda, ragion per cui ti darò anche questo nome. Ma devo comunque avvertirti dei pericoli ancora maggiori che correrai in questo atto finale. In fondo, hai potuto vedere cosa abbiano fatto simili uomini al tuo buon zio Swayne, nelle Americhe, sotto l’ammiraglio Goodwin.»

Sophye tradì per la prima volta un piccolo spasmo di dolore emotivo e deglutì.

«Ai tempi ero solo una ragazzina. Mio zio merita vendetta tanto quanto i miei genitori. Mi ha allevata dopo la loro morte e mi ha insegnato tutto quello che so. Arriverà il giorno in cui anche l’Inghilterra pagherà il suo conto.»

«Tu abbai alla luna. La tua opera ti porterà solo follia, e non esiste acqua in grado di lavare il sangue dalle proprie mani. Qualsiasi giustificazione diamo alle nostre azioni, la coscienza ci porta sempre, inevitabilmente, il conto. Anche per questo intendo chiederti, ancora una volta, se vuoi davvero aggiungere un altro fardello al tuo carico.»

Al silenzio di Sophye, Daiyu sospirò. Prese in mano il piccolo chiodo di garofano, rigirandolo fra le dita ossute e dalla pelle raggrinzita.

«Sai, molti credono che questo piccolo bocciolo nasca davvero dal garofano. Soprattutto in Occidente, dove viene importato. Come le apparenze ingannano! Il nome è dovuto soltanto alla sua forma, che ricorda proprio quel fiore. In realtà viene da tutt’altra pianta, che cresce nelle Maluku.»

Sophye rimase perplessa a quella breve spiegazione, peraltro non una novità per lei.

«Perché mi dici questo?»

L’orientale sorrise. «Perché spesso anche per gli uomini accade questo. Si riempiono di titoli, si danno un’immagine di persone d’onore e per bene, ma in fondo è solo un nome, l’apparenza di qualcosa, quando in realtà sono tutt’altro.» La vecchia speziale si appoggiò allo schienale della sedia, sentendo scricchiolare tutte le proprie articolazioni. «La persona da cui ti sto mandando è uno di questi individui, e si chiama Herman Visscher.»

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