Black Sails: tiriamo le somme.

Buongiorno a tutti, amici lettori.

Oggi chiacchieriamo di una serie televisiva che, seppur di nicchia, ha saputo avere negli ultimi anni un discreto seguito. Stiamo parlando di Black Sails, serie della Starz, composta da quattro stagioni e ultimata poche settimane fa.

Visto l’argomento della pirateria, di cui ho trattato nella saga letteraria Jolly Roger, mi sembra giusto parlarvi anche di questa serie. Difatti, Black Sails parla proprio di pirati, ambientando la trama agli inizi del 1700 nell’isola delle Bahamas, più precisamente nella cittadina di Nassau.

Il filone centrale, su cui si basano tutti gli episodi, è il ritrovamento di un ricco carico d’oro su un galeone spagnolo e la conseguente contesa fra i pirati per il suo possesso. Attorno a questo fulcro ruotano le storie di pirati famosi (Barbanera, Charles Vane, Calico Jack e Anna Bonnie) ben miscelate a quelle di pirati di fantasia, estratti dal romanzo “L’isola del tesoro” di Stevenson (Long John Silver, Billy Bones e il capitano Flint). Queste quattro stagioni, infatti, fanno da prequel al romanzo appena citato.

Devo dire che non era facile trattare dal punto di vista televisivo questa tematica. Difatti, l’ambientazione piratesca è vittima del peso ingombrante della saga Disney dei “Pirati dei Caraibi” che ormai ha reso stereotipata la figura del bucaniere, facendola associare nelle menti delle persone a quella di Jack Sparrow.

Black Sails, però, riesce bene nell’impresa e punta sul realismo di ciò che racconta, rispetto alle avventure rocambolesche e fantasiose della ciurma della Perla Nera, tra fantasmi, uomini pesce ed elisir della vita eterna. Qui abbiamo uomini che combattono per la libertà, per la sopravvivenza, in un clima crudo e violento, dove ambizione e orgoglio sono gli elementi dominanti.

L’unico punto a sfavore, che mi sento di dare a questa serie, è l’eccessivo uso di scene sessualmente esplicite, in gran parte gratuite, che sembrano avere l’unica intenzione di far parlare di sé e spiccare, destando l’attenzione di tutti con qualcosa di forte, al limite del pornografico (Il Trono di Spade insegna).

Al di là di questo e di alcuni episodi dove i dialoghi sono risultati un po’ troppo meccanici e arzigogolati, la serie dimostra ottima qualità, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi e nella loro evoluzione. Tra tutte, quella del giovane John Silver, inizialmente cuoco di un mercantile, che si ritrova invischiato in faccende più grandi di lui che col tempo impara a gestire, facendosi influenzare dalla personalità oscura di Flint fino a diventare il famoso pirata dalla gamba di legno, capace di azioni crudeli e prive di alcuno scrupolo.black-sails-finale-flint-ending-theory

In conclusione, non posso che ritenermi appagato, al termine di questa serie. L’ho trovata notevolmente realistica e a tratti perfino istruttiva. Rispecchia molto bene gli usi e i costumi dell’epoca e il fatto stesso che, una volta terminata, non ho potuto resistere alla tentazione di comprarmi il romanzo de “L’isola del tesoro”, significa che il suo scopo l’ha pienamente raggiunto.

Al prossimo post!

Un pensiero su “Black Sails: tiriamo le somme.

  1. Serie davvero incredibile, hai ragione. Ormai quando si parla di pirati si pensa a One Piece e Pirati dei Caraibi, infatti io non avevo intenzione di vederla all’inizio proprio perché sapevo come vengono storpiate le figure dei pirati in tv.
    Invece, mi sono ritrovato davanti un’ottima serie, una vera perla preziosa.

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